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L'Artaserse di Hasse incanta Martina Franca

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Recuperare un capolavoro della letteratura  barocca non è un'impresa facile, soprattutto è un investimento economico non indifferente, pertanto, l'opera di punta del 36 Festival della Valle d'Itria, l'Artaserse di Johann Adolf Hasse ha rispettato l'impegno degli organizzatori. Il topoi a cui si attenne con estrema duttilità musicale il genio del "caro sassone" è naturalmente un libretto di Pietro Metastasio, uno dei capolavori della scrittura operistica classica. La lettura del dramma  è stata fedele, ritratto profondo di una ricercatezza dei caratteri e delle presenze e assenze di un certo teatro; non ci sono confini in quello che non è percepibile con la solo presenza fisica degli attori, ma il cast che ha presentato il lavoro,  è stato incredibilmente coerente, perfetto negli intenti, insuperabile nelle interpretazioni. Capolavoro scritto per la "star" Farinelli, l'opera presenta delle vere arie di bravura, di difficoltà estrema, sostenute con disinvoltura da Franco Fagioli nel difficile ruolo dell'ingiustamente accusato Arbace. Fagioli ha sostenuto la scena con grande duttilità, con sicurezza del ruolo, muovendosi con essenzialità, cercando di sottolineare nell'interpretazione vocale quello che Metastasio voleva mettere in evidenza, ovvero la forza dell'animo, la profondità spirituale e soprattutto l'eroismo che era un elemento molto importante nella cultura del tempo. Il rapporto poi fra Arbace e il proprio padre Megabise, interpretato con elevata bravura da Antonio Giovannini, capo delle guardie del re Artaserse, interpretato da Anicio Zorzi Giustiniani è il vero motivo dell' "anima della purezza; il senso quindi morale, la rettitudine e quindi il sacrificio di Megabise che non si tira indietro nel firmare la condanna del proprio figlio, creano il vero dramma. Hasse, dal par suo, scrive con la logica classica, rifacendosi quindi ad una serie di numeri costruiti armonicamente seguendo le formule della scala napoletana; pertanto l'allargamento e la tessitura della melodia, l'intenerirsi nel creare delle arie accorate per sottolineare la disperazione degli interpreti ci dimostrano la perfetta aderenza del nostro compositore, alla grande macchina melodrammatica del settecento, annoverando Artaserse fra i grandi capolavori dimenticati dell'opera barocca. L'edizione presentata a Martina Franca, è quella curata da Marco Beghelli e da Raffaele Mellace che si sono avvalsi delle copie della prima rappresentazione veneziana del 1730. DI grande eleganza e bravura è stata la coerente direzione di Corrado Rovaris, convinto conoscitore delle dinamiche dell'opera barocca, che ha oltretutto concertato al clavicembalo. Le scene di notevole bellezza, sono di Alessandro Camera che ha costruito un impianto di mastodontici fondali in movimento, perfetti per caratterizzare la presenza e l'assenza delle trame operistiche; altrettanto belli i costumi di Andrea Viotti. L'unica perplessità è sulla regia di Gabriele Lavia, poco attenta alle esigenze degli attori e con la pretesa di attualizzare un classico con una sorprendente ambientazione in un regno da "operetta" per un dramma che si sarebbe risolto con il movimento essenziale degli attori, forti di una scenografia perfetta. Ottima l'esecuzione  dell' Ensamble Barocco dell'Orchestra Internazionale d'Italia.

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 29 Luglio 2012 18:51 )  

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