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SE IL TEMPO NON AVESSE RISPOSTE. JOE BARBIERI.

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Joe Barbieri è una delle espressioni più sincere e  intelligenti di quella che è ancora oggi l'idea di un cantautorato. Naturalmente esauritasi col tempo la cifra eversiva dei primi autori, oggi questo aggettivo serve soprattutto per mettere in  evidenza quegli artisti che compongono ed eseguono il proprio mondo espressivo. Nel caso di Joe Barbieri il suo avvento è stato nel segno di Pino Daniele. Napoletano come lui, hanno usato degli stilemi riconoscibili di un certo suono mediterraneo. Barbieri ha poi preso la sua strada ed ha iniziato ad affinare quella vena intima e un pò "francese" che lo ha portato appunto nei paesi di quella lingua dove è molto apprezzato. Qui in Italia uno dei suoi lavori più belli è "Respiro" dove c'è tutta la maturità di un cesellatore di tanta dolce presenza compositiva. In effetti già "Maison Maravilha" apriva ad un mondo che aveva già quel germe di umana cantabilità. La strada è aperta. Sicuramente tanta ricerca di sonorità, di bellezza fino alla collaborazione con Tosca e la pubblicazione dell'album "Origami". Joe o Giuseppe Barbieri continua a meravigliare in una sorta di ricerca di affetti musicali. In questa sorta di memoria per il futuro Joe non ha mancato di rispondere.

La tua collaborazione con Tosca non fa altro che portare in una voce diversa quella che è la tua idea di musica, di poetica e soprattutto di poetica dei sentimenti, pensi che oggi sia ancora possibile esprimere sentimenti che non siano tecnologici ma digitali?

Assolutamente sì, in ogni epoca si sono susseguite mode diverse, condizioni sociali e politiche differenti, e mille altri contesti eterogenei, ma l’umanità e l’umanesimo hanno sempre fatto capolino, il bisogno di un contatto concreto è alle fondamenta del nostro essere. In questi giorni di quarantena, nei quali mai come ora abbiamo a disposizione strumenti che alleviano le nostre distanze e che ci permettono di comunicare, è la fisicità a mancare, è l’essere realmente vicini. L’abbraccio è qualcosa che nessuna tecnologia riuscirà mai a sintetizzare.

Mi parli della tua veste di produttore di Morabeza? Come è nata l'idea di questo cd?

Morabeza” ha avuto una gestazione estremamente lunga e complessa, sono stati necessari circa tre anni per portarlo a compimento. La scelta delle canzoni è stata sicuramente la parte che ha richiesto più attenzione, ho prodotto e adattato in italiano ben più dei dodici brani finali per far si che dopo una selezione estenuante fossimo sicuri di avere tra le mani solo quanto del tutto necessario a far parte del disco. Tosca è una pasionaria, una donna che fa convivere testa e pancia in un equilibrio ammirevole, una persona che sa spendersi per un ideale e questo me la rende oltremodo cara ed apprezzata. Ebbene, questa sua attitudine doveva trasudare dalle pagine di questo disco, e – a mio modestissimo parere – così è stato. L’idea dell’album è nata da un documentario-testimonianza di alcuni viaggi e concerti di Tosca in Nordafrica, Europa e Brasile. Questi viaggi, queste esperienze, queste commistioni sono alle fondamenta di “Morabeza”.

Della partecipazione di Tosca a Sanremo cosa mi dici?

Te ne dico un gran bene. Per il pubblico Tosca ne è uscita come una diva con una voce d’angelo. Ha semplicemente ottenuto quel che meritava e che era nel suo destino.

Tu sei sempre stato un cantore di minima interiore (o anche maxima per certi versi) in quale delle tue canzoni pensi di aver creato un segno di profondità?

È una domanda alla quale è davvero difficile dare una risposta. Bisognerebbe, credo, affidarsi alla gente, domandare a loro se qualcosa è rimasto impigliato nelle loro anime dopo aver ascoltato una mia canzone. Per chi scrive il confronto con il cammino che una propria creatura fa è sempre complesso, di ardua interpretazione. Ogni tanto però mi arrivano delle testimonianze spontanee, delle storie, dei racconti privati che mi danno la misura del fatto che le canzoni hanno gambe, che le canzoni camminano, che fanno strade che tu non hai il potere di immaginare per loro, e che da autore ti dico che nemmeno devi provare ad immaginare. La libertà, al momento della creazione, è un aspetto fondamentale, non debbono esserci condizionamenti di sorta, le canzoni debbono nascere libere, come i figli che a un certo momenti devi essere pronto a vedere andar via.

Noi ci sentimmo ai tempi di Respiro dove mi dicesti delle cose molto interessanti soprattutto sulla tua idea di canzone. Oggi dopo alcuni anni mi spieghi cosa significa per te scrivere canzoni?

Parzialmente ti ho appena raccontato il mio pensiero sullo scrivere. Ma la scrittura è un processo in perenne evoluzione, ancora oggi – che sono trascorsi 34 anni dalla prima volta in cui ho posato una penna su di un foglio per veder nascere un brano – ogni volta mi domando se sarò in grado di onorare quest’arte, di portare a compimento con il giusto rispetto e la adeguata “efficacia” una nuova canzone. Ci sono periodi lunghi mesi nei quali semplicemente accetto il silenzio, accetto l’incapacità di scrivere un solo verso degno di esser chiamato tale, accetto che la musica non vuol saperne di me. Ed io devo, assolutamente devo accettarlo, devo attendere con pazienza che un’idea più ampia del vivere (che contiene quindi anche lo scrivere) mi porti più vicino alla mia anima, e mi suggerisca qual è il primo passo creativo da compiere, quello più importante. I successivi poi, in genere, seguono come un’onda.

Del tuo rapporto con Pino Daniele che cosa rimane e soprattutto cosa ti ha lasciato come eredità?

La cosa che maggiormente Pino m’ha insegnate è il glocalismo, far convivere il mio essere napoletano ed italiano con lo spirito del mondo. Non è solo una questione meramente musicale, è una intenzione dello spirito, è una attitudine dell’animo. Ma ovviamente per un musicista è nella musica che questa predisposizione si manifesta più marcatamente. È grazie all’insegnamento di Pino che in me è fiorita la spontanea volontà di collaborare con artisti di etnie ed estrazioni differenti, la disponibilità a mischiare culture e generi, di andare oltre le barriere mentali. Si, questa è l’eredità più grande che mi ha trasferito, oltre ad una chitarra ESP elettrica che conservo gelosamente e che mi regalò quando all’inizio del mio percorso mi regalò perché non potevo permettermi di comprarne una.

Come stai vivendo la solitudo di questo periodo?

Sostanzialmente bene. Per quel che possa significare la parola “bene” in questo periodo. Mi aiuta l’essere un orso casalingo anche in condizioni normali, oltre al fatto di svolgere in casa il 90% delle mie attività se consideri la quantità di tempo che richiede scrivere, produrre musica nel mio home studio e svolgere attività d’ufficio per la mia casa società editoriale.

La creatività ha bisogno di contagi sociali?

Di contagi dici? Mah diciamo eviterei qualunque cosa “contagiosa” per un po’.

 

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