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Le economie sommerse e i diritti implosi: il caso Prato

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Il tessile è stato fin dal Medioevo un settore in cui il talento fiorentino risaltava a livello europeo. Poi subentrarono Inghilterra e Fracia, più intraprendenti dell'Italia a piazzarsi sui mercati mondiali e a surclassare l'artigianato del paese “in cui il si risuona”. A venti chilometri dall'avanguardia fiorentina, dalle sue botteghe, si trova Prato, una Chinatown che registra percentuali allarmanti per le quote di economia sommersa che operano sul territorio. Da controlli effettuati nel 2010, è risultato che il 50% delle aziende operanti sono intestate a proprietari di nazionalità cinese. Su 106 aziende controllate, 102 hanno evidenziato irregolarità. Nello stesso evento che ha commosso l'Italia, l'incendio al Macrolotto 1, sono morte sette persone, di cui solo sei denunciati dall'azienda alle autorità. Si dichiarano meno lavoratori di quanti effettivamente sono lì a tagliare, cucire. A lavorare con orari massacranti per chissà quale profitto.

Le condizioni di vita di chi lavora in questi laboratori di Arianna, del suo filo per trovare la via d'uscita dal laborinto del Minotauro, non sono accertate. Molti laboratori non sono registrati, sfuggono all'iter legale con cui si gestiscono le attività commerciali e produttive italiane ed europee. La mancanza di sicurezza sul lavoro è un'imperdonabile baratro di inumanità. Ed è un'inadempienza che non riguarda solamente le discutibilissime abitudini cinesi di fare affari, di massimizzare il profitto a qualsiasi costo, anche a quello della vita, della serenità del lavoratore. È una condizione che nei periodi di crisi rischia di accentuarsi e di perdonarsi, di semplificarsi fino a essere a messa come male necessario per il lavoro, che da diritto si fa rarità. Una rara risorsa da cui derivano le approssimative conquiste che pensiamo di tener in pugno comunque e di usarle quando ci fa comodo. Nessuna parentesi sui sindacati e la loro credibilità agli occhi dei lavoratori, per ora.

Le liste dei morti sul lavoro sono una cifra che una manualità umana non può intrecciare senza che a quella sofferenza sia accompagnata una lancinante sofferenza. Nomi sommersi e presto dimenticati, capoluoghi di cui si sente parlare in occasione di commemorazioni organizzate da qualche associazione locale che, all'ombra dei riflettori, si batte per diritti fondamentali dell'essere umano. Non ricordiamo invece quei morti quando compriamo capi di abbigliamento che provengono da chissà quale laboratorio di economia sommersa, di sommersi diritti e doveri. Individuali e collettivi. Non ce ne ricordiamo, nella Domenica pomeriggio di shopping compulsivo, quando va bene anche un falso made in Italy, purchè-mi-faccia-venir-bene-in-foto! Ovviamente la matassa va sfilacciata a livello più ampio, sul piano della formalità e degli organi competenti, della Finanza o chi per loro devono assicurare che non ci siano violazioni di regole. E noi ricordiamo invece, coi sette lavoratori cinesi bruciati nelle industrie tessili improvvisate dei sottoscala, I 1.000 lavoratori bruciati vivi a Dacca (Bangladesh) l’ 8 maggio 2013 in una fabbrica dalla quale una multinazionale come la Benetton aveva comprato 200 mila capi d’abbigliamento. E magari abbiamo comprato quei capi messi insieme in quella fabbrica, a un abbordabile prezzo, nella stagione dei saldi.

La vita umana sembra valer talmente poco, nell'ottica del fine-profitto che giustifica il mezzo (qui l'elenco sarebbe talmente ampio, che mi limito a lasciare aperta la parentesi che sintatticamente chiudo)! Il diritto al lavoro, al lavoro in sicurezza, è una richiesta che va ad occupare il grado più elementare dei diritti dell'uomo. Eppure non è scontato, nemmeno oggi, nel XXI secolo delle avanguardie tecnologiche. Dobbiamo esigere l'adempienza dei nostri diritti. Ora e sempre. In crisi e non. E così sia!

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Settembre 2015 14:28 )  

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