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Ornella Muti alla Pergola

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Da martedì 16 a domenica 21 febbraio 2010

 

Ornella Muti

L'EBREO

di Giovanni Clementi

 con Pino Quartullo, Emilio Bonucci

regia Enrico Maria Lamanna


Alla Pergola il debutto teatrale di Ornella Muti accanto ad Emilio Bonucci e Pino Quartullo, in L’ebreo di Gianni Clementi diretto da Enrico Maria Lamanna

 

 

"L'ebreo" di Giovanni Clementi è il testo vincitore della prima edizione del Premio Siae-Agis-Eti del 2007, che ha tra gli obiettivi quello di avvicinare e collegare gli autori alla realizzazione concreta dello spettacolo, per favorire la produzione e la distribuzione dell’opera vincitrice. Con l’"Ebreo" Clementi ha raggiunto “la simbiosi perfetta fra il tema, storicamente importante, ed il linguaggio teatrale diretto ed efficace, sottolineando la drammatica attualità dell’argomento" come recitano le motivazioni del premio. Mette in scena questa apologia della meschinità umana, ambientata in periodo postbellico, Enrico Maria Lamanna, che ha creduto fortemente al testo per la sua forza e modernità, e che ha convinto Ornella Muti al debutto teatrale insieme a Emilio Bonucci e Pino Quartullo.

 

L'ebreo è la storia di una coppia travolta da un evento tanto temuto quanto atteso. Quando negli anni '40, in seguito alle leggi sulla discriminazione razziale, molti ebrei in fuga dalle città o dall'Italia abbandonavano le loro case e i loro beni, per metterle al riparo dai possibili espropri, intestavano le proprietà a dei prestanome di razza ariana, con l'accordo di rientrarne in possesso. Questo è quanto accade ai coniugi Consalvi, diventati i proprietari di un bell'appartamento nel centro di Roma, ma il ritorno del proprietario ebreo dopo 13 anni sconvolge la loro vita agiata... Punto di vista estremamente particolare nell'affrontare la tragedia dell'olocausto, quello scelto da Giovanni Clementi, che ha da subito affascinato il regista Enrico Maria Lamanna: “mi ha colpito la tematica: a me piace molto il tipo di storia ambientata in una Roma che non c'è più, la Roma del dopoguerra. Il testo è scritto in maniera deliziosa e geniale, in un romano degli anni '50 usato anche in modo spregiativo, soprattutto da Immacolata, la protagonista, una donna semplice che viveva a Tor di Valle e che si trova improvvisamente erede di alcuni palazzi a Roma e che quindi da 'burina arricchita' continua a parlare in romano. L’uso di questa lingua rende Immacolata ancor più violenta soprattutto verso chi, come lei, ha conosciuto e conosce ristrettezze e patimenti e non può onorarle oggi la pigione, e soprattutto verso l'ebreo protagonista dell’opera. La storia nasce dalla cronaca dell’epoca e dalle colonne di un quotidiano. Molti palazzi della Roma antica appartengono a persone che tu non immagineresti perché, come mi spiegò Giovanni Clementi, molte famiglie ebree borghesi durante la guerra lasciarono i propri palazzi alla servitù con l'impegno di riaverli indietro se fossero tornati dai campi di concentramento. I problemi nascevano quando al ritorno dell'ebreo i prestanome affidatari dei beni non restituivano le proprietà, questo tema mi è piaciuto molto da subito.”

Un racconto del 'dopo' quindi, più che delle cause, quello di Clementi che evidenzia anche la reazione al dopoguerra della cattolicissima Italia alle soglie del boom economico (siamo nel '56).

“Questa è una cosa molto interessante – commenta Enrico Maria Lamanna - è una tematica che è stata affrontata pochissimo: cosa è successo in Italia dopo la guerra?, il dopo olocausto come è stato vissuto?, è difficile immaginare come si era incattivito il popolo. A questo proposito c'è una battuta chiave della protagonista che può far ridere ma è agghiacciante: “ma di tanti che ne hanno infornati proprio lui?” è atroce, ma fa capire la miseria e la disperazione del dopoguerra, dove non si guardava in faccia più nessuno, sembra assurdo in un paese come l'Italia e invece era proprio così, 'mors tua vita mea'.”

A dare corpo e voce a Immacolata, la moglie del ragionier Consalvi, Lamanna ha scelto una delle attrici più amate del nostro cinema, Ornella Muti, qui al suo debutto teatrale. “Ornella è una donna molto ironica nella vita – continua Lamanna – e si diverte anche a prendersi in giro. Mi è piaciuta  anche perchè appena ha letto la parte di Immacolata ha preso istintivamente la cadenza romana, ha trovato i tempi comici, ha subito colto il dramma di Immacolata con la leggerezza dell'ironia. Non ne ha fatto un personaggio cupo, anzi alla fine il pubblico parteggia per Immacolata perchè Ornella è così dinamica, forte, carismatica, ed è  al suo debutto teatrale!”.

Orario spettacoli:
dal martedì al sabato: ore 20.45
domenica: ore 15.45

Prezzi biglietti interi:
Platea: € 27 + € 3 (diritto di prevendita) € 30
Posto Palco: € 20+ € 2 (diritto di prevendita) € 22
Galleria: € 12,00 + € 2 (diritto di prevendita) € 15

 
Ornella Muti

 

Note dell’autore

 

Negli anni ’40, con l’entrata in vigore delle leggi sulla discriminazione razziale, emanate dal regime fascista, molti ebrei, presagendo un destino incerto, avevano pensato di mettere al riparo i loro beni, da presumibili espropri, intestando le loro proprietà a prestanome fidati di razza ariana. Marcello Consalvi, al tempo oscuro ragioniere, è stato uno dei fortunati beneficiari. Il suo Padrone gli ha intestato tutte le proprietà. E’ ricco e vive con la moglie Immacolata nello splendido appartamento del Padrone nel ghetto ebreo di Roma. La vita borghese della coppia è improvvisamente sconvolta, dopo 13 anni, da qualcuno che bussa alla loro porta.

L’Ebreo nasce dal desiderio, partendo da un fatto poco frequentato storicamente e teatralmente, di indagare, per l’ennesima volta, l’animo umano. E specificatamente il grado di aberrazione che un essere umano può raggiungere pur di non rinunciare ai suoi privilegi. Certo, in quanto ad aberrazione, la storia contemporanea non teme confronti. La scrivo volutamente con la “s” minuscola questa storia, probabilmente perché vivendola in prima persona non ho di conseguenza avuto l’opportunità di somatizzarla. Ma la percezione che si ha di questi nostri anni tanto “piccoli” e tanto volgari, è talmente fastidiosa da provocare spesso una voglia,  più che di digestione, di esorcismo. Scriverne non è facile. Ricercare poi poesia in questa “storia” è davvero impresa impossibile. Poesia, spesso tragica, che al contrario si respira frequentemente nella “Storia”, con la “S” ‘stavolta sì maiuscola. La II guerra mondiale, ad esempio, ormai somatizzata e  sedimentata al punto da non costituire più un monito per le generazioni più giovani, assume per questo tentativo, l’aspetto di una vera e propria esigenza drammaturgica. Infatti, anche se è solo il ricordo della Guerra e delle atrocità degli anni ’40 ad essere evocato nel L’Ebreo,  ciò credo basti a riempire di significato altro l’invenzione della trama. La piccola storia di una coppia travolta dall’evento, tanto temuto, quanto atteso. Il tentativo di descrivere il progressivo deteriorarsi della certezza in una sorta di accidia, per quanto concerne il personaggio maschile, e da una vera e propria incredulità, che non tarda a trasformarsi in rabbia ed ira, ad obnubilare il personaggio femminile. La scelta espressiva del “romano” per raccontare tutto ciò, si inquadra, prima che in un percorso personale, nell’esigenza di proporre un’ambientazione ideale (Il Ghetto di Roma) e mettere in risalto le qualità/difetti dei protagonisti. E, a dispetto dei sacrosanti pregiudizi verso un uso/abuso cabarettaro-televisivo del linguaggio romano, in questo specifico caso, credo sia la lingua giusta per  esaltare in senso teatrale il cinismo e la follia dei nostri protagonisti.

 

Gianni Clementi

 

 Note di regia di Enrico Maria Lamanna

 

Era l’anno della nevicata a Roma, quella del ‘56, anno in cui prende corpo la storia de L’Ebreo, premio Siae – Eti – Agis  scritto da Gianni Clementi.

Era da un po’ che io e Gianni ci inseguivamo: quel suo saper raccontare storie, semplicemente storie, quel suo amore verso il dialetto romano, alzato finalmente a lingua, erede di Monicelli, Risi, ma ancor più di Age e Scarpelli e di Suso Cecchi D’Amico.

E così, io che amo la drammaturgia contemporanea, sempre pronto a creare i classici del 2000, resto folgorato da Gianni e parto con L’Ebreo. E ne ricreo i sapori, le atmosfere di una Roma che fu, quella del ’56 appunto, nel pieno dopoguerra, ma dove però la capitale era in mano ad una classe di “cafoni arricchiti”, che vivevano di usura e di proprietà usurpate o acquisite dagli ebrei padroni di palazzine per la città di Roma e nel ghetto, che lasciavano in consegna alla servitù i propri averi prima di essere deportati, con l’impegno di riaverli al ritorno. Molti non sono tornati, pochi sì. Ed ecco la storia di Clementi: cosa succede se improvvisamente una famiglia proletaria si trova proprietaria di svariati beni, e la ricchezza li rende avidi, cattivi e sciacalli, che cosa succede se sempre improvvisamente si ripresenta l’Ebreo, legittimo proprietario, a richiedere dopo 13 anni i propri averi?

Mi trovo ora a dirigere Ornella Muti, al suo debutto teatrale. Per Ornella alias Francesca alias Immacolata (la protagonista) trovo un registro popolare, violento, arrabbiato, e se in Notturno di donna con ospiti di Ruccello l’Adriana di Giuliana De Sio al finale rivelava una Medea metropolitana, qui l’Immacolata di Ornella, sotto la neve che imbianca la capitale, rivela una lady Macbeth de nonatri, dolorosa e folle, vendicativa e selvaggia.

Con grande umiltà, Ornella ha indossato i panni di Immacolata, lasciandosi guidare nel dedalo ironico-tragico del personaggio pronto a tutto.

Grazie, Ornella, di avermi dato l’onore di portarti fin qui, e di avermi fatto aprire, durante le nostre sessioni, porte dentro di te chiuse.

Accanto a lei Emilio Bonucci, già da me diretto ne La formula, attore straordinario, modernissimo, generoso. Allora si trovava a battezzare il debutto di Rosalinda Celentano, ora di Ornella Muti, nel ruolo del marito debole, sciatto, solo, nostalgico.

E infine Pino Quartullo, regista – attore, ma soprattutto amico. Da tempo ci inseguivamo, ed ora eccoci qui. Io e lui, registi di un’epoca difficile, ma che ripaga con questi incontri, Lui è Tito, idraulico, amico di famiglia, simpatico, rozzo.

E se il marito rappresenta una Roma che fu, e Tito una Roma naif forte e greve, Immacolata è certamente il nuovo che avanza, che perde il concetto di valori e si accanisce anche contro se stessa.

E il percorso sonoro di questo spettacolo ci porta attraverso un film in bianco e nero, un po’ del tipo Poveri ma belli, ma anche un film dove Immacolata diventa pure una creatura della cinematografia di Aldrich degli anni ’60, e penso alla perfidia di Olivia De Havilland in Piano, piano, dolce Carlotta, ma dove riecheggia, invece, l’urlo della Magnani «Francesco!... Francesco!...», l’urlo della sopravvivenza.

 A Giuliana, la mia amica di sempre.

Fonte: comunicato stampa Teatro La Pergola


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