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Parità di genere: proposte del Pd

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Mercoledì pomeriggio la Casa della Creatività di Firenze ha ospitato un’incontro organizzato dal Partito Democratico toscano per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema della sottorappresentazione delle donne a livello istituzionale. In effetti il problema c’è, ed è tangibile e riscontrabile in ogni aspetto della vita quotidiana. La percentuale di donne che ricoprono incarichi istituzionali fanno crollare il Bel Pease in fondo alle classifiche, sia europee che mondiali. Al pari della Cina. Tutt’ora, deputate e senatrici elette nel 2009 occupano solamente il 20 % circa delle poltrone disponibili, mentre aumentano leggermente quelle elette per il Parlamento Europeo, raggiungendo un 22% circa.

E su questo niente da obiettare. Tutti siamo consapevoli che una reale parità tra i generi non si è ancora raggiunta e anche le esponenti del PD toscano sono concordi nel denunciare questa mancanza nello Stato. Poche, e poco chiare le proposte, forse troppo legate alla politica per poter realmente assistere ad un radicale cambiamento di concezione e opportunità, e troppo distanti dal quotidiano per raggiungere una consapevolezza condivisa da tutti, uomini e donne, del problema. Le proposte, avvalorate anche dalla presenza di noti costituzionaisti, hanno riguardato principalmente la riforma dei sistemi elettorali, tra le quali spicca quella del sistema della “coppia aperta”. Tale sistema prevede la presentazione, in un collegio uninominale, di due candidature abbinate allo stesso partito, una di un uomo e una di una donna.Conquisterà il seggio la coppia che otterrà più voti rispetto alle altre, e all’interno della coppia, si aggiudicherà il seggio il candidato che ha ricevuto più voti. Effettivamente sarebbero notevoli i vantaggi di tale sistema: gli elettori avrebbero più libertà di scelta, il che potrebbe influire positivamente sull’astensionismo e poi comporterebbe una parità di accesso tra i sessi alle cariche pubbliche, senza essere favoriti o danneggiati nelle canddature.  Ma forse è necessario andare oltre la denuncia e avanzare delle proposte, da portare però sia all’interno delle istituzioni stesse che nella società civile. Perchè non basta una varazione di una legge per cambiare il senso comune, quello codiviso. Sarebbe un’imposizione dall’alto, quasi un contentino. E’ la base che si deve imporre, anzi che deve imporre la sua volontà laddove ci sia ingiustizia sociale. E non mi riferisco solo al problema della parità dei sessi, ma agli operai che si vedono chiudere la propria azienda per vederla riaprire in Asia o in Cina, ai disabili che si vedono derubati dei loro diritti, agli studenti che non possono permettersi l’università o a quelli che devono emigrare all’estero per avere un minimo di gratificazioni, alle forze dell’ordine ridotte a fare da bodyguard alle Papi’s girls. Sono tanti gli esempi, ne siamo circondati. Probabilmente se i partiti si facessero portavoci di queste parti sociali e riuscissero a amalgamare la mobilitazione sociale con quella all’interno delle istituzioni i risultati potrebbero essere molto più incisivi, perchè solo una legge non basta a cambiare una società. Forse è questo il limite della politica, un forte individualismo. Lo si può capire nel piccolo giardino della Casa della Creatività dove i “maschi” apparivano tutt’altro che interessati alla discussione e distratti da ogni diverisivo possibile o nel grande palco della Sapienza, in cui il Premier invita al “bunga bunga” due meritevoli studentesse. E' evidente...non è solo una questione di legge elettorale.

Paola Cama/DEApress

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