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SE IL TEMPO NON AVESSE RISPOSTE. TONINO BATTISTA 2

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- Il ruolo della musica elettronica da Brian Eno ad esempio si può considerare contemporanea?

                Brian Eno e i molti altri artisti che ascriviamo all’ambito elettronico, insieme, hanno rappresentato una chiave di svolta epocale, permettendo la confluenza in un grande alveo comune di domini diversi della pratica musicale che prima viaggiavano in canali separati e che, almeno in apparenza, si ignoravano: in realtà si guardavano con reciproco interesse. Direi che da lì in avanti di strada se ne è percorsa tanta in direzione delle “strane attrazioni”!

La musica elettronica, grazie all’espansione del mezzo di produzione del suono, e nella sua accezione più ampia, ha rappresentato una rivoluzione del processo compositivo pari ad altri sconvolgimenti epocali di cui è disseminata la storia della musica occidentale. Io non mancherei però di osservare come questa rivoluzione, che fondamentalmente consiste nell’occuparsi dell’estetica del suono e della sua composizione come dato creativo, sia stata preconizzata e anticipata da compositori che non usavano il mezzo elettronico, o che l’hanno usato marginalmente, come Varèse, e questa rivoluzione ha avuto riflessi anche in musiche composte esclusivamente per strumenti acustici della tradizione. Mi riferisco a compositori - Scelsi, Grisey, Sciarrino, Lachenmann, tra questi - che sono stati affascinati dalla ricerca sul suono e l’hanno perseguita anche e soprattutto attraverso le tecniche compositive e performative legate agli strumenti tradizionali senza l’uso del mezzo elettronico. Come in altre occasioni, non c’è nettamente un prima e un dopo, sennonché c’è un processo in atto nella società che si alimenta con connessioni e interazioni le più disparate, pari al funzionamento di una rete neurale, in cui le idee scaturiscono e si succedono in maniera imprevedibile senza poterne attribuire la paternità esclusiva ad una data circostanza.

- I Conservatori cosa fanno per insegnare il contemporaneo?

                Fanno molto, ma direi che il dato più interessante è che sta cambiando (è auspicabile che sia così) il concetto dell’insegnamento. Il Conservatorio, a dispetto del nome, non “conserva”: cerca di stimolare ad esplorare. Per questo c’è bisogno di un’evoluzione della pratica dell’insegnamento. I docenti saranno più efficaci in questa nuova dimensione nella misura in cui saranno in grado essi stessi di riconoscere e interpretare quello che cambia nella società (essendo la musica un fenomeno sociale in costante evoluzione).

Oggi nei Conservatori - sicuramente nel Conservatorio di Benevento, dove ho la fortuna di insegnare e di condividere questa esperienza con colleghi preziosi - spesso grazie all’efficienza delle figure dirigenziali che hanno la lungimiranza di attivare nuovi e inediti corsi accademici, arrivano ragazzi che hanno interessi e formazione di base nei campi più disparati della professione del musicista. Non si parla solo di aspiranti compositori, violinisti, clarinettisti, vuoi nel dominio classico come in quello del jazz - quella del jazz è una novità ormai “storica” dei corsi accademici -, ma anche di producer, tecnici del suono, DJ, cantanti e musicisti pop, e tutto quello che il mondo globale della musica - o meglio delle musiche - offre in termini di lavoro e dove spesso il curriculum di formazione accademica fa la differenza.

La cosa più complessa, in questo senso, è tradurre tutto ciò in nuovi approcci alla didattica: è quello che si sta verificando sempre più compiutamente. Il bello è che, almeno per ora, si evita di formalizzare il nuovo approccio all’insegnamento e, finché sarà così, avremo la capacità di renderlo sempre fluido e al passo con i tempi.

Il dato collaterale vincente è il cross-over, inteso come possibilità di inserire insegnamenti eterogenei in qualsiasi cursus studiorum. La figura vincente del nuovo musicista professionista è sempre più definita come un crogiuolo di esperienze di diversa provenienza, dal jazz, alla classica, al pop, all’elettronica, e così via, non ultima la capacità di creare musica in prima persona. Questo, oggi, è inarrestabile e i Conservatori saranno in grado di evolversi per essere efficaci anche in questa nuova dimensione.

- Beethoven come sarebbe oggi?

                Il più avanti di tutti! Come lo è stato ai suoi tempi.

- Dei vari generi musicali recenti come la Trap cosa ne pensa?

                Credo sia importante conoscerli per praticarli nei Conservatori e per creare competenza (sebbene essi non abbiano bisogno dei Conservatori per evolversi perché sono “generi auto-generativi” e procedono senza sosta procreando altri organismi con insospettabile competenza). Il principio è sempre quello degli “strani attrattori”! Il Conservatorio è l’unica istituzione statale per le discipline musicali a livello professionale e deve indubbiamente contemplare quelle declinazioni della musica che nella società rappresentano le tendenze di gusto di una fetta importante di fruitori, nonché una specifica figura professionale musicale molto diffusa nel mondo giovanile.

Ho preso parte, nel Conservatorio di Benevento, a sedute di tesi accademiche in cui si dissertava approfonditamente e con competenza di argomenti legati ai generi musicali del mondo contemporaneo, come la Trap, tanto da non rimpiangere il modello di tesi a cui mi potevo riferire quando ero studente io stesso. Quanto sarebbe più ricco il mondo se un Trapper professionista fosse educato anche all’ascolto e alla conoscenza della musica di Beethoven o di Ligeti e, perché no, magari sapere come funziona un mottetto isoritmico dell’Ars Nova!

- La canzone, in Italia soprattutto, dove sta andando?

                Il dominio della canzone, soprattutto in Italia, in generale è più conservatore rispetto ad altri generi pop tendenzialmente più fluidi: mi sembra che la canzone rimanga più volentieri ancorata ad un modello storicizzato e consolidato (lo fa avvalendosi di paradigmi stilistici e storici di ampio spettro). L’aspetto più evidente ed interessante della sua evoluzione risiede nell’uso alternativo della metrica, per quanto riguarda il testo, e un look sempre up-to-date per quanto riguarda il suono (tanto strumentale quanto vocale) da cui si può imparare molto.

- Parliamo del momento odierno: cosa fa per vivere questi giorni?

                Essere ottimisti, ricavare tutti i vantaggi di queste restrizioni che ci troviamo a dover osservare e che indubbiamente cambiano il nostro quotidiano; ma il recupero del silenzio, della semplice meditazione, il sano non far nulla, alternato al lavoro che possiamo continuare comunque a svolgere - e per noi musicisti questi momenti sono più che mai preziosi - ci traghetteranno verso un “nuovo” che sarà il dopo. Forse avremo imparato ad apprezzare meglio cosa vuol dire armonia e potremo costruire un “nuovo” migliore.            

- Che ne pensa dei ‘flash mob’ canori sui balconi?

                Non ho avuto la ventura di seguirli dal vivo e me ne rammarico. Qui dove abito, in piena campagna, non se ne sente molto l’effetto: immagino che, in una via di città piena di palazzi, e con molti balconi, il risultato possa essere entusiasmante e coinvolgente. Mi piacciono gli happening con stratificazioni di eventi musicali eterogenei, mi ricordano la musica di Charles E. Ives e i suoi temi urbani che si spostano nello spazio sovrapponendosi eterofonicamente, senza principio contrappuntistico, se non come pura polifonia.

- Pensa che le persone credano ad una sorta di italianità quando cantano l'Inno di Mameli?

                Come in tutta l’arte, la fruizione crea empatia ed immedesimazione pari alla competenza che si sviluppa in merito. L’Inno di Mameli risuona a gradazioni diverse pari alla coscienza civico-sociale di chi lo canta. La qualità dell’esperienza è sempre proporzionale all’educazione.

- Lei cerca un tempo di spiritualità nella musica?

                Per me la musica è spiritualità come lo è la preghiera: devo impegnarmi costantemente a imparare come si … prega sempre più sinceramente!

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