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La storia di San Nicola, dal Mediterraneo al mito di Babbo Natale

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Da Myra, in Turchia, a Bari e Venezia: il lungo viaggio di San Nicola, vescovo taumaturgo, protettore dei bambini e dei naviganti, prima di diventare Santa Claus

 

Altro che renne volanti tra le nevi, circolo polare artico e tutina rossa bordata di ermellino: il vescovo che ha dato origine alla leggenda di Santa Klaus, alias Babbo Natale, è originario delle coste mediterranee dell’Asia minore, nella parte più meridionale della penisola anatolica.

Per intenderci, siamo ad una latitudine intermedia tra Pantelleria e Lampedusa: anche se subito alle spalle, è vero, ci sono le cime puntute dei monti dell’antica Licia: e, girando lo sguardo, a diverse altezze, puoi abbracciare abeti, pini e palme.

La statua moderna che ti accoglie in quello che oggi è il ‘Müze’ (museo) di San Nicola, nei fatti una basilica a tre navate e due narteci, quasi un piccolo labirinto, dedicata a quello che fra III e IV secolo d.C. fu un venerato personaggio locale, qualcosa di familiare ce l’ha: una barba lunga, una bisaccia che pende dalle spalle, e tre bambinetti che gli si accostano alle gambe, in cerca di protezione e di benevolenza. Perché, sì, i miracoli di questo dignitario ecclesiastico presto santificato avevano spesso e volentieri per destinatari i più piccoli.

Monete d’oro che cadono dal camino

Uno fra tutti, che impressiona per alcune analogie tra le due versioni di San Nicola, è il seguente. Tre brave e belle fanciulle della zona – siamo a Myra, in Licia – appartenevano ad una famiglia poverissima. Tanto povera che il padre, disperando ormai di maritarle prive di dote com’erano, meditava di consegnarle a un bordello perché si guadagnassero da vivere in quel modo. Nicola venne a saperlo; e, raccolte le monete d’oro che poteva, una notte si affacciò ad una finestra rimasta aperta del loro tugurio, e le lanciò raccolte in un sacchetto presso il letto dove dormiva la più grandicella di esse. Grande fu la gioia della famiglia. Ma parziale: quella somma bastava giusto per il matrimonio di una ragazza: restavano le altre due. Anche Nicola lo sapeva; e quindi, raccolte con uno sforzo ulteriore altre monete, si avviò una notte successiva presso la famigliola. Poiché vi trovò tutte le finestre chiuse, il sant’uomo salì sul tetto della casupola e fece calare le monete dal camino, unica apertura disponibile. Le monete sono tonde, e nelle pitture antiche che ricostruivano il bel gesto è probabile che esse furono scambiate per sfere dorate; e magari, ma questa è una supposizione di noi moderni, sono all’origine delle palle luminose con cui celebriamo le festività natalizie.

Una schiera di angeli, dalla Basilica di San Nicola, a Myra - foto F. Polacco

Una schiera di angeli, dalla Basilica di San Nicola, a Myra – foto F. Polacco

Ma la trasformazione in Babbo Natale è solo la parte finale di una lunghissima storia che si realizzò solo a cavallo tra Otto e Novecento, con il ‘sigillo’ finale dato nientemeno che dalla Coca Cola, che ne fece quel personaggio consumistico e bonariamente burbero che tutti conosciamo.

Arrivando qui a Myra, oggi la turca Demre, minuscola cittadina balneare e turistica della Costa Turchese, sembra che quasi tutti, meno forse proprio noi occidentali, siano consapevoli che il Nicola di cui qui si venerano le reliquie – reliquie che non ci sono, però, ahimè… – è nientemeno che lo stesso Nikolaos santo patrono di Grecia e di Russia: non per nulla ha prestato il proprio nome a due tra gli ultimi zar moscoviti; il suo nome, passando di bocca in bocca, è stato pronunciato dapprima Klaas dagli olandesi, quando migrarono per fondare al di là dell’Atlantico Nuova Amsterdam (oggi New York), e poi definitivamente Klaus dagli anglosassoni: che chiamano appunto Santa Klaus il nostro Papà Natale.

l'articolo  completo di , Fabrizio Polacco su https://www.balcanicaucaso.org/cp_article/la-storia-di-san-nicola-dal-mediterraneo-al-mito-di-babbo-natale/

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