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Amy Bernardy - cronista dell'immigrazione

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Amy Bernardy - piopiera del giornalismo. Cronista degli immigrati in America

Nei primi anni del '900 la Bernardy girò il mondo denunciando le inefficienze e i ritardi dello Stato verso i propri emigrati all' estero.

"Docks interi a Boston e a New York mareggiavano di folle aspettanti - Basterebbe la sola scelta di quel verbo, che spalanca lo sguardo su un universo intero, a dar l' idea della classe purissima della pioniera di tutte le grandi croniste italiane. Una pioniera quasi ignota a chi non si occupa di emigrazione".

Amy Bernardy, nata nel 1880 a Firenze, figlia di un' italiana d' origine savoiarda e del console americano nella città medicea, studiò in riva all' Arno, si laureò con Pasquale Villari con una tesi sulle relazioni turco-venete tra il Seicento e il Settecento.

Una donna che ha molto da insegnarci tra cui: l'intrapendenza e la forza di volontà. Ella ad un certo punto della sua giovinezza si pose un problema: cosa poteva inventarsi per fare l' unica cosa che le interessava nella vita, cioè viaggiare? « La soluzione mi parve di un' evidenza solare... Si trattava di trovarsi un genere di lavoro che permettesse di armare la prora e salpare verso il mondo » .
Salpò come giornalista e diventò cronista dell'emigrazione. Inizio a descrivere la gente che viaggiava denunciando nel 1903 le inefficienze, i ritardi, i vuoti dello Stato verso gli emigranti, sul Corriere della Sera di Albertini, sul Giornale d' Italia , sulla rivista torinese La Donna . Pezzi a volte « tirati via » svogliatamente perché forse non aveva tempo o non « sentiva » il tema. Più spesso strepitosi per la capacità d' analisi, i cambi di passo, la capacità di commuoversi.

Diventò una fuoriclasse. E come tutte lei fuoriclasse correva e andava dove la portava l' estro del momento. Ed è proprio da queste contraddizioni che trae spunti un libro che finalmente cerca di far conoscere agli italiani quella straordinaria « inviata speciale » di un secolo fa che si interessò come pochi altri alle condizioni dei nostri connazionali nel loro complesso e spesso tormentato inserimento nelle patrie d' adozione, in particolare negli Stati Uniti. Si intitola Ripensare la patria grande, l' ha pubblicato la Cosmo Iannone Editore e l' ha scritto quella Maddalena Tirabassi che da anni è il punto di riferimento all a Fondazione Agnelli di chi si occupa di emigrazione italiana.

Cos' è questa « patria grande » ? Per la Bernardy è « l' insieme delle comunità italiane nel mondo » . Una visione che, per la studiosa torinese, « anticipa la ricerca contemporanea sia nella sua visione spaziale sia temporale » . Una visione che porterà la donna, fierissima della sua cultura italiana e appassionata animatrice della « Dante Alighieri » , a sposare la causa fascista. Un' opzione dovuta tutta al suo patriottismo e all' orgoglio provato per la prima volta da molti emigrati per il modo in cui il nostro Paese, a lungo vittima di vignette razziste di giornali quali il Judge ( come quella celeberrima che rappresentava il nostro Re in groppa a un ridicolo cavallo a dondolo), veniva infine trattato con rispetto fino a confondere inizialmente perfino uomini come Winston Churchill. Rispetto che come è noto sarebbe stato perduto anche a causa del tentativo mussoliniano di usare gli italiani all' estero come quinta colonna del regime. Certo è che Amy Bernardy descriveva i nostri compatrioti con toni così crudi che mai sarebbero stati usati dalle penne del regime. Basti leggere la descrizione fatta nel 1913 del tipico cortile diun block di St. Louis, caratterizzato dalla « fila delle latrine, da mucchi di cenere, concime, immondizia, cadaveri dei sorci e talpe frequentissimi, da cenci, detriti, rifiuti, penne di polli, vecchi arnesi, avanzi di materassi sporchi ecc., (...). Non mi sarei fermata così a lungo su questo argomento se non che i bambini e le bambine dei nostri immigranti vivono e giuocano in mezzo a questo orribile semenzaio di malattia e di corruzione (...). Dentro il cortile si trova spesso una stalla, e non è raro il caso che ci abitino un cavallo o due, una capra, uno o più cani, e la famiglia di un fruttivendolo che ci tiene anche il deposito della sua merce » .

Quanto al tema dell' italianità da preservare per sempre, teorizzato dal fascismo, la giornalista pensava il contrario: « L' italiano emigra in America. Lo volete italiano? Sarà infelice. Lo volete felice? Sarà americano » . Insomma: l' Italia, « madre eroica e pia » avrebbe dovuto, per il bene dei suoi figli partiti, « fare spontaneamente il ge sto della rinuncia » . E dire loro: « Andate, fatevi americani, d' abitudini, d' impressioni, di sentimenti, d' ideali. Dimenticatemi » . Per non dire della crudezza modernissima dei reportage sulle condizioni in cui venivano tenuti i bambini italiani venduti ai musicanti: un tale stato di schiavitù che a Chicago « ogni padrone teneva i suoi piccoli suonatori, sciainatori, rivendugnoli, mendicanti ecc. marchiati all' orecchio come pecore dello stesso armento, per riconoscerli e per poterne al caso affermare la proprietà ».

Scrisse sui viaggi dei migranti, in camerate roventi adiacenti alle sale macchine dove « vampate di calore vi mettono il cervello a una temperatura incontrollabile, che sprizza scintille come le fornaci sprizzano fiamme ». 

Donna di grande penna e grandi contrasti, sapeva fare nello stesso viaggio per mare due cose insieme. Indignarsi per le condizioni in cui erano tenuti i passeggeri di terza classe e gioire ironica dei lussi spensierati della prima: « Se lo shuffleboard è il re dei giuochi, non è il solo: si possono infilare dodici anelli di fune a un apposito pioletto; gettare dodici sacchetti di fagiuoli su adeguata ed inclinata tavola divisa in dodici riquadri; tirare a segno con certe frecciuole in certi bersagli; stabilire un tennis fra il ponte di prua e il ponte di coperta, o fra un' estremità e l' altra dei boccaporti di poppa. Le palle, i sacchetti, le ruzzole che vanno a mare non si contano; d'altronde la Compagnia provvede senza contare » . Nella raccolta di scritti e polemiche e reportage praticamente sconosciuti e finalmente messi a disposizione dalla Tirabassi, spiccano però su tutto le inchieste sullo sfruttamento nelle fabbriche Usa: « La pelatura delle mele è fatta dai ragazzi che infilano la mela su un punzone che gira e la pelano così contro un coltello. Il tempo massimo per la pelatura di una mela è di 5 secondi. Nella mettitura in scatole i fagioli sono bollenti: le scatole di latta tagliano le dita, l' acido dei pomodori infiamma i tagli. Spesso le scatole si devono riempire a mano. Il macchinario è rumorosissimo e richiede una rapidità nervosa ed attenta. Le capping machines ( macchine tappatrici) vanno a 52 72 coperchi al minuto. Paga: 6 soldi l' ora o poco più. Nella stagione dei piselli le donne sono tenute alle tavole di scelta da 18 a 22 ore di seguito» .

Amy scriveva un secolo fa ma sembrano articoli di ieri mattina. Visse a Firenze dal 1880 fino alla sua emigraizone dopo la laurea. Si dedicò al giornalismo scrivendo su « Il Regno », il « Corriere della Sera » di Luigi Albertini, il « Giornale d' Italia » e sulla rivista torinese « La Donna » . Alla sua storia è dedicato il volume « Ripensare la patria grande » ( Cosmo Iannone Editore), scritto da Maddalena Tirabassi che, per la Fondazione Agnelli, si occupa di temi legati all' emigrazione italiana.

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 14 Novembre 2013 11:18 )  

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