Zairo Ferrante
“Io che amo, raccontato da ChatGPT”

A pochi giorni dall’uscita, la nuova opera di Zairo Ferrante, “Io che amo, raccontato da ChatGPT” è già bestseller su Amazon. Intrecciando la poesia e lasciando che sia ChatGPT a comomentarla. Un dialogo surreale, un tempo assurdo o forse assurde normalità che stanno diventando abitudini. Dialoghiamo con l'uomo e non con la macchina, con chi fa divulgazione visto che parliamo col fondatore del movimento artistico-letterario Dinanimismo. Da leggere con la chiave di chi preserva l'uomo ma anche con quella di chi all'uomo accosta anche dovute evoluzoni tecniche...
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Il riscontro immediato dei lettori ti ha sorpreso o ha confermato un bisogno che percepivi già nel panorama poetico contemporaneo?
Non mi ha sorpreso, mi ha dato conferma. Da tempo percepivo una stanchezza verso una poesia autoreferenziale, più attenta a se stessa che al tempo che abita. Il riscontro dei lettori mi ha detto che esiste ancora un bisogno profondo di parole congrue, capaci di camminare accanto all’uomo, nel suo mondo. Questo libro ha intercettato quella fame.
Come fondatore del Dinanimismo, hai sempre sostenuto un’arte in movimento e in ascolto del tempo. In che modo questo libro incarna tale visione?
Il Dinanimismo nasce dall’idea che l’arte debba movimentare, saper attraversare il tempo in cui vive. Questo libro incarna tale visione perché non si chiude in una voce unica, ma accetta il rischio del confronto, dell’attrito, della risposta inattesa.Â È un’opera che non pretende di dire l’ultima parola sull’amore o sul linguaggio, ma di rimetterli in circolo, alla luce di ciò che nel mondo sta cambiando.
Il dialogo con una voce altra sembra amplificare il tema dell’ascolto reciproco. Quanto credi che questo confronto aiuti il lettore a interrogarsi sul proprio modo di amare?
Credo molto. Il confronto con una voce altra rompe l’illusione dell’autosufficienza. Il lettore non assiste a una confessione, ma a una relazione in atto, con i suoi fraintendimenti e le sue aperture. In questo spazio, chi legge è quasi costretto a chiedersi non tanto cosa penso dell’amore, ma chi sono io di fronte all’altro che amo.
Molti testi pongono domande dirette al lettore. Quanto era importante per te trasformare la poesia in uno spazio di relazione, più che di contemplazione?
Era essenziale. La poesia che non rischia la relazione diventa sterile tecnicismo. Mi interessava una poesia che interpellasse, che lasciasse domande aperte, che chiamasse il lettore dentro il testo invece di tenerlo a distanza.
La poesia, per me, non è un luogo da ammirare in silenzio, ma uno spazio in cui accade qualcosa tra chi scrive e chi legge: un mescolamento di coscienze.
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