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SE IL TEMPO NON AVESSE RISPOSTE. CLAUDIO RICCIARDI 1.

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Claudio Ricciardi è una persona che ha una chiarezza sonora come pochi. Spesso si sottovaluta la nostra componente sonora e altrettanto spesso mettiamo in un gran paniere parole, note, urla , pianti e tante altre espressioni che sono strettamente correlate alla complessità sonora. Claudio Ricciardi arriva ai suoni come molti attraverso la musica. Suona il contrabbasso, la chitarra, spesso si trova nel contesto jazz e improvvisa. Per improvvisare bisogna avere un buon livello di coscienza del proprio ear training. Passa alla costruzione degli strumenti, manipola il legno, cerca di cavarne suoni. Si interessa alle musiche che non hanno il codice occidentale e studia i suoni di altre popolazioni fino agli aborigeni australiani. Scopre uno strumento incredibile che è il didgeridoo e si apre un mondo sonoro che va oltre ciò che l'acculturato occidente offre. Le sue conoscenza vanno sulla persona, sulla scoperta del proprio Se; cerca di comprendere come l'uomo respira e come il respiro sia così importante. Arriva quindi a scrivere un libro L'albero che canta. Il didgeridoo.  E' un punto importante della comprensione di quanto riferito. I suoi mondi sonori lo portano al suono elettronico. Oggi è un musicista che ha il proprio Iso e che è ben consapevole di come il mondo sonoro sia così importante nell'essere umano.

Proprio in questo tempo di respirare bene, o meglio di respirare "sano", le voglio chiedere cosa è il respiro?

Questa mi sembra una domanda enorme. Cosa è il respiro? Da che punto di vista? Non saprei da dove cominciare. Ci vuole un trattato di fisiologia della respirazione. Però una cosa la posso dire, oltre al fatto che respirare è vivere. Senza respiro manca ossigeno al cervello e ai tessuti e nel giro di 10 minuti smettiamo di vivere, più o meno. Ma si è pensato male, ad esempio, dicendo che alla nascita la vita inizia con il primo respiro, in realtà non è vero. In realtà alla nascita c’è l’attivazione del cervello causata dai fotoni sulla retina (che è una estensione del SNC) che determinano l’arousal della corteccia. Solo dopo questa attivazione della corteccia, dal cervello arrivano gli stimoli al diaframma ed inizia il respiro. Questa è una importante rilevazione fatta dallo psichiatra Massimo Fagioli che con la sua Teoria della nascita ha posto nuove e notevoli comprensioni di ciò che accade proprio in questo passaggio fondamentale dalla condizione di feto, senza respiro, al neonato. Un salto di discontinuità mai considerato da Freud e dai freudiani che non facevano nessuna differenza tra la condizione del prima e del dopo la nascita. Così anche in campo bioetico, dove questa considerazione non viene utilizzata per porre in essere che l’aborto non è come dice la chiesa un omicidio; infatti fino alla 24esima settimana non è possibile nessuna vita proprio perché è dopo questo periodo che si forma la retina che permetterà la stimolazione da parte dei fotoni della luce, e quindi tutto il processo della vita alla nascita. Ecco non saprei dire niente di più.

Dalla notte dei tempi si è sempre cercato di comprendere e far comprendere che la respirazione è importante tanto quanto mangiare o dormire. Come mai nel nostro mondo occidentale tutto questo ancora è difficile da far comprendere?

Probabilmente Lei si riferisce al fatto che nelle dottrine orientali come lo yoga, il Tai Chi, etc. etc. etc., il respirare è parte fondamentale di molte tecniche corporee e che noi nella nostra cultura non l’abbiamo mai messa in primo piano. Rispondere a questo è molto difficile. Tutta la nostra cultura, che possiamo far derivare dalla filosofia greca ha preso una strada che ha portato necessariamente ad eliminare altre possibilità. Socrate, Platone e Aristotele sono stati molto deleteri privilegiando la razionalità, e schiacciando ad esempio Eraclito che con la sua “da tutte le cose Uno e da Uno tutte le cose” era non molto dissimile dal Taoismo. Cosa che poi al contrario ha fatto Frijof Capra nel suo bel libro “Il Tao della fisica” mettendo in relazione di affinità le ultime concezioni della fisica quantistica con il pensiero Taoista. Così anche Carlo Rovelli, il grande fisico italiano, ricercatore nel campo della gravità quantistica, leggendo Nagarjuna ne valorizza il pensiero in quanto offre uno strumento per comprendere le relazioni di interdipendenza molto simili alla complessità relazionale della teoria quantistica dei campi. Ecco a me sembra che se poi non si è dato valore a certe pratiche come la respirazione presente nel buddismo e nello yoga, questo sia dovuto a deviazioni di percorso alle quali non si è voluto dare alcuno spazio. Abbiamo perduto così intere possibilità di pensiero e penso che appunto tra questi ci sia stato l’approfondimento degli aspetti sulla respirazione.

Mi parla del Didgeridoo?

Il didgeridoo o Yidaki, come alcuni aborigeni lo chiamano, è un grande ed affascinante strumento che mette insieme la ritmicità del respiro con l’espressività degli armonici. La respirazione circolare che lo caratterizza ecco che rimette in gioco il respiro di cui parlavamo prima. Ma questa volta dobbiamo dire che questa tecnica respiratoria è anche una prerogativa occidentale dato che in Sardegna is launeddas si suonano con la stessa tecnica, ed anche nel bacino mediterraneo ci sono altri strumenti che la utilizzano. Quindi trovare questa caratteristica affine agli aborigeni ha determinato in me un particolare interesse. Ho contattato, ma senza ottenere risposte, alcuni studiosi sia italiani che francesi per sapere dell’origine di questa tecnica ma nessuno è stato in grado di darne una spiegazione, in poche parole non se ne sa nulla e quel poco l’ho dedotto dalla letteratura e descritto nel mio libro. Comunque ho sempre trovato fantastico il fatto che girando nel bush gli aborigeni, martellando alcuni tronchi di eucalipto, ne percepissero il vuoto interno e tagliando il tronco in questione scoprissero che l’interno era stato letteralmente rosicato dalla termiti e che quindi era naturalmente cavo. Soffiandoci dentro hanno prodotto suoni che nessun’altro strumento è in grado di produrre. Una sensazione, per me che avevo suonato ed amato il contrabbasso per il suo timbro così basso, talmente coinvolgente da toccare l’interno del mio stomaco con una sensazione di fluidità molto particolare e piacevole da stordire. Il giorno del mio cinquantesimo compleanno, ad esempio, dopo essere stato a lezione un paio di volte da un ragazzo poco più che ventenne, l’aver scoperto di saper fare la respirazione circolare mi provocò una tale sensazione di gioia identica proprio a quella sensazione quando si riesce a realizzare qualcosa che fino a poco prima avevi pensato impossibile. Una intensità che ancora non ho dimenticato. Associata al suono profondo e basso del didgeridoo, dava veramente la possibilità di fare un viaggio dentro il proprio respiro. Nessuna sostanza poteva fare di meglio.

Quale è stato il suo rapporto con Roberto Laneri?

Con Roberto ci siamo incontrati e poi separati per ragioni personali molte volte. Nel 1965-66 circa, Antenore Tecardi, un Liutista di musica barocca, che allora suonava il pianoforte ci fece incontrare e formammo un piccolo quintetto di Jazz e ricordo ancora che suonammo in trio con un chitarrista all’inaugurazione del Beat ’72, storico locale dell’avanguardia teatrale e musicale romana, mentre un esponente dell’allora gruppo degli Uccelli, recitava la poesia Urlo di Allen Ginsberg. Questo gruppo durò un anno circa e poi gli studi universitari ci separarono fino a quando tornando dagli Stati Uniti dove era stato per completare i suoi studi musicali, Roberto formò il gruppo di Prima Materia, primo gruppo di canto armonico in Europa. Facemmo insieme molti concerti in Italia e all’estero per alcuni anni, poi di nuovo una separazione per differenti visioni del mondo e della realtà. Ma molti anni dopo, nel 2001 quando il mio interesse per la musica si riprendeva con nuova vitalità, con la scoperta del didgeridoo, lo contattai di nuovo sapendo che avrebbe apprezzato la mia scoperta di questo insolito strumento, lui che aveva vissuto come musicista e compositore molte esperienze, fu ben lieto di questo incontro che produsse per la rivista World Music, ora purtroppo interrotta, il CD Inside Notes. Questo CD ebbe anche un certo successo in quanto fu classificato tra i primi 10 dell’anno, dal quotidiano Il Manifesto. Un peccato che poi il nostro rapporto di collaborazione ed anche di amicizia si interruppe per varie incomprensioni. Comunque per me l’incontro con lui fu una esperienza formativa che non esito a riconoscere e a darle il suo valore.

Cosa significa oggi fare musica?

Io in genere non ho mai amato lo studio della musica come si intende in senso tradizionale. Iniziando, come ti ho già detto, a suonare il Jazz con il contrabbasso, il mio interesse è sempre andato verso la musica improvvisata. Non mi è mai piaciuto suonare cose che avevano composto altri. Certo ho studiato chitarra Jazz per tre anni, poi contrabbasso, lasciandolo e riprendendolo varie volte, poi con il didgeridoo sempre strumenti particolari, come oggi l’Handpan, il flauto armonico, ed anche il violoncello, sostituito al contrabbasso per essere molto meno faticoso, facendo arrabbiare spesso la mia maestra perché ero molto indisciplinato. Ho continuato comunque sempre a suonare solo per il piacere e il mio divertimento. Un modo per esprimere delle istanze interiori che altrimenti avrebbero sofferto a non esprimersi. Poi negli ultimi anni, un caro amico, musicista ambient o giù di lì, Giuseppe Verticchio, mi fece un lungo corso per imparare ad utilizzare il computer per fare musica elettronica-concreta ed elaborare file che suonavo con vari strumenti. Sono riuscito così a fare “sculture sonore”, mettendo e levando suoni dalle registrazioni. Ho scritto anche un altro libricino dal titolo SCOLPIRE I SUONI, che mette insieme il mio interesse per la musica ed anche per la scultura che faccio dal 1985. Costruire dei paesaggi sonori con rumori e suoni presi dalla natura mixati insieme a parti musicali con strumenti vari, è diventato oggi per me un modo di esprimere ricordi ed immagini interiori. Dare forma ai suoni modificandone il volume, il timbro, il ritmo e le pause. Una elaborazione concreta mediante l’ascolto simultaneo del lavoro prodotto, giocando con la stereofonia spostando il suono a destra e a sinistra, come a modificare con le mani la sostanza sonora. Quello che mi ha particolarmente intrigato è stato il non pensare più la musica attraverso criteri logico-astratti dettati dall’armonia, dalla scrittura, ma affrontando la composizione sullo schermo del computer. Una ulteriore scoperta per me per continuare a produrre suoni come mia esigenza. Elaborare delle sensazioni acustico-sensoriali con le quali esprimere la mia dimensione meno cosciente e più profonda. Ne sono venuti fuori una decina di cd in giro su amazon.com.

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