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Lettera dallo Yemen: Ziad e Saleh

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Lettera dallo Yemen di Angela Mori

Giovedi sono tornata all'ufficio della polizia turistica di Sana', dove ormai sono di casa, per farmi rilasciare il permesso per andare a Rada' dove c'e' una "madrasa", una scuola coranica che risale al sedicesimo secolo e che anche i non musulmani possono visitare all'interno. Ziad, uno degli agenti che rilascia i permessi, mi ha detto "va bene, pero' ci devi andare con la macchina e la scorta". "Che strano" ho pensato..."mi hanno concesso il permesso per andare in autobus a Sayun, passare da Marib e attraversare il deserto (zona a rischio sequestri) e per andare a Rada' che e' al sud e non mi risulta che sia pericolosa, c'e' bisogno di tutta questa messinscena?"
Ho accettato di buon grado anche perche' non potevo fare altrimenti.
Ziad mi ha detto che mi avrebbe procurato l'auto con autista ad un prezzo economico e...guarda caso, l'agente che mi avrebbe scortato sarebbe stato proprio lui, il quale, come secondo lavoro, organizza tours turistici. Ieri mattina speravo che almeno venisse a prendermi con  il kalashnikov a tracolla, tanto per fare un po' di scena...e invece no. Gli ho chiesto "la pistola ce l'hai?", "no, non voglio problemi".
Che delusione. Nonostante tutto pero', ho trascorso una giornata molto piacevole. Durante il viaggio, ho chiacchierato a lungo con Ziad e Saleh, l'autista. Ziad ha 31 anni e non è sposato. Saleh invece ha due mogli, quattro figli e tre kalashnikov. Sta anche cercando una terza moglie. Dopo aver lasciato Rada' e pranzato insieme in un ristorantino popolare (dove non ho osato chiedere le posate per mangiare) siamo ripartiti per Sana'a.
Dopo pochi kilometri abbiamo fatto la consueta sosta per il rifornimento giornaliero di qat. Dopo dieci minuti Ziad dice "li' c'e' un prato e dell'acqua" e Saleh accosta e si ferma. Ziad, invitandomi a scendere, mi dice "va bene qui?".Non riesco a capire il perche' di quella sosta improvvisa e francamente comincio a temere il peggio. D'accordo , lui e' un agente di polizia, ma io sono pur sempre una donna occidentale, sola, con due uomini. Ziad e Saleh cominciano a togliersi le scarpe, poi i calzini. Io li guardo in apnea.
Poi si avvicinano a quel corso d'acqua, stranamente pulita. Si lavano mani, viso e piedi. Ziad mi chiede dove, secondo me, possa essere il nord e cosi' azzardo una direzione, indicandogliela con la mano.Ziad e Saleh stendono il loro scialle per terra e iniziano a pregare: tutte le mie paure si sciolgono nell'osservare  quell'intimo gesto di devozione ad Allah di cui mi rendono partecipe. Terminata la preghiera, ci mettiamo a sedere sul prato, all'ombra di un albero.
Continuiamo quindi le nostre chiacchiere mentre loro masticano qat ed io guardo alcuni bambini che giocano con l'acqua. Stanotte parto per Istanbul dove rimarro tre giorni prima di tornare in Italia. Mi porto dietro il ricordo di Sana'a, una citta' bellissima, incredibilmente viva anche nei suoi vicoli piu' nascosti, piena di bambini che giocano per strada.Di tutti quei villaggi aggrappati alla roccia, che si aprono magicamente alla vista come quei castelli di carta che si formano dalle pagine dei libri di favole per bambini e dove la mano dell'uomo si fonde in perfetta  armonia con quella dela natura.
Piu' di tutto mi porto dietro il ricordo dei sorrisi della gente. Delle donne in particolare: quelli che ho immaginato guardando i loro occhi e quelli che mi sono stati svelati inaspettatamente. Lascio Lo Yemen con un grande rammarico: non essere riuscita a farmi rapire.Peccato... avrei avuto un buon motivo per prolunare la mia permanenza in questo Paese.
Angela

Sana'a - 10 marzo 2007

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 05 Dicembre 2007 13:23 )  

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