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Via Fani 30 anni fa

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Il 16 marzo di 30 anni fa in via Fani, a Roma, fu rapito il Presidente  della DC ,l’ On. Aldo Moro, e furono brutalmente trucidati i cinque uomini della scorta. Rivendicata dalle “Brigate Rosse Partito Comunista Combattente”, una sigla già tristemente famosa per le sue azioni terroristiche perpetrate in Italia  in quegli anni, la strage ha inaugurato i 55 giorni di prigionia dell’ on. Moro conclusisi con il tragico ritrovamento del cadavere del Presidente nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani.

La vicenda del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro è per molti versi ancora avvolta nel mistero. Ambigua è sembrata fin da subito la figura degli allora leaders delle BR, come anche il coinvolgimento di esponenti dei servizi segreti ha inevitabilmente richiamato alla memoria l’operazione Stay Behind che prevedeva un intervento anche militare per scongiurare l’ingresso del Partito Comunista nel governo italiano. L’On. Moro stava infatti lavorando alla realizzazione di un governo di solidarietà nazionale di cui avrebbe fatto parte anche il PCI quando fu rapito. Le reazioni del governo in carica (presieduto da G. Andreotti; ministro dell’Interno Cossiga) alle richieste dei brigatisti furono caratterizzate da un’inedita  fermezza e dall’intenzione di non scendere a patti con i terroristi; le indagini, d’altra parte,  che già di per sé non si distinsero per particolare zelo,furono costantemente accompagnate da una serie di depistaggi sui quali si intravede ancora l’ombra dei servizi segreti. Tutto ciò ha condannato ineluttabilmente a morte il prigioniero Moro mentre egli stesso lanciava dalla “prigione del popolo” disperati appelli ai rappresentanti del governo e a quelli del suo partito perché fossero intavolate trattative per il suo rilascio.

Il caso Moro invero non si conclude con la sua morte. I verbali degli interrogatori che furono rivolti all’on. Moro come anche il suo memoriale, ritrovato postumo, sono stati con ogni probabilità manomessi, e connesso all’affaire Moro pare fosse anche l’assassinio del giornalista Mino Pecorelli, che prima di essere ucciso aveva promesso ai suoi lettori un servizio esclusivo sui coinvolgimenti di esponenti del governo nel caso Moro. Agnese Moro, la figlia dello statista ucciso, ha perdonato i brigatisti che si sono resi responsabili dell’assassinio del padre. “Da parte di chi ha partecipato alla lotta armata- ha però aggiunto - dovrebbe nascere il senso di una responsabilità nei confronti della collettività e quindi anche sentire la necessità di dire la verità su tutto quello che è successo in quegli anni”. Probabilmente gli stessi brigatisti non potrebbero soddisfare a pieno la sua richiesta che potrebbe invece essere esaudita da chi allora rappresentava lo stato, che  molte cose ancora non ha chiarito, e che tutt’oggi mantiene ruoli istituzionali.

Matteo Staglianò - DEApress 

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 22 Aprile 2008 15:27 )  

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