[cfr. Notizia ANSA e Il Giappone devastato, di Riccardo Fratini]
Il mondo trema e ci terrorizza. Migliaia di morti travolti dall’acqua, il rischio di una strage ancor più grave e dalle conseguenze imprevedibili: il Giappone è in ginocchio – economicamente, tecnologicamente e, soprattutto, a livello umano.
Ma noi, come viviamo questa strage? Con la paura di chi ha già preso una decisione, e rischia di pagarne le conseguenze. E non ci fanno tanto orrore i morti affogati o gli avvelenati dalle radiazioni. La nostra paura, di italiani, è che tutto questo “potrebbe succedere anche a noi”.
Le coscienze si risvegliano sempre tardi, e a ragion veduta – o meglio: a morte e distruzione, vedute. E ci rassicuriamo, naturalmente, con la falsa coscienza che questa nuova paura è solo il frutto di un evento straordinario, sconvolgente e, soprattutto, casuale. Ma non ci chiediamo quanto invece tutto questo non sia il risultato “naturale” del futuro “innaturale” che ci stiamo disegnando (sulla nostra pelle). Perché la tecnologia fornisce fiducia, e quando qualcosa va storto, ce la prendiamo con il caso, con l’“imprevisto”, e non guardiamo invece a quella smania di prevedere ed imbrigliare, che aggioga il nostro mondo di computer e cellulari, di navigatori satellitari e “giochi” nucleari.
Alla fine, daremo tutta la colpa allo tsunami, e torneremo ad affettare atomi, tranquilli come prima. Sotto le nostre case, le centrali nucleari continueranno ad accumulare scorie, gli acceleratori di particelle a simulare big bang e buchi neri… e se di nuovo capiterà qualche “incidente”, ce la prenderemo con il terremoto di turno: “perché la colpa, non è stata di nessuno!” (sempre che, quel giorno, resti ancora qualcuno da incolpare)
Simone Rebora
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