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Quando non esisteva la parola bar

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Quando non esisteva ancora la parola BAR
      
Artisti, letterati, politici e figlie maggiorenni sui divani dei caffè fiorentini.

di Carmelina Rotundo

La   topografia  dei Caffé  artistici e  letterari,  tra la fine  dell’800  e l’inizio del nuovo secolo è facilmente ricostruibile: il  Centro, il  Clou, era - allora come oggi - in Piazza Vittorio Emanuele 1°, l’attuale  Piazza della Repubblica. Tanti i Caffè. Ancora non esisteva la parola “Bar“ - più numerosi e più grandi di come oggi li vediamo: il “vecchio” Gilli, il Paskowski, le Giubbe Rosse, il Donnini ed il bel locale di Firenze ll Gambrinus, la cui sala oggi accoglie  il Cinema.
In Piazza Duomo, uno quasi di fronte all’altro e dai nomi molto simili: Rosa  e Rosina, aperti tutta la notte, “delizia” dei nottambuli  più accaniti  che qui continuavano a chiacchierare e a bere, dopo aver fatto il giro degli altri Caffè.
All’angolo di via Martelli, il Bottegone, che non era tanto il locale degli intellettuali, ma della borghesia, Caffè concerto dove si ascoltava l’orchestra e, cosa eccezionale per allora, si  potevano portare le signore e le figlie maggiorenni: i divani rossi del Bottegone hanno accolto uomini politici ed artisti di teatro, molti dei quali venivano dal Piccolini.
Piazza Signoria con i suoi eleganti caffè apparteneva invece ai turisti. Nella via Cavour al 41 rosso, tra la Gioielleria Calosci e la  Casa della stilografica, quasi sopra ad un nuovo bar, una lapide ci rimanda indietro nel tempo quando  nello stabile “ebbe sede il Caffè Michelangiolo, geniale ritrovo di un gruppo di liberi artisti che l’arguzia fiorentina soprannominò “macchiaioli”,  le cui opere, nate tra le lotte politiche e gli eroismi guerrieri del Risorgimento nazionale, perdurarono il lume della tradizione pittorica italiana”.
Nella stessa via il caffè dei Risorti proprio di fronte alla Prefettura dove oggi c’è Frette. Posto rilevante nel panorama artistico letterario, aveva il caffè San Marco, in Piazza San Marco frequentato soprattutto da studenti proprio perché, allora come oggi, si trova vicino all’Università e all’Accademia delle Belle Arti.
Altre punte c’erano state in via de’ Pecori, la famosa birreria Cornelia, grande, con giardino e all’angolo tra Via de’ Benci e Borgo Santa Croce, vicino alla  Biblioteca Nazionale: il café delle Colonnine.
Più lontani e più eccentrici i locali sulle colline: L’Aurora a Fiesole. La Loggia al Piazzale Michelangelo e lo Chalet
Fontana frequentato da Rosai, il quale aveva lo studio in via S. Leonardo.
Si andava al caffè perché intono alla “tazzina” si poteva  stare "al caldo" in quattro/cinque, seduti su confortevoli sedie intorno al tavolino, la luce elettrica era abbondante e così il riscaldamento. I caffè divennero dunque luoghi di lavoro, punti di incontro, spesso più importanti della casa “Per anni le Giubbe Rosse furono il mio recapito abituale nelle mie scappate a Firenze” diceva Carlo Carrà. Delizie e dolori, come si suole dire e quella tazzina di caffè  qualche volta era all’origine di preoccupazioni. Soffici a proposito ricorda  che al Gambrinus, dato che c’era l'orchestra il caffè era caro, “Pagare il conto costituiva il più grave problema di ogni sera”; il Caffè San Marco era invece più economico. “Una tazzina di caffè qui costa ragionevolmente meno“ scriveva il Piccini. Il centro, il clou restava però Piazza Vittorio a cui Giovanni Papini  dedicò una dissacrante poesia.

Le redazioni di grandi riviste si riunivano nei caffè
: “Lacerba” di Papini e Soffici che, dichiarata la guerra 1915-18, cesserà  la pubblicazione; la “ Voce” di Prezzolini; “Solaria“ di Montale durerà invece fino al 1934. Dino Campana veniva a piedi da Marradi con una bisaccia piena di libri e nei caffè vendeva i suoi Canti Orfici; indossava allora pantaloni fatti con la tela di una tenda e strappava la prima pagina a chi  giudicava “non degno”.
Era molto in voga allora una strofetta che Alberto Viviani riporta nel suo volume edito nel 1933 e dal titolo “GIUBBE ROSSE”

 
“Autunno”

Domenica, ore sei
tutti si danno del Lei
intorno ai tavolini piccolini e sudicini dei noiosi caffè
Piazza
Vittorio.
Piazza Rotatorio. Piazza dei letterati
che dicon male di tutti
assaggiando i gelati
sotto gli occhi di tutti… 

Ecco un'altra divertente citazione:

"Giubbe rosse è quella cosa che ci vanno i futuristi se discuton non c’è Cristi non puoi giocare a dama” 

Ambiente dalle mille sfumature, sempre in fermento, dove non c'era mai da stare tranquilli, dove l’immaginazione andava alla ricerca di nuove frontiere e di amici, dove persino le luci, gli specchi molati, i camerieri, il conto, i frequentatori creavano “quella cosa” da cui difficilmente ci si poteva staccare perché tutto, lì, diventava indimenticabile.

Carmelina Rotundo - DEApress

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 26 Settembre 2007 21:22 )  

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