Mercoledi 20 febbraio si è tenuta la presentazione pubblica del Collettivo Fotografico "COLFOT Tina Modotti", ospitato presso la sede dell'Associazione Culturale Mariano Ferreyra di via degli Alfani 13r, a Firenze.
In occasione del lancio del collettivo è stato presentato il lavoro monografico "Tina Modotti. Fotografa, niente più" sulla fotografa, emigrata in America dall'Italia, durante il suo viaggio di lavoro per documentare l'attività nel Messico postrivoluzionario, attraverso l'interpretazione semantica di cinque sue fotografie realizzate tra il 1926 e il 1929.
Ripercorrendo gli anni d'oro della fotografia della Modotti, è possibile awicinarsi alla storia del Messico: dei peones, dei campesini che lottavano per la rivoluzione; il Messico del muraiisti e dell'arte del popolo, dei matriarcato e delle lotte per la Riforma Agraria. Sarà così possibile notare come la vicenda biografica della Modotti si sovrapponga con alcuni dei più importanti eventi della prima metà del XX secolo. Dalla Rivoluzione messicana alla Guerra civile spagnola, passando per il Comintern e per il Movimento Spartàchista, per la lotta contro Machado a Cuba e per la campagna di liberazione di Sacco e Vanzetti. L'inaugurazione del collettivo fotografico è così un'ottima occasione per scoprire quest'artista politicizzata, passionale e a tratti controversa, ma sicuramente affascinante e ammirevole. Oltre alla presentazione del collettivo e alla presentazione del lavoro sulla fotografia, sono state presentate altre attività come l'autoproduzione di fotografie analogiche con la camera oscura del Collettivo. Il tutto accompagnato da buona musica, ceccoil. birra e vino!
“Sempre, quando le parole “arte” e “artistico" vengono applicate al mio iavoro fotografico, io mi sento in disaccordo. Questo è dovuto sicuramente al cattivo uso e abuso che viene fatto di questi termini...Mi considero una fotografa, niente più. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo, e precisamente perché io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni. La maggior parte dei fotografi vanno ancora alla ricerca dell’effetto "artistico”, imitando altri mezzi di espressione grafica. Il risultato è un prodotto ibrido che non riesce a dare al loro lavoro le caratteristiche più valide che dovrebbe avere: la qualità fotografica. Negli anni recenti si è molto discusso se la fotografia possa o non possa essere un lavoro artistico comparabile alle altre creazioni plastiche. Naturalmente ci sono molte opinioni diverse. Ci sono quelli che accettano veramente la fotografia come mezzo d’espressione alla pari con qualsiasi altro, e altri che continuano a guardare in modo miope al ventesimo secolo con gli occhi del diciottesimo, incapaci di accettare le manifestazioni della nòstra civiltà meccanica. Ma per noi che usiamo la macchina fotografica come uno strumento, proprio come il pittore usa il pennello,queste diverse opnioni non hanno importanza. Noi abbiamo l'approvazione di coloro che riconoscono i meriti della fotografia nei suoi aspetti multipli, e l'accettano come il più eloquente, il più diretto mezzo per fissare, per registrare l'epoca presenfe. Sapere se la fotografia sia o non sia arte importa poco. Ciò che è importante è distinguere tra buona e cattiva fotografia. Per buona si intende quel tipo di fotografia che accetta tutte le limitazioni inerenti la tecnica fotografica e usa al meglio le possibilità e caratteristiche che il medium offre. Per cattiva fotografia si intende ciò che è fatto, si potrebbe dire, con una specie di complesso di inferiorità, senza apprezzare ciò che la fotografia in se stessa offre, ma al contrario, ricorrendo a ogni sorta di imitazioni. Le fotografie realizzate in questo modo danno l'impressione che l'autore quasi si vergogni di fotografare le realtà, cercando quasi di nascondere l'essenza fotografica stessa della sua opera, con trucchi e falsificazioni che può apprezzare solo chi ha un gusto deviato. La fotografia proprio perché può essere prodotta solo nel presente e perché si basa su ciò che esiste oggettivamente davanti alla macchina fotografica, rappresenta il medium più soddisfacente per registrare con obbiettività la vita in tutti i suoi aspetti ed è da questo che deriva il suo valore di documento. Se a questo si aggiungono sensibilità e intelligenza e, soprattutto, un'idea chiara sul ruolo che dovrebbe avere nel campo dello sviluppo storico, credo che il risultato sia qualcosa che merita il posto nella produzione sociale, a cui tutti noi dovremmo contribuire." Tina Modotti. Fotografa, niente più
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