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Pisanelli racconta Taranto

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Avviata, nella capitale del Risorgimento italiano, la 53esima edizione de "Il festival dei popoli",  una rassegna dedicata al film documentario; sono 74, nell'edizione 2012, quelli proiettati tra Odeon, Spazio Uno e Le Murate.

Tra gli appuntamenti, l' interessante laboratorio "Panorama in cantiere", promosso dall'associazione "Documentaristi anonimi", che si organizza man mano che gli spettatori incontrano il regista col suo prodotto artistico. Il talento a portata di mano.

Nel secondo appuntamento  di Martedì 13 Novembre, Paolo Pisanelli condivide col pubblico la sua maniera di filmare frenetica, nervosa,"di pancia"; chi assiste è di fronte a un prodotto aperto, un montaggio ancora grezzo.

 

L'interessante metodologia di presentazione permette di seguir le fasi, la trama che un regista, a piedi e a tavolino, mette a punto: "Il film è uno spazio da abitare".

In un principale botta e risposta pubblico con Pinangelo Marino, il regista leccese si svela: c’è l’intenzione di sgomitolare nelle città per catturarne le specifiche peculiarità, ma le piste narrative, gli schemi vengono a posteriori.

La maniera "randagia" di star al mondo di Paolo Pisanelli è un'avventura cinematografica che benedice la casualità.

La proiezione si fa da sé e ogni dettaglio, come in un disegno teleologico, trova il proprio senso nel montaggio. Arguzia e gusto estetico del regista costruiscono le fila tra narrazione e racconto, un work in progress vissuto e perciò studiato (sembra non possa valere il contrario).

L'approccio è innanzitutto accumulativo, poi la necessaria selezione che fa i conti con l'insofferenza, la frustrazione di dover sacrificare materiale che a destra e a manca si è offerto ai sensi del cineasta.

"Storie di Taranto" è la "prova di trasmissione" che  il regista propone, dopo la proiezione degli spezzoni del pre-montaggio ("Primo giorno", "Primi incontri", "Passato/Presente") con cui si dà tempo per spiegare la difficoltà a trovar un punto di vista esaustivo che si concili con le tempistiche del mercato.

La costruzione di una storia 'vendibile' deve  condensarsi in soli 90minuti, circa.

Taranto, bomba a orologeria del meridione, è per Paolo esemplare del comune status italiano. Figura esemplare,la parte sta per il tutto degradato.

Tuttavia, poiché filmare è un'arma comunicativa di difesa e offesa, quel documentario, la cui chiave di volta è la questione Ilva, è pure opportunità di recuperare una bellezza perduta.

Il montaggio è l'escamotage sofferto e compiuto di ordinar i racconti dei tarantini, pro o contro Ilva,  presidente, Governo e sindacati.

In presa diretta i risvolti delle manifestazioni di Agosto, tra il "Comitato di lavoratori liberi e pensanti" (il loro slogan "sì ai diritti, no ai ricatti") e operai ammaliati dalle grinfie produttive della raffineria più grande d'Europa.

Scegliere tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute è un dilemma non concepibile: "non è che per sostenere la mia famiglia devo pure ammazzarla".

Il rompicapo è diventato palla al balzo delle istituzioni giudiziarie e politiche: irrompono, nella storia illustre fatta a tavolino, i "cafoni" un po’ più in giù della Fontamara di Ignazio Silone. La sensazione del regista è di star in un film apocalittico, di fantascienza.

La terra di briganti che a 150 anni dall'unità d'Italia ha le carte della propria consapevolezza per esigere rispetto  dei propri diritti.

L'ingenuo "via ai cappelli" di Giovanni Verga viene coperto dalla voce di mamme che, con microfono in mano, urlano la rabbia per la perdita dei propri cari a causa delle "schifezze " che la fabbrica emette per la mancata messa in sicurezza della centrale.

Un lavoro che non ha saputo instaurar nessun tipo di dialogo con le esigenze del territorio è fallito.

E un abitante del quartier Tamburi, rosso non per i mattoni, con in mano una bandiera nera raffigurante il teschio dei pirati dice a un gruppo di indecisi "N'ama murì ra strunz".

Le rivolte chiedono la rivoluzione gestionale della vita cittadina. Dei briganti c'è solo un forte attaccamento alla terra, alla famiglia e  perciò sangue al cervello per quel raggio di 20 chilometri nei pressi della fabbrica in cui non si potrebbe coltivare.

E ricordiamoci pure di quel pezzo di Campania avvelenato dai rifiuti tossici della camorra.

Un documentario del 1961 dice che "la nuova e inedita coltivazione", il nucleo della siderurgia italiana, avrebbe cambiato la vita del mezzogiorno.

E forse aveva ragione.

 

Giusi Giovinazzo

 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 19 Novembre 2012 16:54 )  

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