Sembrano continuare le proteste che nei giorni scorsi hanno scosso Lhasa, la capitale della regione del Tibet. Bisogna parlarne con il condizionale, dato la notevole divergenza tra quello che riferisce il governo cinese e quello che afferma il governo tibetano in esilio. Poi, la distanza non agevola.....I morti sarebbero "ameno trenta", cifra data, secondo "il manifesto", dagli esuli tibetani, mentre "Il Tirreno"afferma che costoro parlano di cento morti, e trenta sarebbe un compromesso con i dieci riconosciuti da Pechino. Secondo le fonti vicine al Dalai Lama, in questo momento sarebbe in vigore la legge marziale nella capitale tibetana, cosa smentita dalle dichiarazioni ufficiali cinesi. Noi (da intendersi: noi esseri umani lontani dai fatti), "conosciamo solo la Fama". Ci giungono anche notizie di cecchini sui tetti e rumori di spari per le strade, ma, ufficialmente gli agenti di polizia e l'esercito non sparano....Le autorità locali hanno comunque dato un'ultimatum ai rivoltosi, con scadenza alla mezzanotte di Lunedì. Nel frattempo continua la solidarietà internazionale con i manifestanti, a cominciare dalla "marcia di ritorno"dei monaci tibetani in India (vietata dal governo indiano), per proseguire con manifestazioni (e arresti) a Sidney , all'Aja, etc.
Per ora scartata l'ipotesi di un boicottaggio "ufficiale ed internazionale" delle prossime olimpiadi.
Fabrizio Cucchi, DEApress
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