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Voci da una tendopoli

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Firenze – Davanti alla Fortezza da Basso, davanti alla vetrina di Terra Futura, per due giorni è sorta un’altra città. E’ una tendopoli, con dei gazebo dove si serve qualcosa da mangiare, della gente e delle famiglie di tutti i colori, con  i bambini che ruzzano e qualcuno che gioca a palla.

E’ qui, in piazza Bambini e Bambine di Beslan, che si è fermato il corteo di circa 300 persone che sabato 21 maggio ha percorso il centro storico per reclamare uno dei diritti primari dell’uomo: il diritto alla casa. Organizzati dal Movimento di Lotta per la Casa, Assemblea Rifugiati Eritrei e Somali, csa nExtEmerson, Brigate Solidarietà Attiva Toscana, Spazio Kulanka, i manifestanti hanno “occupato” fino a domenica 22 maggio la piazza.

E dal microfono, davanti a sedie pieghevoli che il sole impietoso rende roventi, le storie cominciano a fluire, si confondono con la Firenze che entra a Terra Futura, giungono alle orecchie dei visitatori e della città.

Sono storie che ormai da tempo scorrono insieme a noi, di gente che da tempo convive con Firenze, dorme, mangia, vive, e diventa la città.

Storie di immigrati, di richiedenti asilo, ragazzi somali e eritrei sfuggiti a una guerra imposta sin dall’infanzia, arruolati a forza nella primissima adolescenza, poi spediti in un conflitto che non comprendono, che non è il loro.

Storie di uomini e donne di casa nostra che di fronte a un calo del lavoro, a un licenziamento, a un taglio hanno visto perduti, tagliati i loro sogni, la loro possibilità di essere famiglia, di stringersi tutti insieme sotto un tetto.

Altre famiglie, ancora, altri bambini che parlano lingue straniere, giunti per trovare un futuro migliore e che invece sono costretti a restare rinchiusi in un’orizzonte di fame, paure, diffidenza, quando non aperta ostilità.

E raccontano. Raccontano di cento sfratti al mese perchè chi non ha lavoro o chi lavora al nero, sfruttato, intimorito, non mangia, non paga, non può reggere un affitto, può solo trovare un posto sul marciapiede, accanto a qualcun altro. O in un’occupazione, se non è troppo piena.

Raccontano di ordinanze di sgombero, per chi non ha altra alternativa che la strada.

Raccontano di permanenze all’albergo popolare, fatte di settimane, mesi, poi più niente. Raccontano di abbandoni, solitudini, disperazione.

Il cuore della tendopoli sono i ragazzi somali ed eritrei. Qualcuno è entrato nei programmi nazionali (10 eritrei nel Pna, piano nazionale di accoglienza del ministero degli esteri), altri (una cinquantina di somali) fra mille difficoltà, riescono a gestire uno spazio interculturale, il kulanka, in via Luca Giordano, occupato e autogestito. Il Centro Paci, unica struttura presente sul territorio, è, secondo Comune e Regione, sufficiente a rispondere ai bisogni dei richiedenti asilo. Ma non è così: circa un’ottantina di persone non rientrano nella disponibilità del Centro.

Che fanno? Dove vanno?

Mentre le storie si susseguono, passa l’assessore regionale alla casa Allocca. Viene fermato, si ferma, accetta un breve confronto. Il punto su cui tutti concordano è uno: occorre trovare, in fretta, un momento istituzionale di dialogo.

Passa il mezzogiorno, passano le una. Una splendida voce intona un canto africano, ritmato dai battiti di mani di un gruppo di giovanissimi somali.

La gente si ferma incuriosita, mentre in un banchetto si raccolgono le firme per chiedere l’avvio di progetti di autorecupero.

Un momento di tensione solo verso le sei, quando, sull’onda delle notizie di vetrine di Forza Italia infrante in viale Spartaco Lavagnini, si attende l’arrivo del corteo degli studenti, 500 ragazzi uniti nella protesta contro la sottoposizione di cinque di loro agli arresti domiciliari per atti di vandalismo. A precederli, unità di carabinieri e polizia pronti a intervenire. Sulla piazza, sono presenti i consiglieri comunali Eros Cruccolini (Sel) e Tommaso Grassi (Verde, Gruppo Spini).

Dall’interno della Fortezza chiudono le porte. Ma la tensione si scioglie da sé all’arrivo dei ragazzi, molti meno di quanto componevano il corteo, che si sciolgono pacificamente e si mettono a sedere e a chiacchierare in piccoli gruppi. Spariscono anche le forze dell’ordine, il portone di Terra Futura viene riaperto.

Domenica sera, dopo una giornata all’insegna della tranquillità e del confronto con i visitatori di Terra Futura, una grande assemblea completa la giornata.

Tuttavia, il bilancio è magro: nessun rappresentante istituzionale dell’amministrazione comunale, nessuna risposta. Sui giornali, le gesta di un gruppo di scalmanati guadagna la rirpovazione del sindaco e della città tutta. Ma quegli ottanta ragazzi e quelle famiglie che hanno pazientemente atteso sotto il sole che qualcuno venisse ad ascoltare la loro voce, loro, sono restati invisibili.

Ste.Val.

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