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L'automobile: l'infingarda illusione della libertà.

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Interessante pamphlet questo Contro l'automobile, che si legge in un soffio e mette in moto una serie di riflessioni magari utopiche (e finalmente!) ma decisamente profonde e “rivoluzionarie” rispetto alla vulgata comune che sentenzia l'automobile come oggetto irrinunciabile del nostro vivere quotidiano e, udite udite, foriero di libertà - e vedremo se è davvero così o se si tratta della più infingarda manipolazione che il marketing abbia mai compiuto.

foto copertina

Il suo autore è Andrea Coccia, giornalista con varie esperienze professionali alle spalle, co-fondatore del progetto Slow News nonché componente del collettivo L’anzitempo.

Una snella bibliografia, qualche richiamo al cinema e un utilizzo sobrio, per quanto necessario, di numeri e statistiche e si comincia, Inception di nome e di fatto: il marketing dell’automobile, presenza invasiva quasi totalitaria, si è intrufolato direttamente nel nostro cervello, come l’hacker Di Caprio nel film di Nolan, facendoci credere all’illusione del poter “fare il cazzo che mi pare” (letterale, a pagina 7), come i bambini e i tiranni. Ci è stato raccontato che l’automobile ci avrebbe liberato, trasportandoci a piacimento e velocemente in qualsiasi luogo (al riguardo, per capire meglio l’invasività del tema, basti guardare uno di quegli spot pubblicitari dove le auto arrivano anche in scenari naturali fino a quel momento incontaminati), per poi verificare oggi, dopo appena un centinaio d’anni, che essa è diventata la nostra gabbia: passiamo gran parte del nostro tempo chiusi dentro questa specie di scatola metallica, mediamente da soli, in ingorghi che ci sfiniscono, a velocità medie da tartarughe (al momento in cui il libro è stato pubblicato, 2020, la velocità media complessiva di spostamento in Italia era di 29kmh – sì, hai letto proprio bene, ventinove chilometri orari).

foto interna 1

Alla fine, passiamo ore imbufaliti nel traffico, causando noi stessi gli ingorghi di cui ci lamentiamo, poco più veloci di una bicicletta (che infatti nei test comparativi di percorrenza molto spesso arrivano a destinazione prima dell’auto!). Ecco come si è ridotto il famigerato sogno di libertà: il mercato occidentale è stato mostruosamente saturato (arricchendo in maniera vergognosa gli industriali) e noi continuiamo a muoverci alla velocità media dei nostri bisnonni. Clamoroso, eh? Eppure, il marketing ci fa credere altro…

Si gioca per esempio sulle distanze, «eh ma senza auto non potrei raggiungere il posto di lavoro, non potrei fare la spesa, non ce la farei ad accompagnare i miei pargoletti a destra e a manca». Anche su questa leggenda metropolitana, usando i semplici strumenti della scienza sociale, Coccia fa notare come molte delle distanze che oggi ci sembrano “naturali” sono state create artificiosamente dall’automobile stessa; persino le città sono ormai strutturate non in funzione dei suoi abitanti, delle persone che ci vivono e lavorano, di distanze percorribili, ma in funzione delle auto e del loro dominio sulle nostre esistenze.

Un altro interessante spunto di riflessione: più che strumento di emancipazione, l’auto privata si è rivelata strumento di mutazione antropologica separando ad esempio gli uni dagli altri coloro che si spostano per lavoro (quasi sempre ci si sposta una persona in un’auto), amplificando le istanze individualistiche del tutti contro tutti, contribuendo a distruggere, insieme a politiche devastanti come quella ultra-liberista di cui l’automobile è figlia diretta, interi tessuti sociali, solidarietà umane e di classe, capacità solidali e di reciproco sostegno.

foto interna 2

Pur senza offrire soluzioni preconfezionate che sono peraltro davvero difficili da trovare in un agile libro di sessanta pagine, Coccia ci spinge a mettere in moto non il diesel ma la nostra capacità di immaginare un mondo diverso, un’alternativa a modelli di vita pensati per noi dall’industria e dal consumismo (non mancano precisi riferimenti a quanto costa, sia in termini monetari che di tempo-lavoro e tempo-vita, acquistare e mantenere un’auto); ci viene chiesto di riflettere e di tornare a pensarci non come accessori di una macchina (che praticamente ci manovra) ma come soggetti capaci di autodeterminarsi.

Per farlo, non resta che un'operazione, la più utopica di tutte, la più concretamente rivoluzionaria: rimpossessarsi del proprio tempo che è davvero l’unica nostra proprietà, merce che non ha prezzo e che non può essere accumulata. Soltanto spesa.

Ma questo lo diceva anche quel famoso filosofo e non c’è quasi più nessuno che non gli dia ampiamente ragione.

foto interna 3

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 10 Giugno 2024 19:38 )  

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