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Thursday
Jul 16th
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La meravigliosa vita di Miriam e Letizia

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La meravigliosa vita di Miriam e Letizia.
 
Quando tutto sta fermo e ti sembra addormentato in fondo ad uno stagno, cosa senti?
Paura che sia la fine e invece no, non è mai la fine.
Accade sempre qualcosa; occhi per vedere, orecchie per sentire e mani.
 
Miriam sollevò il braccio e con la mano sfiorò la mensola; prese il barattolo, dosò un
pugno di sale e lo gettò nell’acqua, abbassando la fiamma, poi portò le dita alla bocca e
leccò il sale rimasto appiccicato. In quel momento suonò il campanello di casa,
sfregandosi le mani sul grembiule percorse il corridoio e chiese, chi è? Sono io! Una voce
femminile dietro la porta chiusa le disse tutto: Letizia è qui.
Si abbracciarono forte, Letizia guardava la sorella con dolcezza, lei più alta di qualche
centimetro; Miriam più piccola, più magra che carezzava i lunghi capelli di Letizia,
intrecciandoli con le dita. Stanno nel mezzo del corridoio e si toccano; Letizia affonda le
mani nei corti capelli di Miriam, osservando quelli già bianchi, scrutando le piccole rughe
attorno agli occhi, con un’espressione di rassegnata tristezza. Miriam sorride estasiata,
odore di fiori di treni e di caffé, di pelle e di rossetto, profumo di luoghi e momenti appena conclusi.
Come stai, Miriam? Chiese Letizia
Bene, vieni, ti prendo le cose
Lascia stare, Letizia sollevò la valigia e seguì Miriam in cucina.
E’ tutto come sempre, hai lasciato tutto com’era, e si voltò guardando la sorella che
assaggiava la pasta, silenziosa. Miriam taceva ascoltando il borbottio dell’acqua nella
pentola, taceva e pensava che già era passato un anno dall’ultima visita della sorella.
E perché, le chiese, come l’hai lasciata?
Così, disse Letizia facendo una giravolta e uscendo sul balcone.
Così, ripetè, le tende i gerani, tutto così, ma dimmi davvero, come stai?
Sto come mi vedi, che te ne pare?
E Miriam si avvicinò alla sorella sul balcone, illuminata dalla luce del sole, parandosi
gli occhi con la mano. Come sto secondo te?
 
Bella, le rispose Letizia, sei bella e sempre più lo sarai.
Letizia la prese fra le braccia e la strinse forte. Miriam si fece abbracciare.
Vieni, disse Miriam, la pasta è pronta.
Si sedettero a tavola, due piatti con dipinti fiori rosa, bicchieri di cristallo uno diverso
dall’altro, ed una zuppiera con pennette al sugo, profumo di basilico e origano.
Questo sugo l’hai fatto tu?
Certo, cosa pensi che io non sappia più cucinare?
Non volevo dire questo, è che...
Mangiarono quasi in silenzio, poi Miriam si alzò per sparecchiare e Letizia preparò il caffé.
Quanto ti fermi?
Non so, forse, dimmi tu, quanto mi posso fermare?
Miriam non sapeva cosa rispondere, non sapeva se avrebbe provato piacere ad avere in
casa qualcuno per più di due giorni. Una settimana? Disse timidamente. Una settimana,
cinque giorni...
Facciamo una settimana, disse Letizia con voce ferma.
Una settimana, va bene, certo, e Miriam girava il cucchiaino nella tazzina col volto rivolto
alla finestra. Una settimana in casa con lei, non ce la farò, pensava.
Miriam, ascoltami, sono stanca, i ragazzi hanno bisogno di stare in casa da soli, ora
hanno bisogno di spazio, hanno le ragazze, gli amici. Studiano, lavorano vanno e vengono
ed io mi sento di troppo e sento la necessità di stare da sola, e questa è anche casa mia,
no?
Certo, scusa, ma sai, Miriam si passò la mano sui capelli corti, sai, ho dei ritmi tanto
difficili... oramai.
Non ti darò fastidio, lavoro e sto chiusa nella mia stanza, leggerò tutti i libri di papà, disse
ridendo Letizia, e ti racconterò tutte le mie avventure.
Va bene, non ti preoccupare, facciamo così, diciamocelo quando non ci sopportiamo e
cerchiamo di essere chiare l’una con l’altra.
Miriam disse queste parole quasi in silenzio, per lei la vita era un sottilissimo filo di
cristallo, rigido, perfettamente retto ma di una fragilità indescrivibile.
Per Letizia invece la vita era un crogiuolo di emozioni ed avvenimenti, di battaglie e
di progetti. E di lunghe trattative con se stessa.
 
3
Dopo aver rimesso a posto la cucina e asciugato i piatti di mamma ed i bicchieri di
mamma e ripiegato la tovaglia di lino di mamma, ognuna andò nella sua stanza.
Letizia entrò nella sua; niente, non ha spostato niente, è tutto pulito, anche i miei libri;
Letizia carezzava la lunga fila di vecchi libri sullo scaffale accanto al tavolino. Il suo
tavolino, la sua scrivania, con la lampada storta, la sedia azzurra il letto, rifatto da poco,
profumato di lavanda, sapone.
Aprì la valigia e iniziò a rimettere nell’armadio semivuoto i suoi vestiti. Una settimana di
pace, una settimana per scrivere e basta, una piccola vacanza... Seduta sul letto si tolse
i sandali la maglia, la gonna il reggiseno e si coprì con lo scialle di sua madre, rimase lì,
guardando il soffitto ed ascoltando i rumori della casa e dalla parete i rumori dalla stanza
della sorella.
 
La casa era silenziosa, un appartamento al quarto piano in una zona di Firenze chiamata
Campo di Marte, sotto la collina di Fiesole, un condominio abitato da vecchi silenziosi
ed invisibili, mai una musica ad alto volume, mai un grido di bambino, mai un nulla
abbandonato sulle scale. Fantasmi.
 
Miriam sedeva dritta sulla sedia accanto al suo tavolino, teneva un braccio disteso sul
tavolo e l’altro conserto, abbracciato al fianco. La stanza era in penombra, la finestra
aperta con le tapparelle abbassate e le tende chiuse. Un gran silenzio regnava lì dentro,
sul tavolino perfettamente allineati, un lettore cd, una ciotola di porcellana ricolma di
erbe profumate e un grosso libro. Lacrime scendevano dagli occhi chiusi di Miriam.
Silenziosamente piangeva, lo faceva continuamente, appena rientrava nella sua stanza,
quando aveva terminato la lunga fila di movimenti che la conducevano alla fine della
giornata. O alla fine della sequenza legata a un tempo senza spazio.
Cieca, sono cieca, lei mi dice che sono bella e invece è lei che è bella e può saperlo, e può
osservarsi io invece posso solo cercare di crederle quando me lo dice.
Si alzò e si spogliò nuda, completamente, avvicinandosi all’armadio. Con la mano sfiorò
la superficie dello specchio fredda e liscia, il palmo della mano si appiccicò al vetro,
appoggiò anche l’altra mano e si avvicinò allo specchio con tutta la sua persona, il seno  
e le cosce aderirono fermi al freddo dello specchio schiacciandosi nel riflesso, il fiato
scaldava l’aria, un gelido amante, lo specchio, restituiva a Miriam il ricordo di sé e la
sensazione di essere schiacciata da quel ricordo. Socchiuse le labbra e passò la lingua
sullo specchio, con le labbra umide baciava la fredda parete di ghiaccio. Il suo corpo era il
 
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corpo di una ballerina ma dolce, senza quell’eccesso di nervi e muscoli rigidi delle
ballerine, il corpo di una ballerina perché aveva una grazia infantile nelle braccia e nelle
gambe, ed una grazia di donna nei fianchi e nel seno, delicato. Ma quando era nuda aveva
paura, la prendeva il senso terribile dell’oscurità intorno a sé, indifesa, e così, presa la
vestaglia dalla spalliera della sedia se la infilò stretta, con le dita aggiustando per bene il
collo fino al mento e stringendo la cintura in vita. Rimase in piedi quasi al buio, bianca.
Poi si rannicchiò per terra giungendo le mani ed alzando gli occhi ciechi al cielo. Lo
faceva, quando piangeva, per smettere di piangere. Allora sentiva un’onda calda e grande,
immensa, che la raccoglieva e la posava da un’altra parte.
Letizia sdraiata sul letto aveva gli occhi chiusi e pensava ai suoi figli lontani, li aveva
lasciati soli per una settimana, il grande a preparare l’esame il minore alle prese con un
nuovo lavoro. Tutti e due alle prese con la vita di tutti i giorni senza la madre. Se la
caveranno benissimo e quando tornerò li troverò cambiati. Aprì gli occhi, la luce della
sera di giugno sfumava dolce e nostalgica sulle pareti. Nulla come la tua camera di
ragazza può trasportarti nel passato. Eppure il passato non incombeva più su di lei, il
presente e il futuro avevano adesso molta più sostanza. Aveva cassato di incolpare un
astratto passato e finalmente aveva accettato di prendersela lei la colpa degli errori e
dei fallimenti.
E ora voleva scrivere; voleva scrivere quella storia e l’avrebbe fatto. Si alzò dal letto
e rimase in piedi in mutande, con lo scialle fra le mani. Era una donna in ogni sua parte,
dalla pianta dei piedi, alle cosce; i fianchi di chi ha avuto due figli, la pancia anch’essa
morbida e rotonda. Il seno di una donna che ha allattato con tutta se stessa, una donna
che era ingrassata e poi dimagrita, poi di nuovo ingrassata e dimagrita e ora così com’era
a cinquant’anni si trovava bella più di sempre. La rosa quando nella notte d’agosto
bianca e d’oro si erge contro il buio della siepe. Lunghi capelli di castano chiaro e grigio
e qualche ciocca biondissima le coprivano le spalle.
Sentiva il silenzio della casa come fosse il silenzio della vita di Miriam, un silenzio del
mondo, il silenzio di chi non ha immagine di sé. Non più.
Due anni senza guardare, una rara forma di degenerazione irreversibile, due anni senza
vedere più nulla trascorsi nella smania di ricordare e dare parole e suono e odore a ciò
che è solo colore. I colori sono muti, come fa? Si chiese Letizia.
Un abito blu leggero e lungo, sotto nulla. I piedi nudi, i capelli raccolti in cima alla nuca e
gli occhiali al collo. Un libro tra le mani. La mano sulla maniglia ed uno sguardo rivolto
alla camera prima di uscire nel corridoio, era tutto in ordine, era tutto come sempre.
 
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I colori non hanno suono, non hanno profumo... Miriam uscì dalla sua stanza mentre
Letizia si richiudeva l’uscio alle spalle.
Come stai, ti sei riposata?
Sì un pochino, e tu?
Anche io, disse Miriam chinando e volgendo il capo presa all’improvviso da una sorta di
panico, lei mi vede, io non la vedo.
Che bella vestaglia che hai, è bellissima, tutta ricamata.
Sì, è morbida e lunga fino ai piedi come piace a me, indovina di che colore è, disse
Miriam sorridendo e quasi scherzando, ma è bianca! rispose Letizia prendendola
sottobraccio mentre si dirigevano in cucina, no mia cara, è tessuta di fili d’oro zecchino!
Risero.
Letizia accese le luci in cucina e si disposero a preparare la cena, fuori dal balcone
udivano i giri di rondini saettanti contro le pareti della casa e il pigolio dei nidi sotto il tetto,
Letizia guardava il pallido azzurro del cielo solcato dai voli, Miriam sentiva il
profumo del glicine rampicante al cancello giù in strada. Rimasero in silenzio in attesa
della risposta alla loro muta domanda, come dare un suono al blu?
L’unico colore del quale serbava in cuor suo il senso e la vibrazione. Era l’unico colore del
quale fosse rimasta materia nel buio. Perché il blu era il colore dell’interno dell’anima.
Meno male che ho passato la vita a leggere e fantasticare intorno alla vita, disse Miriam,
meno male, sottovoce parlava alla sorella mentre il buio fuori avvolgeva le chiome degli
alberi. Si sporse verso la sedia di Letizia, istintivamente portata a parlarle come stesse
guardandola, in realtà il suo viso era leggermente sfalsato rispetto a quello di Letizia, e
questo creò una sorta di imbarazzo tangibile nell’aria.
Se non avessi passato tanto tempo a camminare e guardare gli alberi, il cielo e il mare,
la città e i volti della gente ora sarei tanto povera, sussurrò, tanto più povera.
Anche io non faccio altro, disse Letizia, nella vita mi sembra di vivere e lavorare e parlare
di continuo, ma quello che mi sembra di fare davvero è di percepire la bellezza intorno a
me, sai, continuò Letizia, anche i figli, si fanno tante cose e tanti progetti, tu non sai la
fatica, le alzatacce per anni ed anni, i compiti, e tutto il resto... poi mi accorgo che l’unica
cosa che mi da una vera felicità è guardarli vivere quando non si accorgono che li sto
guardando.
Letizia senti, disse Miriam e si alzò sfiorando la sedia i fornelli, il frigorifero e
avvicinandosi al balcone, senti dimmi, accarezzando la tenda, dimmi, ma questa stoffa
 
6
che avevi messo per fare le tende, è davvero “quasi “gialla o tu hai detto un colore a caso..
perché io ho bisogno di sapere di che colore è.
Gialla, e Letizia si alza e si avvicina alla sorella, gialla ma non troppo, si avvicina e si
ferma ad un metro da lei. Gialla ma di un giallo latteo, non quel giallo che anche tu non
hai mai amato, sai, quel giallo finto.. è gialla come il narciso, l’avorio antico.. forse, gialla,
colore della crema, ecco, sì, della crema, del gelato alla crema, giallo più bianco, tre quarti
di bianco un quarto di giallo, giallo di Napoli, crema....
Perché io, disse Miriam, trascorro ore del giorno o della notte toccando oggetti della casa,
di cui ancora ricordo il colore e molti mi trasmettono qualcosa, ma questa tenda per me
è un mistero, come un enigma, come fosse una persona, ferma qui in questo angolo ne
sfioro le pieghe e non so chi o che cosa sia.
Letizia si guardava le mani e le dita, osservava le sue dita e quelle della sorella ora
aggrappate alla tenda; scusa, disse, devo andare un attimo in camera.... E corse nella sua
stanza, si chiuse la porta alle spalle e fece come per gridare, ma senza fiato, senza voce,
un grido silenzioso. Poi prese dalla borsa il quaderno che aveva comprato prima di
partire, la penna, e seduta al tavolino iniziò a scrivere senza interrompersi; scrisse per
due ore buone, costringendosi a continuare, nonostante la voce della sua pigrizia le
dicesse, ma lascia stare che tanto non lo finirai mai. A notte inoltrata richiuse il quaderno
e spense la luce. Uscì nel corridoio anch’esso buio e a tentoni trovò e accese la luce
piccola della cucina, quella sotto la mensola dei bicchieri. La cucina tutta ordinata e
pulita era bellissima, come solo la cucina di casa può essere, la cucina dove erano state
bambine e ragazzine e dove la loro famiglia era cresciuta. Con le cure della madre, con le
sue tazzine colorate e le sue mensole e i suoi quadri alle pareti, la vetrina con le foto delle
gite e dei gatti, Miriam con le trecce al saggio di danza, Letizia con un abito scollato nero
ai suoi diciotto anni. La cucina serbava ancora lo stesso profumo e nonostante che
Miriam non vedesse più, sopravviveva nei suoi colori alla vita passata lì dentro.
Letizia si avvicinò alla tenda e la carezzò, un leggero vento trascorse fra il balcone e
l’interno della casa. Si sedette al tavolo e con le mani poggiate sul legno rimase a pensare,
forse dovrei rileggere quello che ho scritto ... Sì, comincio.
Spense la luce e si avviò nella sua camera. Mentre al buio cercava l’interruttore della
lampada sul tavolino sentì la porta della stanza della sorella aprirsi con lentezza, con cautela.
Rimase ferma al buio, in attesa.
 
7
Nella notte e nel buio, Miriam usciva dalla sua stanza in camicia da notte, una lunga
camicia di seta con le spalline sottili e un ricamo sul seno, quella della mamma... Letizia
la guardava da dietro la porta con l’uscio socchiuso; Miriam entrò nella cucina senza
accendere la luce.
Letizia muovendosi silenziosa percorse il corridoio al buio avvicinandosi al vano della
porta della cucina, vide Miriam che si avvicina alla finestra illuminata dai raggi della luna
alta nel cielo e dai lampioni in basso nella strada. Letizia immobile con il respiro in gola,
sapeva che il suo era uno spiare davvero sconveniente, spiare una cieca, sapeva che non
avrebbe dovuto. Ma la sua mente aveva bisogno di cibo che venisse da lontano, da un
altro mondo e la sorella era un altro mondo.
 
Miriam sente sulla pelle il sapore del vento leggero e il profumo dei gerani innaffiati, le
foglie umide vellutate e carnose e l’odore pungente, sentiva il fruscio della seta sul corpo
e l’aderire del ricamo sul seno, sentiva le sue spalle magre ed il loro disegno e sentiva più
che mai la forza delle sue dita che sfioravano senza toccare.
Letizia rimaneva nell’ombra del corridoio, immobile, il suo respiro si era calmato, le
sembrava di vedere una parte di sé staccata da sé, in un altro mondo; vide la sorella che
carezzava la tenda color crema con tutte e due le mani, con le dita ed il volto che si
avvicinavano al tessuto poi il volto che sprofondava nel tessuto e le dita che trattenevano
le pieghe e carezzavano e si aggrappavano in movimenti che seguivano come un dialogo muto.
Miriam sussurrava, Letizia respirava, Miriam respirava, Letizia parve ansimare. Un
gemito soffocato, come un calore in fondo al ventre, Letizia guardava la sorella
nell’ombra e guardava le chiazze di luce sulla seta e sulla tenda, un canto di ombre e di
guance lunari...
Poi Miriam parve risvegliarsi per entrare in un altro sogno, prese la tenda con le dita e se
l’avvolse attorno, come un mantello. Rimase nascosta per qualche secondo e poi lasciò
ricadere la stoffa che si richiuse muta come un ventaglio. Miriam si voltò tutta intera, si
stagliava nel chiaro di luna, bellissima ed eterea, il volto aperto, con i corti capelli
indietro sulla fronte e la bocca socchiusa, i grandi occhi spalancati rivolti al buio oltre la
porta della cucina, Letizia immobile nel corridoio guardava la sorella cieca ed ebbe paura,
ebbe paura che una qualche parte del cuore o della mente di Miriam sorgesse improvvisa
l’immagine di lei lì. Invece ci fu solo silenzio, Miriam si passò le mani sul ventre, si
premette il ventre con tutte e due i palmi delle mani, si piegò in avanti emettendo come
un singhiozzo e poi sfiorando le sedie ed i mobili si avviò verso il corridoio; Letizia
 
8
indietreggiò silenziosamente verso la sua stanza e senza richiudere la porta si sedette
su letto, udì Miriam che rientrava in camera sua richiudendo la porta.
Quella notte Letizia ebbe un sonno leggero, le parve di non dormire ma di sostare nel
silenzio, sola, immobile fra mura sconosciute. Miriam nel suo letto non pensava a nulla,
aspettava che fosse mattino.
L’alba apparve senza che ci fosse stata notte alcuna, solstizio d’estate, la casa viveva
ancora dei fruscii delle ore passate la luce tagliente filtrava dalle persiane, fuori tutti gli
uccellini cinguettavano e le rondini avvolgevano l’aria in fili neri.
Letizia si alzò. La giornata non sarebbe cominciata subito per lei, avrebbe passato
un’oretta senza pensare, erano le cinque.
Andò in cucina e mise il caffé sul fuoco, aprì la porta del balcone e rimase a guardare il
cielo, prese un bicchiere e lo riempì d’acqua, sorseggiando ed inghiottendo goccia a
goccia con lentezza e parsimonia tutto il bicchiere. Poi prese la tazzina azzurra e versò il
caffè, s’era portata dietro il quaderno e la penna, mise un cucchiaino di zucchero e girò
lentamente, guardando fuori. L’aria fresca entrava come una invitata piena di vita, la
tenda ondeggiò, Letizia bevve un primo sorso, aprì il quaderno e lesse:
 
”... Così la tua dolcezza sarebbe perfino dolorosa se tu fossi davvero qui, ma il desiderio
di vederti è tanto forte che vi rinuncerei, a quella follia, tanto sarebbe comunque per me
immensamente grande avere il tuo amore. E, ascoltami ancora, questa lettera non so
quando ti giungerà, questa lettera viaggia dentro di me, come il tuo corpo, che viene
dentro di me ogni notte, senza che tu mi sfiori. Ma, nella bellezza del mondo e nel dolore
dell’uomo, in tutto ciò che mi circonda vedo il tuo viso e per me questo è l’amore....”
 
Letizia immobile, con la mano sospesa nell’aria e la penna tra le dita; guarda oltre la
finestra, persistendo in lei un senso integro di ciò che aveva scritto. Si chiedeva se mai
avrebbe avuto il coraggio di fare incontrare quei due amanti sulla via, o sul ponte, sì, sul
ponte alle Grazie. E’ un’idea, pensò Letizia finendo di bere il suo caffè. Le sei.
E’ un’idea, il Ponte alle Grazie.
 
9
Miriam aprì gli occhi e scoprì che non era sola in casa, si ricordò immediatamente della
sorella, ricordò che sarebbe rimasta qui per una settimana, ricordò subito che alle nove
sarebbe venuto Guido. E Miriam non voleva che Guido incontrasse Letizia perché Miriam
voleva Guido solo per sé.
In cucina le sorelle rimettevano a posto dopo colazione, Letizia osservava Miriam in
silenzio e Miriam sentiva quello sguardo su di sé, ma lasciava correre, aveva un solo
pensiero, trovare il modo che sua sorella non incontrasse Guido.
Senti, disse Mieiam, dovrei fare la spesa ma non mi sento di uscire, ho un pochino di
male alla testa, ti andrebbe di andare al mercato a prendere la frutta e la verdura, ti
andrebbe?
Letizia lavava le tazze, le sciacquava sotto l’acqua fresca, disse, certo, figurati.
Allora guarda, fece Miriam con entusiasmo e una certa fretta, allora vai subito, che poi
viene caldo, al mercato di S. Ambrogio, ti ricordi?
Certo che ricordo, va bene, va bene, vado a vestirmi... E Letizia andò in bagno e chiuse
la porta, a chiave.
Si guardò allo specchio, velocemente si dette una sistemata ai capelli con le dita, come
fossero pettini, si sciacquò il viso e passò la matita sugli occhi. Infilò un vestito e riuscì
nel corridoio. Miriam cantava in cucina, Letizia andò in camera sua, sedette un attimo al
tavolino, riaprì il quaderno, “ ... ma nella bellezza del mondo e nel dolore dell’uomo, in
tutto ciò che mi circonda io vedo il tuo viso e per me questo è l’amore...”
Pensò: perché nel dolore dell’uomo, che c’entra il dolore dell’uomo con l’amore per un
uomo, e cancellò quella frase lasciando la bellezza del mondo, certo, pensò, nella bellezza
della natura, nei fiori, nel vento, l’amore per lui, non nelle piaghe dell’Africa e nelle
guerre di religione.. certo.
Sentì bussare alla porta, Miriam entrò con il volto contratto rivolto verso l’alto, il lungo
collo nervoso, Letizia, non vai?
Sì certo che vado, rispose lei, e si alzò continuando a guardare la sua calligrafia sul
quaderno, sovrappensiero; e sempre più impaziente Miriam le chiese, cosa fai, allora?
Leggo, rileggo, correggo...
Sì ma lo puoi fare dopo, no?
Miriam prese la borsa e guardò l’orologio, le nove, vado.
S’avviò alla porta di casa senza più guardare la sorella, era presa da altro e da una leggera
sensazione di fastidio. Ma non sapeva perché.
 
10
Scendendo le scale ripensava al dolore dell’uomo e all’amore per un uomo soltanto.
Perché aveva scritto che era nel dolore dell’uomo che trovava il viso dell’amato.
Passi che salivano le scale.
 
Miriam sedeva nella sua stanza con il cuore che batteva forte, una mano sul petto e l’altra
sulla gola. Attendeva il campanello, attendeva di sapere la sorella già dietro l’angolo della
via, sperava in un ritardo di Guido. Fuori il calore del sole cominciava a penetrare
attraverso le persiane.
Letizia vide un uomo salire verso di lei e sostare sul pianerottolo per farla passare,
scendendo guardò l’uomo di sfuggita e poi per una frazione di secondo negli occhi, neri,
scurissimi e profondi sotto sopracciglia scure, un uomo alto e magrissimo, vestito con
estrema semplicità, capelli scuri solcati di grigio e mani libere, infilate nelle tasche dei
pantaloni, buongiorno, buongiorno, disse Letizia mentre gli passava accanto abbassando
lo sguardo, improvvisamente colpita come da un’intuizione alla quale non seppe dare
motivo. Uscì dal portone aperto ed imboccò la via ripensando all’uomo del suo racconto
e mantenendo costante l’impressione ricevuta sulle scale.
La città percorsa a piedi è un viaggio fra distanze diverse, piccole sempre più piccole,
marciapiedi, biciclette con la catena ai pali, semafori, radici di platani ombrosi, negozi
conosciuti, altri mai visti; lentamente Letizia si fece prendere dal momento,
dimenticando il suo scrivere, lasciando che esso scorresse dentro di lei, sotterraneo.
La sotterranea sensazione d’esistere davvero, non solo negli atti compiuti verso gli altri,
il  cibo, le cure, le preoccupazioni, ma un solitario giardino rinchiuso in alte mura, un
cancello stretto, nascosto da rovi e rose pungenti, una chiave. La sua proprietà privata,
della quale nessuno conosce l’indirizzo... Cammina, sente crescere la sua storia, sente
che le parole si chiamano l’un l’atra per comporre momenti, non come esercizi di stile, e
ritorna prorompente la sua vena di giovinezza in panni di donna, in vesti mature, in vesti
di solitaria semplicità, la vena della ragazza senza padroni. Un mazzolino di viole di carta
cadde da una finestra portato da vento.
Il suono del campanello di casa, forte, troppo forte, improvviso, desiderato e temuto, no,
non ora, ancora no, aspettiamo ancora, rimandiamo, la prossima settimana, lasciamo stare.
 
11
Miriam si alza dalla sedia, si avvicina allo specchio con lo sguardo cieco perduto altrove,
ma nei gesti compie il necessario, si toglie i capelli dalla fronte, si stringe la cintura di
stoffa del vestito, s’infila i sandali e si sfiora le ciglia e le sopracciglia, le labbra, il collo e
con tutte e due le mani si accarezza il petto, la pelle è liscia, qualche ruga sul collo, gli
orecchini tintinnano al tocco delle dita. Con le braccia aperte attraversa la porta della sua
stanza e giunge di fronte alla porta di casa, il campanello suona di nuovo, lei apre la porta
rimanendo scostata verso il muro.
E Guido: eccomi, scusa, posso entrare, come stai, fa già molto caldo.
Vieni, entra, vieni in cucina, ti prendo dell’acqua fresca.
Guido la segue, la segue a distanza, Miriam sente lo sguardo di lui sulla schiena, uno
sguardo perfetto, lungo la schiena, poi si volta porgendo un bicchiere colmo d’acqua, gli
sta di fronte e sente lo stesso sguardo, lo sente su di sé, uno sguardo perfetto.
La voce di lui la calma e nello stesso tempo la turba profondamente. E’ una voce gentile,
un poco imbarazzata, cauta, quasi un bisbiglio, come se lui avesse paura di romperla.
Andiamo di là.
Sì, andiamo.
La pendola del salotto segna il quarto d’ora, Miriam sente quel rintocco e si siede sulla
poltrona, la finestra socchiusa alle sue spalle, la luce investe Guido che le siede di fronte.
Lei sente sul collo il calore che entra, insieme all’aria.
Come stai, le chiede lui ancora, bene, dice lei, è qui mia sorella, per qualche giorno, ma
ora è andata a fare la spesa, sai, ha bisogno di stare un poco di tempo lontana da casa,
troppe cose la assorbono e non ha più tempo, sta scrivendo qualcosa.
Miriam non sapeva come fare a fermare il ticchettio della pendola.
Vado a prendere il libro, Guido si alza e ritorna con il grosso libro preso sul tavolino di Miriam.
 
Guido legge lentamente, con la voce quasi monotona, legge e tiene gli occhi bassi, sul
libro. Miriam rimane ferma, non riesce ad estranearsi dall’impressione che ha da quella
voce, cerca di trattenere, ma non riesce. Sa che il tempo scorre indifferente e si è fatta una
ragione di questo. Guido cede alla sensazione che lei non stia ascoltando, il francese per
lei è davvero tanto importante? Lettore, viene qui una volta ogni quindici o venti giorni e
legge poeti francesi a questa strana donna cieca, magra, silenziosa e severa, quasi
trasparente, forse amabile, forse fonte di passioni, e forse troppo appassionata, dietro
quella calma assente, senza sguardo e senza sorriso. Guido, in trappola per un’ora a volte
 
12
riesce a dimenticare tutte queste considerazioni e immagina di amarla, parlandole in
francese, sul divano azzurro e immagina perfino che lei gli sorrida.
Ma la distanza rimane invalicata ed ogni volta è come se fosse l’ultima. Non osa toccarla,
non osa parlarle, legge. Forse crede d’amarla. Forse crede sia impossibile amare una
creatura così.
 
Miriam pensa, mi spoglio nuda, di fronte a lui, la prossima volta che viene, cosa può fare,
cosa potrebbe dire, avrebbe sì o no voglia di sfiorarmi, almeno; che impressione
potrebbe avere, nuda, indifesa, cieca, non potrei vedere il suo viso, non saprei mai se
sorride o se fosse un sorriso di scherno, non lo saprei mai, rimarrei lì di fronte a lui, ecco
guarda sono così, io, e mai saprò come sei tu.
Questo pensiero, come ogni volta, le rimane nella mente come fosse il colore vero, non
più un colore materiale ma il colore del desiderio.
 
Letizia compra ciliegie, albicocche, pomodori e insalatine, compra pane e schiacciatine,
vongole e spaghetti, prezzemolo basilico e pecorino, olive.
Girella tra i banchi del mercato, sovrappensiero, immersa nel dolce senso di libertà,
quando sai che sei libera e quasi ti sembra normale, senza farsi prendere dall’entusiasmo
ma con cauta dolcezza, ecco, una strana dolcezza nel cuore. Per la sua solitudine, per quel
pensiero costante che l’accompagna sempre, vivere dentro una storia cui deve dare vita.
Con difficoltà. Ma forte intenzione. Convinzione. Ogni possibilità era contemplata, ogni
giorno quello buono, lei non aveva l’eternità di fronte per vivere ancora, qualche decina
d’anni. I suoi figli avrebbero proseguito il cammino. Di questo era certa e ciò la rendeva
serena. E quell’inquietudine che aveva dentro non era proprio paura della morte, ma
desiderio. Puro e necessario desiderio. Desiderio di appartenere e stupore, ogni minuto
lasciava dietro di sé qualcosa per poter prendere qualcosa d’altro e sentiva una terribile
commozione e pietà per sé stessa ma più ancora per il mondo ed il suo dolore ; proprio
questo la riempiva di amore, avrebbe voluto percepire tutto questo con qualcuno in quei
momenti, abbracciarsi per qualcosa che commuove e che commuove anche qualcun altro.
Sì, invece! Mormorò Letizia adesso convinta; sì, il dolore dell’uomo e il volto amato,
io posso guardare il dolore del mondo se so che ci sei, posso amarti solo se posso
comprendere insieme a te il dolore del mondo, solo allora l’amore fra noi sarà completo.
 
13
Letizia allora si ferma e appoggia le borse della spesa, tira fuori il quaderno nero dalla
borsa e la penna, riscrive la frase che ha cancellato...”...nella bellezza del mondo e nel
dolore dell’uomo ed in tutto ciò che mi circonda io vedo il tuo viso e per me questo è l’amore.”
Si avviò lentamente verso casa traversando a piedi sotto il sole i suoi viali alberati e la
ferrovia. Sul ponte al Pino. Sorridendo.
 
Guido richiuse il libro, un’ edizione di molti anni fa di poeti francesi, vecchia, con la carta
ingiallita e le pagine aperte chissà quando da un tagliacarte. Lo richiuse e rimase in
silenzio guardando Miriam che in controluce era di fronte a lui. Le aveva letto varie
poesie di Paul Eluard, alcune come gridi di imperfetto amore, altre di indifesa perfezione.
Miriam sorride, ora, appena appena, per ringraziarlo.
Sai, gli dice, per me è davvero musica risentire queste poesie in francese, vorrei che tu mi
chiarissi la traduzione di certi versi che non riesco a tradurre da me, per esempio... e gli
disse, e lui cercò nel libro e le spiegò la traduzione.
Le dieci.
Vado, e Guido si alzò dalla poltrona mentre Miriam a capo chino chiude gli occhi.
Dove ritroverò questa strana condizione di felicità e straziante dolore. Quando e come.
Guido aveva bisogno di uscire, invece, aveva da fare.
Miriam gli porse la mano e lui la prese, dubitando, in quel gesto, ma non potendone fare
a meno, lei ancora a capo chino si sollevò in piedi e con le mani si aggiustò l’abito, lui la
guardava con curiosità, lei sorrideva silenziosa, un brivido la attraversò, non sentiva altro
che il suo desiderio, fisico, il desiderio d’esser stretta in un abbraccio. Guido sentiva se
stesso attratto, improvvisamente un’attrazione fisica e mentale fortissima, la sua parte
s’imponeva in tutta la sua vitalità.
Miriam, come sei bella oggi.
Miriam alzò il viso verso di lui, lo sguardo assente rivolto a un punto oltre il suo viso, in
controluce i capelli un’aureola chiara, il disegno del collo e delle spalle netto contro la
luce della finestra, la mano di Guido s’avvicina al collo di lei un dito la sfiora dall’orecchio
fin sulla spalla, la mano di lei avvicinata a quel dito per trattenerlo, l’altra mano che la
carezza sulla spalla, le mani che le prendono le spalle la attirano a sé, il viso che si china
verso di lei, lei che in punta di piedi raggiunge la sua bocca, un attimo di vuoto, poi le
labbra si avvicinano e si sfiorano, lui la stringe appena e lei si lascia andare, un bacio,
intensi richiami di acque.
 
14 
Il desiderio sparge e poco dopo raccoglie.
Si stringono, lei pensa che la sorella stia per tornare, ma non le importa più, lui pensa con
una briciola di sé, ma cosa sto facendo.
Ma intanto si appoggiano alla spalliera della poltrona, lui le solleva la gonna e le infila la
mano fra le cosce calde, lei, ora, ad occhi chiusi, s’inebria di odori e respiri, di mani e dita,
di stoffe e cerniere che scorrono, di polsi e di aperture, di entrate profonde e di spasimo
impossibile; anche ora, mentre lui le entra dentro, appoggiati alla spalliera della
poltrona, lei pensa che dimenticare non sarà possibile, lui pensa solo a quanto è stretta
l’entrata e a quanto poco riuscirà a rimanere lì dentro, senza venire, si ferma, la guarda,
lei con gli occhi chiusi sembra che veda, con gli occhi chiusi lei vede, ne è certo, le spalline
del vestito sono calate all’altezza del ventre, il seno è scoperto, lo prende con la mano e lei
geme facendolo sprofondare senza controllo e in silenzio lei lo accoglie mentre lacrime di
piacere le scendono dagli occhi chiusi.
Un attimo di pausa, tre battute, poi lentamente si riaprono gli occhi, sospiri, un gemito,
sospiro profondo e in lei una preghiera, che non mi abbandoni, ora.
Guido con cautela si allontana sorreggendola con un braccio, lei è leggera mentre lui è
incagliato fra gli scogli, lentamente si disincaglia, riporta il suo corpo al largo, si sente
vuoto, s’appoggia con la mano alla spalliera della poltrona, con l’altra mano tiene la mano
di lei che rimane aggrappata.
Lui le dice, sai, ho una donna che amo, e lei sente un disastro crollarle addosso e una voce
che le dice aspetta, aspetta a crollare, lui le dice, la amo, ma credo di amare anche te.
Lei ricomincia a volare, e dice, chissà, forse anche io ti amo. Una forza del tutto nuova in
lei si erge al di sopra di ogni contingenza e dice, Guido, ti aspetterò.
Miriam, fa lui, adesso devo andare, ti telefono, sei bellissima, credimi.
L’uomo uscì nel sole della strada come liberato e nello stesso tempo come se l’ancora non
fosse completamente tirata a bordo con la sensazione d’essere trattenuto da un dubbio
dubbio.
Miriam rimane appoggiata alla spalliera della poltrona, si tira su le spalline, si stira il
vestito, le sembra che tutta la stanza sia ancora piena di sussurri e respiri e che l’odore
dell’atto compiuto sia presente in ogni particella dell’aria che respira. Agrodolce.
 
Il sole non faceva discorsi, non ne aveva bisogno, s’imponeva lasciando senza fiato i
marciapiedi, un giugno caldissimo e Firenze non aveva pietà, l’aria era immobile,
 
15
mancava il respiro e mancavano i canti dei grilli, rumori invece, automobili e motorini,
autobus e camion, la strada era senza stagioni, sempre uguale. Letizia camminava con le
borse della spesa, aveva il pensiero a galla nel suo mare. Non sentiva la fatica, solo sete.
Si fermò un attimo e vide un piccolo bar sul viale dei Mille con due tavolini sotto un
ombrellone bianco. Si disse, e perché no! Si sedette e ordinò un succo di pomodoro,
condito per favore, mi porta anche due olive, grazie! Guardava di fronte a sé i tetti delle
case dall’altra parte della strada. Riconosceva esattamente tutti i contorni. La mente
galleggiava nella storia, la donna e l’uomo che si amavano senza vedersi, mai. Ma quel
“mai” sembrava sembrava un “sempre”... Prese il quaderno e cominciò a scrivere, le borse
della spesa per terra, le vongole pericolosamente esposte al gran calore. Ogni tanto
mangiava una ciliegia. Scriveva perché quel mai era un sempre, ed il sempre somigliava
al mai. La donna aveva paura di perderlo, l’uomo la rassicurava, t’amerò sempre, mentre
lei sentiva quel sempre trasformarsi in un mai. T’amerò sempre non ti amerò mai.
Perché.
 
“ ... manca il tempo, fra di noi, noi non abbiamo un tempo, siamo fuori dal tempo, come
tu hai voluto, come io ho accettato quando capii che il mio era amore. Il tempo trasforma
l’idea in una realtà viva, senza il tempo la materia di cui siamo costruiti non si consuma, e
non consuma tempo. Ed io impazzisco a volte, a volte piango, disperazione, impotenza,
sussulti di piacere...”
Che cosa avrebbe fatto lui, dalla terra lontana, dai suoi viaggi, dal suo altero rifiuto?
Letizia cessò di scrivere come aveva cominciato, istantaneamente.
Sporse il viso sulla tazzina, le olive erano finite, le due, sono già le due... Paga e si avvia
velocemente verso casa.
 
Miriam aveva avuto tempo invece, anche se non sapeva che lo avrebbe avuto.
Si era sciacquata nel bagno e si era seduta in cucina, il viso nel palmo della mano il
gomito appoggiato. Lo sguardo senza sguardo perso comunque là da dove proveniva il
tenue chiarore della finestra. Aveva avuto ciò che desiderava da tanto, almeno un anno,
un anno di attesa, un anno d’amore. Ora stava lì ferma e non le sfuggiva la coincidenza
con la visita della sorella.
Perché solo oggi è accaduto, oggi che Letizia è qui, forse che la realtà diventa reale
quando qualcosa o qualcuno ci scandisce il tempo, lei è per me la realtà, lei è la donna,
io sono e sono sempre stata l’incompiuta.
 
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Ma il tempo passava e Letizia non tornava. Miriam s’innervosì, Miriam avrebbe voluto
che la sorella piombasse in casa quando ancora tutto era appena accaduto, avrebbe
voluto che lei rimanesse per un attimo sorpresa, che fosse costretta a domandarsi,
qualcosa qui è accaduto, ma cosa?
E invece nell’aria svaporavano pian piano le gocce e s’asciugavano al grande calore.
Miriam non sapeva cosa fare, le sembrava di non controllarsi più, aveva bisogno che
Letizia tornasse e le riempisse quel vuoto, s’alzò e con determinazione prese le chiavi
di casa e il bastone. Si tirò dietro la porta e prese l’ascensore.
Aveva indosso occhiali da sole, scurissimi, neri, con una montatura grande che le copriva
metà del viso, il vestito era chiaro con fiori viola e foglioline verdi, teneva il bastone
avanti a sé ed assaggiava il terreno. La gonna ondeggiava fra le gambe ed i sandali erano
ornati da una margherita bianca e gialla. Ma lei tutto questo non lo sapeva, il vestito lo
aveva comprato per la stoffa e per il modello, chiedendo alla commessa di che colore
fosse. E’ bello signorina, le sta così bene, lei con quel vitino...
Firenze non perdona, si passeggia sotto questo sole immaginando il profumo del mare,
ma il mare è molto distante, il mare.
L’avevo desiderato, l’avevo ascoltato senza sapere nulla del suo corpo, sapevo che era alto
dalla distanza della voce, sentivo la sua persona accanto a volte, ma toccare i suoi capelli
e accarezzare la pelle così, senza vie di mezzo, direttamente dal sogno all’amplesso e solo
la sua voce a tradurre in attesa lo spazio fra noi... Camminava girando intorno all’isolato.
Si portava a spasso.
Aspetterò, lo aspetterò. E questa sarà la mia canzone e voglio che sia viva e voglio che,
fosse anche solo una goccia nel mare, essa sia perfettamente incastonata nella mia vita.
Non mi importa se ha una donna che ama, amerà anche me, fino a che potrà ed io non gli
chiederò nulla, solo di venirmi a trovare ogni tanto e di amarmi come oggi... e se era un
sogno l’ho trasformato in realtà, piccolissima, talmente piccola che lui non se ne
accorgerà neanche. Ma per me sarà oro. E non gli chiederò di più, perché io sono e sarò
cieca, e presto si stancherebbe di me perché vivo in un altro mondo. Così, solo così.
 
Dopo le due Letizia rientrò a casa ed appena entrata s’accorse d’essere stanca, poggiò le
borse della spesa in cucina e chiamò, Miriam! Scusa il ritardo, Miriam! Ma Miriam non
c’era, uscita, è uscita con questo caldo... Prese il telefono e chiamò i figli. Ciao amore,
raccontami un po’ come ve la cavate... sì certo, anche io, no, tutto bene, la zia se la cava
 
17
anche lei benissimo, trova tutto e fa tutto da sé, e voi? ... Che tesori, va bene, ma mica
siete ciechi voi due, dove sono i saponi lo sapete benissimo,.... La lavatrice?... sì, metti la
manopola grande sul due e quella piccola a destra sulla lettera C, giusto, bravo... studi?
Tuo fratello? Va bene, a stasera, saluta tuo fratello, ciao, ciao tesoro.
Faccio la doccia.
 
Nuda, si avvia verso il bagno e passa davanti alla porta del salotto socchiusa.
Sbircia dentro, la finestra semi aperta, le poltrone leggermente spostate, un cuscino per
terra ed il libro di Miriam sul tavolo, aperto, le pagine si sfogliano da sole al venticello che
entra dalla finestra, Letizia entra a piedi nudi, sente la corrente calda sul corpo e
percepisce un qualcosa di estraneo, di inimmaginabile.
 
Giunge al tavolo e osserva il libro, aperto e illuminato da una strisciolina
di sole... Nusch
 
Les sentiments apparentes
La légèreté d’approche
La chevelure des caresses.
 
Sans soucis sans soupcons
Tes yeux sont livrés à ce qu’ils voient
Vus par ce qu’ils regardent.
Confiance de cristal
Entre deux miroirs
La nuit tes yeux se perdent
Pour joindre l’èveil au désir.
 
La mano aperta sulla pagina, il cuscino per terra, il silenzio irreale nell’ora più calda,,
silenzio nella strada, solo qualche rondine, e auto lontane sul viale. In casa alcun rumore,
la pendola e il suo ticchettio e Letizia nuda illuminata dalle strisce di sole e la mano sulla
pagina. Ricordava quella poesia, nel leggerla le sopravvenivano nuovamente le rime in
 
18 
francese. Ma qualcosa ugualmente non coincideva. Si mise una mano sul seno
schiacciandolo, le strisce di luce abbagliavano parti di sé, dalla finestra il balcone di
fronte, sul balcone una donna anziana pulisce una scopa, dietro di lei la casa al buio.
Letizia con la mano sul seno getta indietro la testa e tutti i capelli le scivolavano sulla
schiena, il sole nelle sue strisce illumina il ventre e le cosce.
La donna di fronte volta le spalle al balcone e rientra in casa, al di là di essa un uomo
anziano usce sul balcone con una tovaglia e alza lo sguardo all’altro lato della strada e
guardando vede nel buio della finestra di fronte una donna, nuda nella penombra con
una mano sul seno, un seno grande, traboccante; per un istante Letizia guarda fuori e
vede un uomo anziano, con le mani poggiate alla ringhiera, una tovaglia penzoloni, il
volto in ombra, con lo sguardo perduto nella sua finestra, così le viene un pensiero
estraneo a lei stessa ma puro, toglie la mano dal seno e resta immobile nella striscia di
sole nel buio, il suo seno stava lì al centro del buio come un sogno. Poi Miriam vide
l’uomo chinarsi giù verso la strada e rialzare lo sguardo e Miriam se ne uscì dalla stanza
offrendo un ultimo segno di sé, un sedere candido nel passo d’andar via.
 
In quel momento Miriam riapriva il portone e chiamava l’ascensore.
 
Letizia sotto la doccia, Miriam rientrata, Letizia seduta sullo sgabello del bagno si asciuga
i piedi, i capelli gocciolanti, Miriam in camera sua si spoglia nuda e si avvia nel bagno per
fare la doccia, scusa, entrando, mi faccio la doccia, certo, ho finito, disse Letizia alzandosi
in piedi con un asciugamano sulla testa.
Miriam le si accosta e non capisce se ha spazio per passare, Letizia non si sposta, ha
sentore di qualcosa di strano nella sorella, come se anche non vedendo fosse però più
attenta, più presente...si sfiorano nello stretto passaggio fra il muro ed il lavandino, il sole
entra senza ombre nel bagno, Miriam sotto la doccia e Letizia di fronte allo specchio che
si pettina.
Ho fatto all’amore, e l’acqua scroscia;
Come? Letizia si blocca fissando la sua immagine nello specchio.
Ho fatto all’amore con lui, oggi. Il suono dell’acqua copriva a tratti le lettere delle parole
Hai detto: ho fatto all’amore con lui? Hai detto così?
Sì, ho detto così, ma l’ho anche fatto, davvero, in salotto, sulla spalliera della poltrona di
papà... quella di fronte alla finestra, credo che la finestra fosse chiusa, credo, non lo so;
 
19 
Tu dici ho fatto all’amore con lui oggi... ma con chi hai fatto all’amore?
Con un uomo che già da un anno viene da me, mi legge delle poesie in francese e si
chiama Guido, forse ha quarant’anni o forse trentacinque, non lo so.
Letizia continuava a fissare la propria immagine allo specchio e dopo un istante di
incertezza disse scandendo bene le parole, secondo me ne ha quaranta e forse forse
qualcuno di meno.
E tu come lo sai, la voce di Miriam si fece guardinga, chiuse l’acqua e nel silenzio attese la
risposta dalla sorella.
Se è lui lo ho incrociato per le scale mentre scendevo, stamani. Alto moro, magro.
E’ lui sì, alto e magro, moro non lo so.
Miriam riaprì l’acqua, Letizia prese un abito chiaro dall’attaccapanni e se lo infilò, dalla
testa, prese le mutande e se le infilò, con i capelli umidi guardava la doccia chiusa e la
sagoma rosata della sorella che in silenzio si risciacquava.... Non sapeva se chiederle o
non chiederle, scelse di uscire in silenzio dal bagno e andare a preparare da mangiare, se
non altro, dopo l’amore si ha sempre fame, e allora?
Pomodori gratinati e mozzarelline.
 
Ti sembra ora di pranzare? Miriam apparve sull’uscio della cucina con un asciugamano
avvolto sul corpo e i capelli corti bagnati, facciamo merenda, che dici? Entrava in cucina
con un sorriso nuovo, sembrava che vedesse ed anche se il viso non era rivolto al punto
giusto e gli occhi mantenevano la solita fissità di assenza di sguardo, in compenso i tratti
ed i lineamenti si erano trasformati, come se prima ci fosse un velo che impedisse agli
altri di vedere il suo viso, non solo la cecità le impediva di vedere, ma impediva anche agli
altri di vedere lei, quella vera.
Ora sembrava che quel velo fosse svanito.
Siediti, disse Letizia, siediti e se vuoi raccontami, altrimenti non importa, posso
immaginare, è la mia più gran virtù.
Cosa stai facendo, chiese Miriam, cosa tagli, c’è profumo di origano... cerco di raccontarti
di lui, sì, era bello, aveva la sua voce solita, ci penso sempre, ci pensavo sempre a quella
voce ed ogni volta mi dicevo, questa volta mi spoglio nuda di fronte a lui...
Il volto di Miriam era vivo, aveva ora la mobilità della vita vissuta, la morbidezza della
pelle quando è stata toccata, perfino le sue spalle erano più vive, il disegno delle clavicole
era più netto, le luci e le ombre non avevano più paura di fermarsi su di lei.
 
20
Letizia tagliava con cura a metà i pomodori, quelli lunghi, rossi e carnosi, li svuotava un
tantino, e li riempiva di pane raffermo sbriciolato, pezzetti di mozzarella, capperi, sale
origano e un pizzico di peperoncino e li allineava nella pirofila tonda, irrorandoli d’olio...
dimmi, quanto tempo era che non facevi all’amore.
Anni, tre magari quattro, non me ne accorgevo neanche più, ma quando ho conosciuto lui
ho cominciato ad accorgermene, ho sentito mi mancasse dimostrare l’amore, anche così.
Letizia alzò lo sguardo verso il cielo e rimase immobile con il coltellino in una mano e
nell’altra un pomodoro... Come dici, dimmi ancora, tu avevi desiderato che avvenisse
questo fatto per tanto tempo, e lui, e lui dimmi, e lui? Lo desiderava anche lui?
Non so, non lo so, credo di sì, se posso credere a quello che sentivo, sì, lo desiderava ma,
sai, ha una donna che ama, ha una donna che ama molto... ora per la verità non so
nemmeno se si farà più vivo, non lo so.
Bisogna vedere se per lui tradire la donna che ama è tradimento oppure no,
disse Letizia  ad alta voce.
Bisogna vedere se fare l’amore con me, per lui, è tradire la donna che ama o no, disse
Miriam a voce bassa e bisogna vedere se l’amore riuscirà a rimanere nella sfera perfetta
della mia vita.
 
I pomodori gratinati perfettamente, le mozzarelline in cerchio nel piatto blu, Letizia
prende la mano della sorella nella sua e le dice, apri la mano, delicata, così, brava, fidati,
ecco, così, adesso segui me, attenta che brucia, e le fece sfiorare con il palmo della mano
la superficie dei pomodori, con il pane grattato dorato dal grill; Miriam fece un gridolino,
brucia! Sì, lo so, ridendo Letizia allora fece passare il palmo della mano della sorella sulle
mozzarelline fredde, Miriam sentiva delle collinette fredde gelate sotto il suo palmo,
incantata...
Le vedi? Le vedi le mozzarelle, li hai visti i pomodori, e dimmi con le mani come vedevi lui...
Lui, lui, Miriam si leccava il palmo della mano, lui era articolato, magro, odorava
vagamente di profumi indiani, aveva dei polsi magrissimi e forti e le costole lunghe,
il  collo piegato verso di me metteva in risalto le vertebre, le labbra... morbide, che devo
dirti, bello.
E adesso Miriam, disse Letizia sorridendo, adesso mangi con le mani, voglio che mangi
con le mani, perché quello che ti cucino io lo devi mangiare con le mani... come lui lo hai
visto con le mani, il mio cibo lo assapori e lo vedi con le mani. Dai! Dai!
 
21
Un bicchiere di vino bianco e una serata passata a parlare di vecchi amori. Poi a letto.
Buona notte, un bacio.
Letizia nella sua stanza sedeva al tavolino, il quaderno di fronte, le ultime righe scritte nel
bar sul viale dei Mille...” ...ed io impazzisco a volte piango, disperazione, impotenza,
sussulto di piacere...”
E continuò a scrivere.
 
“ Speranza. Che il tuo cuore abbia pietà, non tanto di me, ma dell’amore, che è sempre un
miracolo, anche se non lo condividi, è un miracolo.”
 
Adesso io vado sul Ponte alle Grazie, a vedere che tempo fa... e così Letizia scrisse...
” L’inverno fu rigido quell’anno, venti freddi e umidi trapassavano ogni giorno la città
seguendo il tragitto del fiume. La donna aveva ricevuto una lettera, l’aveva infilata con
cura in fondo alla borsetta di velluto ricamata ed era uscita nel vento, incamminandosi
dal Ponte Vecchio verso il Ponte alle Grazie; aveva un passo sicuro nei suoi stivaletti col
tacco, seguiva un istinto, viveva nell’intarsio accurato della sua storia curandone ogni
minimo particolare. Giunta sul ponte con il vento alle spalle tirò fuori dalla borsa la
lettera e lesse:
Mia adorata, ovunque ti trovi lì sarà il luogo dove ci incontreremo e dove ti abbraccerò
finalmente e ti bacerò ancora e ancora. Sarò di nuovo a Firenze fra circa un mese, una
mia nuova lettera ti giungerà per darti maggiori chiarimenti sulla mia venuta. Sappi che
in ogni attimo della vita ed in ogni faccenda io sia occupato tu sei sempre con me e ti
penso e ti sento vicina... Elisa, mia dolce Elisa, tuo Federico -.
La donna asciugò una lacrima e un’altra ancora, stringeva la lettera con gli occhi perduti
nel cielo grigio lontano, allora mi ama, allora è disposto a venire per vedermi, allora non
può fare a meno di me... Il cappello legato con un nastro di velluto le proteggeva i lunghi
capelli, ed il cappotto lungo abbottonato svolazzava controvento. Una figurina scura
stagliata in mezzo al ponte e sotto di lei il tumulto dell’Arno.”
 
22
Miriam richiuse il quaderno e appoggiò con lentezza la penna sul tavolino, sotto la luce
dorata della lampada.
Dalla finestra spalancata giungevano voci di ragazzi fermi di fronte al portone. Spense la
lampada e rimase al buio si spogliò e si infilò la camicia da notte, aveva dimenticato di
chiamare i figli, mezzanotte, saranno sicuramente svegli... Uscì nel corridoio e compose il
numero, nessuna risposta, sono fuori, a quest’ora, beh! in fondo è solo mezzanotte,
saranno al cinema, o in pizzeria, dopo qualche istante la voce insonnolita del figlio più
piccolo. Pronto? Oh, tesoro scusa, dormivi?
E certo che dormivo, mamma, io mi alzo alle sei per andare a lavorare, che cavolo mi
telefoni a quest’ora!
Scusa, scusami amore, un bacio, un bacio, buonanotte.
Buonanotte mamma.
Un sorriso d’orgoglio. I ragazzi se la cavano benissimo, sono più io ad avere bisogno di
loro che loro di me.
 
In cucina si avvicinò alla tenda, la accarezzò dolcemente, affondò il viso nelle sue pieghe
immobili, un accenno di vita fuoriusciva dal tessuto color crema, Federico.
Nusch
 
Sentimenti visibili
Vicinanza leggera
Chioma delle carezze.
 
Senza ombre né dubbi
Dai agli occhi quel che vedono
Visti da quel che guardano.
Fiducia di cristallo
Tra due specchi
Ti si perdono gli occhi nella notte
Per unir desiderio e risveglio.
 
23
Questa poesia può esser solo per Miriam, pensava Letizia, sangue tranquillo, appagata
sino in fondo, perfino della sua stessa cecità, un limite che ti corrode ma ti chiude in un
cortile ermetico e spoglio dal quale neanche volendo o ribellandoti puoi uscire, come un
voto. Io invece sono in balia del mondo, le vedo le vie d’uscita, vedo anche quelle
d’entrata e vedo le vie senza sbocco e questa storia che sto scrivendo mi sta consumando.
E in fondo anche lei, la mia amata sorella, il gioiello di casa, l’artista del balletto, con le
sue caviglie sottili e il collo eretto, e quello sguardo bizantino, anche lei mi sta snervando.
Letizia adesso in camera sua sembra un animale in gabbia, si domanda, soffri?
Sì.
E perché soffri?
Così, adesso all’improvviso, dopo una cena così allegra, le hai dato una tale gioia con
quella storia delle mozzarelle e dei pomodori gratinati, perché ora soffri, perché?
Letizia lo sapeva, sapeva che la sua solitudine ed il tempo che passava sotto i ponti di tutti
i fiumi del suo sangue, scorreva implacabile. Sapeva anche di non coincidere più tanto
con la donna che era, quella di carne e ossa, aveva disagio nel corpo, avrebbe voluto
essere invisibile, sentiva come un tormento continuo nel guardarsi, era troppo, sono
troppa per me. Ma forse soffro solo perché sono sola, ed in fondo la invidio, mia sorella,
ha fatto all’amore sulla poltrona di papà, dopo avermi spedita al mercato in fretta e furia.
Mi sento un oggetto al servizio di chiunque abbia bisogno di me. E questa Elisa che
attende questo Federico, dovrebbe trovare la forza almeno di dirlo a se stessa ma anche
a lui.
 
“... Federico, tu lo sai, sai tutto di me, mentre tu mi scrivi lettere asciutte e gentili, io ti
inondo del mio tormento, pagine e pagine come passeggiate non fatte e carezze non date,
ogni parola contiene i miei sguardi sottratti all’amore, per donarli al tuo altero rifiuto di
vedermi.
Federico, abbi pietà di me, non dirmi più che il mio amore per te è la luce e l’aurora di
ogni mattino. Federico, ricorda, io sono viva, respiro e nelle mie dita scorre il tempo,
dalla mia finestra oggi la pioggia, ma domani sarà il sole, e tu sarai sempre lontano....”
 
Letizia richiude con rabbia le pagine, non aveva alcuna speranza di procedere davvero e
poi, tutti scrivono e meglio di lei, ci sono centinaia di libri nelle librerie che parlano tutti
delle stesse cose ed il suo poterebbe essere solo uno dei tanti.
 
24
Mentre dentro le cresce questa inquietudine, nella stanza accanto Miriam sdraiata sul
letto ascolta musica. Con gli occhi chiusi ascolta e ripercorre nella memoria dei sensi ogni
attimo trascorso con Guido, del tutto conquistata dalla speranza di un amore.
Ma non è così, la notte, le notti seguenti e i giorni lenti di giugno, quel tanto d’estate e
quel tanto d’attesa, di cose da fare a rilento; non è così, ricorda, la vita è respiro, tutto
l’altro che c’è lo mettiamo noi.
S’avvicina l’alba, le albe seguenti ed i giorni, nei letti disfatti dormono prese da sogni
diversi le due sorelle, giunte alla soglia dell’età di mezzo, quando quello che sembrava un
orizzonte immaginato si fa prossimo.
Dormono mentre dalle finestre entra un venticello fresco, le lenzuola tirate su da gesti nel
sonno, le gambe libere, le mani morbide, le ciglia chiuse, spolverate d’azzurro.
Ricordi che non vogliono sopravvivere al tempo, Letizia apre gli occhi per prima, azzurri
e lucenti, pieni di lacrime calde, sangue bollente le scivola fra le gambe, ecco! Sì! E’ così,
io sono viva e posso ancora amare, e posso ancora amare.
Miriam dorme ancora invece, nel ventre le si muovono mani segrete che la accarezzano e
rilanciano al cervello addormentato sensazioni recenti, un viluppo di orgasmi e di luci nel
buio. Era luce, era luce.
Aspetta, ascolta, fermati ancora, vorrei dirti che devi aspettare, succede, accadrà, stai
ferma, rallenta, non accettare neanche una briciola dell’ansia che l’istinto ti porge come
veleno sul vassoio, come gli occhi di Santa Lucia, sul vassoio due occhi celesti come frutti
di mare; lascia stare, tu devi soltanto aspettare e tacere, sorridere e non chiedere mai.
Letizia si alzò una di quelle mattine, quando oramai della sua vacanza dalla sorella erano
trascorsi quasi tutti i giorni e la sua storia ha proseguito il cammino e gli amanti divisi
hanno subito intralci e ritardi
 
“... Elisa, mia cara, la frana sul passo del Muraglione non permette alla mia carrozza di
varcare gli Appennini, abbi pazienza, l’inverno finirà...”
Risponde la donna.
“ Federico amatissimo, una brutta febbre ha tenuto la vita di mio figlio sospesa, abbiamo
dovuto pregare giorno e notte che Dio ci facesse la grazia, ogni giorno sono andata alla
chiesa di Santa Maria e Margherita e in ginocchio ho pianto, sai, non posso dimenticare
quel giorno, quando tu entrasti in chiesa correndo, per portarmi in salvo dall’incendio.
 
25
Non posso dimenticare il tuo sguardo quando mi hai presa fra le braccia e sollevatami mi
hai trascinata fuori di lì. Ora la piccola chiesa è come nuova e come nuovo è ogni giorno il
mio amore... riguardati.... “
E l’uomo che le risponde dopo un mese di silenzio
“ Mia dolce colomba, ho dovuto assistere al funerale della mia tenera sorella minore,
portatami via dalla febbre tifoidea, la fanciulla stremata ha tenuto la sua mano nella mia
fino all’ultimo, nel mio dolore ho avuto spesso il coraggio di chiedere al Dio a cui non
credo ma in cui tu credi anche per me, che ti tenesse in buona salute... “
Elisa risponde.
“ Federico! Devo scriverti per raccontarti che Ubaldo mi è venuto a cercare, ieri notte, lo
confesso, ha bussato alla porta della mia stanza ero addormentata e sognavo, la luna
riempiva lo spazio fra la tenda e la persiana, faceva freddo, il suo corpo tranquillo mi ha
riscaldata, in fondo la nostra vita è così tanto felice e lui mi ama con tale dolcezza che a
volte mi chiedo... “
E Federico, infervorato.
“ Elisa, decidi tu, io sono un uomo di mondo, in fondo anche io trovo consolazione alla
tua assenza con donne che pago, ma nel buio quei corpi non fanno che chiamarmi a te,
capisco, non puoi negarti a tuo marito, lui ha dei diritti, quindi considerati libera, e anche
io lo farò, non credere, una gentildonna di Como mi guarda con dolce sguardo colore del
verde della primavera, caso vuole che si chiami Gemma... “
Risponde furiosa la donna.
“ Ah! Tu! Uomo! Così, siete così voi, prendete e lasciate per un nonnulla, neanche
aspettate di capire, neanche cercate la vera ragione, tutto è tradimento per voi, senza
motivo alcuno, basta dirvi la verità e voi già abbandonate... Sciocca io a parlare con te
come con un amico, pensa, se avessi io cercato consolazione nella braccia di un uomo
incontrato per la via, Ah! Uomini! Resta dove sei, Federico, gran signore delle terre d’
Emila, sposa la tua Gemma e non ti fare più sentire da me...”
 
26
Letizia nel corso del tempo aveva dato ai due amanti lontani tante di quelle occasioni per
perdersi che adesso stupefatta li osservava al microscopio e curiosa vorrebbe davvero
sapere come sarebbe andata a finire; poco, mancava poco, era un amplesso lungo un
anno, poi alla fine qualcosa di certo sarebbe accaduto.
 
La mattina del 24 giugno, san Giovanni, uscirono ognuna dalla sua stanza, nello stesso
istante, e nello stesso istante dissero buongiorno! E nello stesso istante si rivolsero il
movimento degli occhi, l’una all’altra e Miriam sempre un poco troppo a destra.
Letizia prese per mano la sorella ed entrarono in cucina, il cielo era nuvoloso e
prometteva pioggia e perfino temporali. La tenda color crema ondeggiava come una vela
gonfia, la porta del balcone sbatteva di continuo e Letizia accese la luce tale era il buio
che all’improvviso s’era creato, pesanti nuvoloni neri impiombavano l’atmosfera,
elettrica, proprio elettrica, la senti Miriam l’aria elettrica?
Oh sì la sento, il telefono, il telefono, vado io, e Miriam uscì dalla cucina e rispose, mentre
Letizia preparava la colazione. Pronto, sì sono io, Guido? Buongiorno, ciao, bene...
bene.... E tu?... sì... sì... sì... vieni, ti aspetto.
Miriam rientrò in cucina, viene a trovarmi, ora, ha un minuto poi deve andare con Laura
a pranzo fuori, le ha detto che va a fare benzina, pensa te, benzina... Sono diventata
benzina! Gli uomini sono dei traditori!
Anche le donne, disse Letizia bevendo il suo caffé e facendo finta di non vedere che la
sorella cercava con le mani sul tavolo lo zucchero. Letizia spostava con sguardo assente
la zuccheriera come la torre degli scacchi, su e giù lungo il tavolo, la mano di Miriam
seguiva e non seguiva, tastava alla cieca, poi Letizia smise di divertirsi e lasciò la
zuccheriera al centro del tavolo, trovatela da sola! Ma era una ben magra soddisfazione;
perché sei così cattiva, si disse, cosa ti ha fatto, è felice e tu le vuoi male, sei gelosa, sei
gelosa.
Probabilmente quell’uomo neanche ti guarderebbe, sei troppo grande per lui, Miriam ha
ben cinque anni meno di te, sono più o meno coetanei, tu sei già vecchia. Ma che vecchia,
disse guardandosi i piedi e le gambe e le braccia e il seno sotto la camicia da notte, sono
solo acida.
Va bene, Miriam, vado in camera mia, lavoro fino a che lui non se ne è andato, va bene?
E la baciò sulla guancia, mettiti la camicia da notte della mamma, quella di seta, sarai
bellissima, e tieni gli occhi chiusi... Ciao sorellina.
 
27 
Miriam la sentì richiudersi la porta della stanza dietro le spalle e rimase sola.
Ora finalmente la casa sembrava vuota.
 
Letizia sedette al tavolino della sua stanza con la tazzina di caffè e la penna. Il quaderno
nero chiuso le richiamava ogni parola scritta in quella settimana.
Una storia dei primi del secolo, quando c’erano solo le lettere scritte a mano, quando
tempi lunghissimi occorrevano fra una lettura e una risposta, quando l’attesa era il sale
della vita degli amanti.
Ed Elisa e Federico si amavano, sulla loro pelle era trascorso un anno dall’ultima volta
che si erano visti, alla cena al Pian dè Giullari, quando avevano ballato un valzer sotto gli
occhi del marito di lei, uomo avanti con gli anni che trattava la giovane moglie forse più
come una figlia che come una donna, ma la donna era una donna, studiava nella
biblioteca del marito quando lui era via per affari, insegnava al figlio le bellezze della
natura e i segreti della riproduzione cellulare, aveva una vera passione per la scienza e la
pedagogia, amava circondarsi di bambini ai quali insegnava a dipingere ed a osservare la
vita delle formiche, nel giardino della bel palazzo sui Lungarni.
Fu così che Elisa si innamorò di questo gran signore dall’aria molto navigata che era
rimasto a sua volta affascinato dalla leggerezza e dalla allegria di questa giovane donna
fiorentina. Aveva presto scoperto, Federico, che l’allegria nascondeva un tormento, e che
la leggerezza era una mossa di danza più che uno stato d’animo, la donna era turbata dal
suo amore, era passionale come poche donne e molto gelosa. Era una donna che non si
poteva lasciare in un angolo della propria vita, come Federico invece aveva sempre fatto,
con il proposito di continuare. Non aveva intenzione di sposarsi se non con una fanciulla
di buona famiglia e cosa fondamentale, non aveva intenzione di sposarsi con una donna
che avesse amato. Per lui l’amore e il matrimonio non andavano d’accordo. Ma, c’è un
ma, nelle lunghe attese fra una lettera e l’altra Federico si era accorto che non tutto quello
che accadeva nella sua vita rientrava sotto il suo controllo e che il desiderio di lei non
nasceva solo dalla bellezza della donna, di donne belle e bellissime ne poteva avere
quante ne voleva, ma da una tenerezza profonda che si era insidiosamente installata in
fondo al suo cuore e che ora non se ne andava. Amando quei corpi deliziosi, quelle carni
prosperose, esperte di tutte le arti dell’amore carnale, Federico assaggiava anche
un’amarezza nascosta, che ogni volta si faceva più forte. Che fare della mia vita, potrò
andare avanti per sempre così, si chiedeva, oggi sono giovane e ricco, domani gli anni mi
condurranno al declino e queste donne non mi cadranno più ai piedi ed io non avrò più
voglia di cercarle, e resterò solo. Dovrei sposarmi. Gemma, sì Gemma.
 
28
“ Elisa, mio amore, ho deciso di sposarmi con Gemma ma non la amo. Amo te, avrò dei
figli da lei, sì, ma amo te. Tu non potresti lasciare Ubaldo, né ti porterebbe alcun bene il
farlo, hai un bimbo e forse potresti avere un altro figlio. Io non posso continuare a vivere
come un viandante.
Ho questa casa ricca e spaziosa, qui crescerò la mia famiglia e tu sarai la vera donna della
mia vita. Ci incontreremo in luoghi adatti, farò ogni cosa sarà possibile per renderti felice
in questo strano modo.
Abbi fiducia in me. Sarò a Firenze il 15 di aprile, soggiornerò al Grand Hotel e lascerò
detto che la mia sorella Eugenia mi verrà a trovare per portarmi una medicina. Ricorda,
non è quello che sembra ciò che conta, ma quello che è ed io ti amo.
Tuo Federico, fedele.
Elisa rimase immobile alla finestra, con la lettera in mano, fuori la pioggia di marzo
sferzava le chiome tenerissime dei platani del suo giardino. “
 
Campanello, Letizia fa finta di nulla è presa dalla sua scrittura; Miriam esce dalla sua
stanza, Letizia sente aprire la porta di casa, voci a tono basso come dietro ad un sipario.
Silenzio, una porta che si apre e richiude nel salotto.
Letizia riprende la penna in mano e china lo sguardo, non le è mancato l’amore nella vita,
adesso scrive.
 
“ Elisa adesso è immobile sulla porta della grande suite dell’albergo, il lusso
rinascimentale dell’arredamento rende la stanza troppo sobria.
La sua veletta nera e il soprabito con il gran collo alzato e i guanti la facevano sembrare
una vedova. Le labbra rosse però sfuggivano al nascondiglio e risaltavano come coralli
nella notte, Federico immobile la guarda mentre lei tremante attende d’essere invitata ad
entrare, lui rimaneva gelato dalla visione di lei. Un anno. Al dito, non sfuggì all’occhio di
lei, un anello.
Entra Elisa carissima, accomodati, siedi su questa poltrona, vieni.
Elisa trema come una foglia, trema in ogni parte di sé fin nel profondo, aveva atteso quel
momento come fosse acqua per un naufrago del deserto ma ora non sentiva nulla, nel suo
cuore un gran silenzio mentre il corpo s’agitava incontrollabile.
Come stai? chiese lei, vedo, vedo che ti sei sposato, sei felice?
 
29
Federico tace e guarda le bianche mani di lei, i piccoli guanti appoggiati sulle ginocchia
che lei accarezza e trattiene fra le dita.
Non sono felice, sono sistemato e mia moglie è felice, almeno credo.
Elisa solleva la veletta ripiegandola con cura sul cappello a larga tesa e senza guardarlo
negli occhi, dice, non sarà mai felice, forse un giorno si innamorerà di un pittore o di un
giovane letterato, o del precettore dei vostri figli o di un gran signore, come feci io,
ricordi?
Federico continua a rimanere in piedi, sente la distanza che la giovane donna ha creato
fra di loro e che non accenna a diminuire. Il cielo dietro i pesanti tendaggi prepara la sua
orchestra, timpani lontani, saette sui colli oltre i Lungarni.
Elisa si sbottona a un tratto i bottoni di velluto del soprabito nero, sul collo un nastrino di
raso con un cammeo color carne.
Elisa, sei sempre più bella...
Federico, mio marito... e si alza avvicinandosi alla finestra, con le mani congiunte,
intrecciate nervosamente ed il cuore impazzito, mio marito è morto una settimana fa, una
febbre improvvisa, alla sua età, non s’è potuto fare nulla, ora...e chinò il capo a terra, non
avremo più nulla.
E si voltò verso di lui, si toglie il cappello con un gesto diverso, un gesto non da lei, non
adatto a una signora, lo getta sulla poltrona, continua a sbottonarsi il cappotto
guardandolo negli occhi senza paura, del tutto certa di stare vivendo un momento fatale.
Ti ho scritto! Ti ho scritto! Ti volevo dire che ora, se tu volevi ero libera, che mio
malgrado e malgrado la sofferenza che la morte di Ubaldo mi ha provocato, anche se
soffro, sono libera, ora. La lettera non ti è giunta, ho saputo del tuo matrimonio troppo
tardi, al funerale, non so come ho sentito che qualcuno ne parlava, sono svenuta, hanno
pensato per il dolore per aver perso Ubaldo, ma io sono svenuta per te, al funerale
dell’uomo che mi ha amata davvero, lui, mi ha amata, rispettandomi, senza mai
chiedermi per sé la passione che cercavo in te, senza mai farmi mancare nulla, un noioso
matrimonio che poteva durare per sempre, perché in fondo, e lo capisco solo ora, io ero
libera, libera, con lui, mentre attendevo di rivederti, ero libera.
E la donna parlava piangendo, una donna che sentiva un dolore immenso e una colpa
immensa, e questo suo amore che si stava fatalmente sbriciolando tra le sue lacrime.
Immobile Federico ad occhi bassi ascoltava questa donna nuova, con i fulgidi capelli
sciolti con il viso rigato da lacrime incontrollabili, con le mani aperte, quelle piccole mani
 
30
che lui ora vorrebbe stringere, ma che lo allontanano come lui stesso fosse il veleno della
sua vita.”
 
Letizia posò la penna e rimase a occhi chiusi.
Riaprì gli occhi e voltandosi si alzò dalla sedia e si affacciò alla finestra, un cielo nero e
carico di nuvole s’agitava là in alto, in basso sulla strada il deserto del giorno di festa,
dalla finestra accanto alla sua giungeva il suono dell’amore dei due amanti, Miriam e
Guido.
L’amore, ah l’amore! Letizia sorrise, placata. Ascoltava il suono dell’amore e chiudeva
gl occhi. Vedere l’amore sentendone il suono, respiri, gemiti, sospiri trattenuti, ansimi,
come stelle cadenti o petali di rosa che porta il vento, rose rosse.
In fondo sono felice, si disse, loro avranno il loro amore clandestino, io avrò il mio
racconto, e avrò anche altro.
Chiudi gli occhi e ascolta il tuo sorriso, senti come un capogiro come se quel sorriso fosse
in viaggio nello spazio e attorno a te, mentre sorridi ad occhi chiusi, girasse il mondo.
 
Letizia rimaneva alla finestra.
 
Miriam abbracciava Guido con gli occhi chiusi, le sue palpebre sottili quasi azzurre e le
ciglia lunghissime, il viso proteso senza finzioni. Guido la teneva con le braccia
intrecciate dietro la schiena, lei protesa indietro sembrava in procinto di danzare. Si
dettero un bacio sulle labbra, lei lo carezzava con dita sensibili, affondando nei folti
capelli. Rimasero così, poi si staccarono, come due farfalle in volo. Guido la guardava
senza parlare, respirava piano, riprendeva il suo stato normale, rientrava nel suo essere.
Miriam chinò il capo di lato e sorrise.
Non ti chiedo nulla, stai bene, quando vuoi chiamami. Io ho la mia vita e sono felice.
Guido le disse, ti amo; poi andò via e Miriam si sdraiò sul divano rannicchiata di fianco e
si addormentò. Iniziò a piovere in uno scroscio liberatorio d’acqua dal cielo trafitto, lame
di luce si lanciavano da un angolo azzurro in alto fra le nuvole.
Letizia alla finestra rimaneva con gli occhi chiusi, ascoltava la porta di casa che si
richiudeva, ascoltava il suo racconto dentro di sé. Aprendo gli occhi poi, giù in strada,
sotto l’acqua del temporale, vide Guido entrare di corsa in macchina e dal finestrino
davanti volgere lo sguardo in alto verso le finestre, la vide, con i lunghi capelli nel vento e
 
31
uno strano sorriso distante, sentinella della sorella, vai a fare benzina Guido, ma guai a te
se le fai del male.
 
Il pomeriggio di un giorno di festa, 24 giugno San Giovanni il Battista, il precursore.
Patrono di Firenze, e pioveva.
 
Nel silenzio della casa i passi leggeri di Letizia che ogni tanto va in cucina a
mangiucchiare qualcosa e poi torna in camera sua. Si guarda allo specchio, si vede, si gira
di spalle, si siede al tavolino, ogni tanto si alza e va alla finestra e assapora il profumo
della pioggia guardando la strada lucida e scura.
Miriam è ancora sul divano, dorme. Letizia non la sveglia, lascia che dorma, più dorme e
più il tempo passa e più il tempo passa e meno domande si farà, ed è meglio che non se
ne faccia di domande. Glielo devo dire, non ti fare domande, un uomo con un’altra donna
non ti risponderà, già un uomo solo tuo non risponde alle domande, né fa domande,
chiede in silenzio credendo che tu capisca, poi quando dopo anni tu finalmente hai capito
lui ti dirà che non lo hai mai amato, che non capivi. Ed è vero, tu non capivi.
A volte succede qualcosa d’altro, a volte l’amore è talmente unico e diverso che tu lo
capisci in modo accelerato, come se invece di anni quell’ energia che occorre per capire la
sua muta richiesta si concentrasse in un pomeriggio, in poche ore; ore nelle quali tu sai
che stai per perderlo e sai che lui è disposto a lasciarsi sprofondare nell’oblio pur di non
avere più la tua sofferenza di fronte. Allora può accadere, una specie di miracolo
terrestre, una cancellata scura di ferro battuto e al di là un albero fiorito, bianco, bianco
come la neve.
Tu lo guardi, lo vedi, pensi a lui e decidi che puoi farcela, che gli darai ciò che desidera da
te. Ma sarai sempre tu a capire, a decidere, a battere le mani, come una fata, oplà, ce la
farò. Così, sarebbe meglio che tu non gli chiedessi nulla. L’unica cosa che ti concedo di
chiedere è a te stessa, chiederti perché, perché mai ami un uomo che ama anche un’altra
donna?
 
Letizia scrive, le ultime pagine.
“.... Elisa si sedette e rimase ferma immobile. Federico non riusciva a dire nulla; lei
attendeva sempre più distante, nella mente tante parole, tante spiegazioni, forse anche la
 
32
tentazione di tornare indietro di qualche passo e dire, va bene, forse, fra qualche mese
potremo rivederci e magari ... ma la bocca rimaneva serrata ed il cuore anche.
Federico immobile al centro della grande stanza senza luce, i tendaggi scuri e il
temporale, lui fermo, come un soldato battuto. Aveva perso tutto senza avere avuto nulla.
La ricchezza di sentimento che lei continuava a esprimere anche nel silenzio, per lui era
un miraggio. Sentiva solo il semplice desiderio di amare quella donna, di abbracciarla, di
consolarla dalla perdita, di baciarla e di sedurla, in fondo, con quello che lui sapeva
essere il desiderio di lei.
Ma lui non sapeva che il desiderio di Elisa si era trasformato in ombra.
Federico le si avvicinò, la vide indifesa e stanca, le prese la mano con cautela, senza
parlare e attese.
Lei con lentezza alzò gli occhi, le si riempirono di lacrime, una dolcezza improvvisa la
prese, ebbe pietà per quest’ uomo altero ed orgoglioso che aveva perso tutto senza avere
avuto nulla; lui la teneva per le mani, lei si alzò allora e gli si avvicinò poggiandogli la
fronte sul petto. Lui le prese il viso, due occhi colore del mare in tempesta lo immersero
nel ricordo del loro amore, si baciarono ognuno sentendo cose diverse, lui il desiderio
d’averla, lei il desiderio di perderlo. In questo bivio oscuro si amarono, come un uomo e
una donna senza futuro, come veri amanti.
Se questo era il mio sogno d’amore, vivrò senza sognare.
Così disse Elisa sulla porta della grande camera rinascimentale, il buio avvolgeva i
contorni del corridoio.
Vado via Federico, sii felice, e non temere, io lo sarò, non lascerò che la mia vita vada
sprecata... Addio.
Federico rimase lì, al buio senza capire, si sentiva ora un vecchio.
Poco dopo Elisa stava ferma sul Ponte alle Grazie e guardava il fiume sotto di sé;
respirava l’aria nuova dopo la pioggia; lo amo, ancora, pensò immersa in questa suo
nuovo senso di maturità.
Il cielo trasfigurato nell’ora del tramonto le rimandava i precisi contorni delle case e dei
ponti contro il verde e il rosa, nuvole grigio del ferro avvolgevano il resto dello spazio
sopra di lei. Lo amo e lo amerò ancora, lavorerò, aprirò una scuola per i bambini del
quartiere, aprirò la serra del giardino, farò venire insegnanti e musicisti, insegnerò ai
bambini le meraviglie della natura e della musica, trasformerò quell’oscuro palazzo in
una scuola piana di vita e speranza; e lui verrà da me, sarà lui che verrà a cercarmi.
 
33
E mentre nel cielo il sole lontano lasciava la luce perdersi nel fiume, Elisa ritrovò la pace
nel pensiero sicuro del senso della sua vita.”
 
Miriam sveglia, al buio, sente sotto di sé il liquido scivoloso che le bagna le gambe.
Si alza a sedere, appoggia le mani al bracciolo del divano a tentoni aggira il tavolino, si
avvicina alla finestra, si tira su una spallina della camicia da notte della madre, fra le
gambe sgocciolio, fin sul pavimento, con le mani trova il davanzale, vi si appoggia, le
persiane sono socchiuse. Le apre, le spalanca, non piove più, un forte profumo di sera
bagnata è nell’aria. Sta ferma e si tocca la pancia e la schiena, il collo ed il viso, con il
palmo delle mani si tocca il viso, con le dita; posso fare a meno dello specchio, mi posso
specchiare anche in un cielo notturno con o senza le nuvole e forse la luna, uno spicchio
di luna, mi specchio in me, la mia immagine non esiste più per me, esiste la mia faccia
scolpita, a voce alta chiama, Letizia! Letizia...
Si avvia in cucina, sente rumore di pentole e di acqua che scorre, l’acqua che scorre in
cucina.
 
Ritorna bambina per un attimo, un attimo infinito la precipita nel pozzo del tempo:
correva nel corridoio buio con un giocattolo in mano, la luce della cucina accesa, rumore
di pentole e l’acqua che scorre, entra di corsa nella cucina e s’affonda abbracciandola
nella gonna di mamma che al lavandino lava i piatti.. Blu, il corridoio era blu, gialla la
cucina, era gialla e di tutti i colori la gonna e il profumo, rosso, sugo di pomodoro e
basilico; Miriam ora con le braccia aperte sulla porta della cucina, ascolta il rumore
dell’acqua che scorre, Letizia, Letizia! Si avvicina alla sorella che lava i piatti e l’abbraccia,
l’abbraccia mentre Miriam le sorride e dice, che c’è, ti sei svegliata damigella!
 
Ci sono i Fochi stasera, non vai a vederli, chiede Miriam seduta, e Letizia, tu vieni con me?
No, e che ci vengo a fare!
Allora non vado neanche io, sto qui, faccio le crepes, le vuoi?
Oh, accidenti, le crepes sì, fai le crepes e i Fuochi li sentiamo, tanto sono belli lo stesso...
Eh già, disse Letizia ridendo, sono belli lo stesso; mangeremo con le mani le crepes ad
occhi chiusi, sentendo i fuochi di San Giovanni!
 
34 
*******************************
 
Non era passata la notte, non ancora tutta la notte e Miriam si sveglia all’improvviso.
A sedere nel letto, un pensiero, l’alba!
Si alza ancora mezzo addormentata, barcolla, non vede né riesce a sentire lo spazio
consueto attorno a sé, le gira la testa, piegata in avanti e le braccia tese a cercare la
spalliera della sedia, non la trova, nel buio qualcuno avrebbe potuto vedere ugualmente,
ma lei no, anche nel buio la luce dei lampioni lasciano strascico di luce, ma per lei era
buio, come sempre; solo che si era alzata troppo in fretta, non aveva fatto in modo che
quell’attimo prima di alzarsi le avesse potuto restituire l’esatta percezione dei mobili
nella camera. E così inciampando nei sandali e nelle gambe della sedia cade a terra.
Aveva un pensiero, l’alba!
Rimase a sedere per terra, le braccia attorno alle ginocchia, le tornarono in mente i passi
di danza, stese le gambe, le allargò, raddrizzò la schiena, aprì le braccia e formò nell’aria
gentili arabeschi. Le dita infransero il vuoto e respirando ricominciò a toccarsi il corpo.
Dalle caviglie fino alle orecchie in un nuovo esercizio di comprensione di sé.
Ad occhi chiusi.
Mi farò dipingere delle pupille e iridi azzurre sulle palpebre, pensò sorridendo.
Miriam si alza lentamente e si avvia nel corridoio, bussa alla porta di Letizia: Letizia!
Letizia! ti prego, svegliati, svegliati, ti prego.
Miriam!
Letizia di soprassalto è sveglia, che succede, stai male?
No, ti prego, ti prego, portami sul ponte, portami al Ponte alle Grazie, a vedere l’alba.
Come? L’alba, vedere l’alba, ma tu... che ore sono?
Non lo so, forse le quattro, ma voglio che tu mi dici dell’alba, ieri ha piovuto e poi di certo
è venuto sereno, oggi deve essere bellissimo e tu mi devi dire dell’alba, ti prego... Miriam
sulla porta con le braccia aperte aspetta con lo sguardo in un punto lontano: ti prego,
raccontami l’alba!
 
Letizia s’infila il vestito chiaro, fuori un leggerissimo vento annuncia la prossima luce,
Miriam con indosso il lungo vestito indiano blu della sorella,
Letizia con i capelli scompigliati e gli occhi assonnati chiama un taxi,
Miriam si mette una goccia di essenza d’ambra.
 
35 
Letizia in cucina beve un sorso d’acqua,
Miriam fa di corsa pipì in bagno, c’è il taxi!
Letizia prende le chiavi e la sorella per mano, escono e scendono le scale mezze
abbracciate ridendo come ragazzine.
Al Ponte alle Grazie!
O che volete buttarvi di sotto? Le prende in giro il tassista
E loro ridono, no, vogliamo vedere l’alba.
Il cielo era ancora scuro, ma traversando il Ponte al Pino volgendo lo sguardo verso
oriente il blu si stava trasformando in intensissimo turchino.
Zaffiro, Miriam, zaffiro, sai, ci sono le stelle una qui, una lì, leggere, stanche, le stelle;
come un ricamo bianco su seta blu.
L’auto corre nelle strade deserte della città addormentata.
Miriam, tu vedessi com’ è bella Firenze così, una magia perfetta. Sai Miriam, le stelle
hanno cantato tutta la notte come uccelli notturni d’altri mondi e hanno sparso fiori
d’altri mondi che per lo spazio di una notte ci vengono a visitare...
Dimmi, dimmi ancora Letizia.
Miriam si era accoccolata accanto alla sorella,
Letizia guardava fuori dal finestrino, magicamente immersa nella bellezza di quel  momento.
Il taxi si fermò proprio al centro del Ponte, Letizia pagò e l’auto ripartì, lasciandole sole
sul ciglio del marciapiede.
Vieni, attraversiamo, dice Letizia tenendo per mano la sorella.
Aspetta, dice Miriam, fammi attraversare da sola...
Vai, le dice Letizia lasciandole la mano, vai che non c’è nessuno,
e Miriam scende dal marciapiede e si addentra sulla strada con la punta del piede calzato
da una ballerina rosa.
Miriam sente un brivido di vertigine, come camminare sul filo, non guardare il filo, vai
avanti sentendo l’infinita consistenza della terra sotto i tuoi piedi, giunta al centro della
strada, alza le braccia e si mette in punta di piedi, una figura di danza, le braccia e fin
sulle dita il movimento di ballo e una gamba si solleva con la punta del piede gentilmente
inclinata, come un fiore dalla corolla pesante...
Miriam fa un inchino alla volta della sorella che la guarda con le mani sulla bocca, gli
occhi di Letizia sono pieni di lacrime.
Sorella mia, pensa, tu sei una parte di me, ed io una parte di te, vieni, disse, attraversiamo.
 
36
I contorni della città sono colore della pietra serena e bui, non ci sono luci nelle case
lungo il fiume solo lampioni accesi come una lunga collana di perle, le stelle brillano
altissime e a Oriente si sentono i boschi delle colline lontane che si risvegliano; Letizia
tiene Miriam sottobraccio, appoggiate entrambe alla ringhiera del ponte.
Letizia sussurra alla sorella guardandosi intorno... i cipressi scurissimi sembrano denti
affilati, ma ondeggiano al vento leggero che li trapassa, il cielo ora è di un turchino più
chiaro, appena più chiaro, lo senti, una striscia di rosa, Miriam, una striscia di rosa come
una striscia di fragola sulla tovaglia, rosa, dolce, trasparente; e ora l’oro, è oro fuso, è un
pennello d’oro che ha percorso il cielo, intinto dentro l’orizzonte e la collina scura é come
ombre cinesi, netta contro il cielo... Ecco, adesso le cime dei cipressi sembrano svaporare,
diventano più docili, dita immobili contro la luce ed ecco un rubino, liquido, trasparente,
un rubino che sussurra, uno spicchio, la mano che lo solleva è nascosta, Miriam, senti
questo colore sulla tua pelle, sulle guance?
Sì lo sento, dimmi ancora ti prego!...
Il cielo si trasforma, si capovolge, s’inchina, si allarga per fare spazio al sole, un rubino
rosso fuoco; in un attimo il fiume qui sotto s’è fatto d’oro, in un attimo i palazzi silenziosi
e deserti sono diventati colore della crema, la collina prende via via il tenero verde
mattutino, sono le cinque e mezza, Miriam e il sole è sorto ora.
Nel silenzio delle loro voci le prime campane.
Il cielo era verde e turchino, pallido e ricco, Firenze inondata di luce trasformava se
stessa in contorni mutevoli di luce mentre il sole saliva con impressionante velocità
all’altezza sua. Le sei. Torniamo.
 
Lo stagno s’è fatto fiume, non dimenticare mai.
La nostra vita è tutta in questa luce, non mi lasciare. Mai.
 
19 giugno, 12 luglio 2009, Firenze.

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    https://youtu.be/AJsG56mt8eo
Fabrizio Cucchi . 15 Luglio 2020
L'agenzia di stampa Ansa (1) riporta la notizia di un nuovo decesso nel CPR (Centro di Permanenza per il Rimpatrio) di Gradisca d'Isonzo (Gorizia). Si tratta di un cittadino albanese di 28 anni, che era soggetto a quarantena per la prevenzione del Co...
Fabio Nocentini . 15 Luglio 2020
. SOTTO LE STELLE NEL GIARDINO DI GIO' . Eventi e corsi estivi in un giardino privato in Via Bolognese, circondati dal verde delle colline di Firenze. Verranno rispettate le distanze di sicurezza e le vigenti norme anticontagio. I corsi sono ...

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