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Gli stadi di Calcio

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 GLI STADI DI CALCIO 

L’Opinione di Saverio MAURO

  Soltanto due volte nella mia vita ho avuto il piacere di entrare in uno stadio di calcio. La prima volta che feci l’ingresso in uno stadio, avevo circa dodici anni ed andai con  mio padre. In quel periodo, la squadra del Mazara era impegnata in una disputa sportiva per conquistare lo scudetto. Quella domenica l’avversario  da sconfiggere era la  “Folgore”,  una squadra di un paese limitrofo. “Dobbiamo partecipare in tanti all’incontro!” - si diceva allora. Così tanti partimmo alla volta di Castelvetrano. Ognuno si organizzava come meglio poteva: treno, pulmann, automobile. Mio padre ed io andammo con la Motom. Fu un viaggio avventuroso; aggrappato alla cintura di mio padre, me ne stavo seduto nel sellino dietro e avevo l’impressione di cadere a terra  ogni volta che una scaffa che ci faceva sobbalzare. Allora io sapevo poco o niente di squadre, di scudetti, di giocatori, di attaccanti di difensori. Oggi, come ieri, ancora riesco a capirne poco, ma quando basta per dire che c’è qualcosa di marcio nel gioco del calcio e che il marcio ora è diventato una cancrena.A distanza di molti lustri da quell’incontro avvenuto fra il “Mazara” e la “Folgore”, posso dire senza ombra di dubbio, che questo sport, apparentemente innocuo, ha subito una involuzione. Ormai da piu’ parti si grida che il calcio è sinonimo di violenza. Che è successo? Cos’è che non abbiamo capito? - si chiedono in tanti. E’ successo che i responsabili, le istituzioni, coloro cioè, che avrebbero dovuto vigilare, controllare che tutto si svolgesse per il verso giusto, alla fine si sono lasciati sfuggire di mano la situazione. I tifosi intanto, si sono riuniti, si sono organizzati, hanno formato club, ma anche clan, sono nati i fan, i fanatici, i “fedelissimi”, quelli della “Curva Sud”, quelli della “Curva Nord”, gli “hooligan”, gli “ultràs”,ecc. 
Fonte: La Repubblica.  3 febbraio 2007   “Si sono stravolti i valori dello sport e così non è possibile continuare”. È quanto dichiara il Ministro Antonio Di Pietro. “Le violenze che hanno causato la morte del poliziotto — dice Di Pietro — non possono e non devono essere derubricate a tifo violento. Abbiamo a che fare con criminali che vanno allo stadio carichi di odio e violenza per uccidere. Tutti - conclude Di Pietro - si assumano le loro colpe. Rifletta chi ha dato e da credito a tifoserie violente, armando mani criminali”.

Sfogliando un quotidiano del 13 Febbraio 2007- (La Stampa)- nella prima pagina leggo :  “Torna il calcio, fischi alla polizia -  A Roma gli ultras voltano le spalle al campo durante il minuto di silenzio.”Appena due settimane prima, a seguito della  partita di calcio del  Catania contro il  Palermo, l’ispettore di polizia Filippo Raciti è stato ucciso durante scontri avvenuti fuori dello stadio di Catania. La commozione a seguito dell’incidente è stata generale. Tutti le Tv hanno ampiamente discusso della cosa e tutti hanno finito col dire che bisognava smetterla con quel tipo di calcio così violento.Giovanna Melandri, ministro delle politiche giovanili e delle attività sportive dice: “Via dagli stadi gli ultrà che hanno fischiato”.
Il commissario straordinario della Federcalcio, Luca Pancalli, sul Corriere della Sera afferma: ”Non dobbiamo cedere ai violenti”.
 Arrigo Sacchi, famoso allenatore di squadre di calcio, dice:<<La violenza c’è sempre stata; il problema è che (i violenti) sono entrati nel calcio e non ce ne siamo accorti.>>Luciano Moggi, discusso personaggio del calcio, oggi sotto inchiesta per illeciti sportivi  afferma: <<Ho detto al collegio arbitrale tutto quello che dovevo dire. Non posso dire niente di piu’; se potessi, sapete quante ne direi..!>>. Cosa sa Moggi sul calcio che la gente non può e non deve sapere? E’ mia opinione che Moggi  sa che il calcio nasconde  molto male. Moggi sa che, dietro il calcio, ci sono interessi economici incredibili e che il calcio con lo sport non c’entra nulla.  Moggi sa che molti dei giovani ultras che frequentano gli stadi, sono spinti da coloro che hanno interesse a creare caos e paura nella società in cui viviamo.Moggi sa che, dietro il “gioco” del calcio, ci  sono le varie  testate  sportive,  i giornalisti,  i  cronisti e le TV con programmi che del calcio  hanno fatto il loro scopo precipuo. Senza di esso, certi personaggi, che si presentano sui teleschermi con camicia e cravatta, permeati di perbenismo, sorridenti e con una faccia accattivante, dovrebbero andare a lavorare altrove, magari a piegare la schiena e sporcarsi le mani.  
Migliaia di giovani attratti da questo  gioco vengono distolti dallo studio, dal lavoro nei campi, nelle fabbriche, per cercare avventure in un mondo fasullo, come è appunto il mondo del calcio. Attorno al calcio professionale c’è un giro di denaro incredibile.  Ed è per questo che i dirigenti sono quasi tutti industriali, che si atteggiano a uomini sportivi ma che devono darsi una parvenza di credibilità quando si rivolgono ai tifosi. In verità, per loro il calcio è solo un business, un affare commerciale, mentre i tifosi e gli spettatori in genere sono  vittime inconsapevoli da sacrificare alla loro cupidigia di denaro. So che a qualcuno dispiace sentir dire queste cose, ma questa è la verità.  Quante volte  certi allenatori, presidenti pentiti, arbitri, giocatori, hanno fatto trapelare che nel calcio c’è tanta disonestà! Allora si fanno inchieste, accertamenti, indagini, ma poi tutto viene messo a tacere, perché la posta in gioco è molto alta. <<I tifosi hanno desiderio di calcio!>> si grida a piu’ voci, nonostante tutto il disordine che è successo recentemente a Catania. E le voci sono quelle dei giornalisti  e delle TV che col calcio ci campano.
Decine di trasmissioni televisive sono programmate in modo che ci sia un seguito alla partita domenicale con lo scopo di tenere la gente sempre agganciata al calcio. La tecnica di assoggettamento è molto semplice: basta che se ne parli dappertutto e la cosa funziona! Anche i giornali ne parlano, sciupando fiumi d’inchiostro e tonnellate di carta; quella carta che si ottiene abbattendo migliaia di alberi.  Le  televisioni, con le loro telecamere da 007, osservano ogni movimento dei giocatori e poi grandi esperti nel settore commentano  le azioni degli atleti con una tecnica detta: “la moviola”. Ore di trasmissioni a discutere se il pallone è o non è passato oltre la linea bianca della porta. Vengono interpellati grandi esperti e ognuno dice la sua e si commentano le azioni e si fanno ipotesi. Non so quanti  hanno assistito a trasmissioni tipo: “Il processo del lunedì”, poi diventato “Il processo di Biscardi” dal nome del giornalista che l’ha ideata. A me è capitato qualche volta. I partecipanti, quasi tutti giornalisti o  allenatori o giocatori famosi, dopo un certo avvio in tono sommesso e placato, incominciano ad azzuffarsi e ingiuriarsi. Gridano, battono i pugni sul tavolo, si accusano, denunciano illeciti e imbrogli, trasmettendo agli ascoltatori una certa dose di aggressività e cattiveria.
Perchè stupirsi quindi se i giovani che vanno allo stadio mostrano la stessa aggressività?
Nessuno sa quanta gente direttamente o indirettamente è coinvolta con questa attività. Ma s’intuisce che sono moltissimi coloro che sono entrati nel mondo vorticoso del calcio. E’ come una droga; una volta che ti prende non ti molla piu’. Non ricordo niente di quella partita fra il Mazara e la Folgore; non ricordo se fummo noi a vincere o a perdere l’incontro. Ma una cosa  è rimasta impressa nella mia mente:  nella strada di ritorno per Mazara, mio padre ed io fummo fermati con la moto dai carabinieri, perché era in atto un controllo su tutti quelli che avevano assistito all’incontro di calcio. Cosa era successo di così importante? Non seppi mai nulla in merito.Passarono gli anni  e avevo scordato quella prima volta a Castelvetrano, e soprattutto avevo dimenticato il mio primo controllo da parte delle forze dell’ordine, che mi aveva lasciato la paura dei Carabinieri.  Non credo di essere mai stato un vero tifoso per qualche squadra in particolare, ma quando andavo alla scuola media, il mio compagno di banco di nome Mario, un Torinese, si professava  tifoso del “Toro”. Mi spiegò che c’erano due squadre di calcio importanti nella sua città e che l’altra si chiamava “Juventus”. Decisi che sarei diventato un Juventino, ma senza capire cosa significasse realmente, era un modo per differenziarmi dal mio compagno. Il Lunedì discutevamo un po’ di calcio, ma era sempre lui ad avere  ragione. Io non sapevo niente di strategie difensive e schemi di attacco a due, a tre punte, ecc.Nel calcio si usa un linguaggio da campo di battaglia. Qualche esempio? Sconfitta, vittoria, tirare un siluro, sparare una cannonata, tiro come un proiettile, cedere le armi, formazione, squadra, compagine, linea difensiva, attacco, ecc.La seconda volta che entrai in uno stadio, fu nel 1982 a Mazara.  Condussi con me i miei due figli che erano ancora piccoli: “Sarà una giornata divertente!” - dissi loro. Ben presto mi accorsi che di divertente c’era ben poco. I tifosi sugli spalti si sgolavano per incitare i giocatori, ma anche per inviare insulti ed epiteti di ogni genere verso l’arbitro o i giocatori della squadra avversa. La situazione era davvero imbarazzante, mi sentivo responsabile verso i miei figli che, per la prima volta, ascoltavano quelle parolacce. Imparai che frequentare lo stadio calcistico, significa esporsi ad incontri con giovani scalmanati e maleducati.Mi convinsi che la parte del tifoso non faceva parte del mio scopo in questa vita.  
Chi è capitato di andare a Roma, sicuramente avrà avuto modo di ammirare il Colosseo o l'Anfiteatro Flavio, costruito da Vespasiano  nel 72 d.c. Non è storicamente documentato che al Colosseo i cristiani subissero il martirio. Più tardi l’anfiteatro fu consacrato ai martiri cristiani (anche se molti storici pensano che questa sia solo una leggenda) e questo valse a salvarlo dalla distruzione, anche se molte pietre della sua facciata furono usate per la costruzione di San Pietro.
L’anfiteatro (188 m. x 156 m.) è una costruzione a pianta ellittica, scoperta, con gradinate che scendono verso l’arena dove si svolgono gli spettacoli.
 Nell’Anfiteatro si svolgevano manifestazioni che, a differenza degli spettacoli teatrali, possono essere viste da ogni lato: lotte di gladiatori (gli schiavi addestrati nell’uso della spada o prigionieri), combattimenti tra uomini e animali selvatici. Il Colosseo poteva contenere fino a 70.000 persone.I lottatori seguivano un duro addestramento nelle scuole fondate da Nerone e da Cesare, nelle quali venivano sottoposti a disciplina  dura, con regole ferree e con pene severe in modo da far diventare i gladiatori romani delle vere e proprie macchine da combattimento. Al termine del periodo di addestramento tutti i gladiatori venivano raggruppati in "compagnie", di proprietà esclusiva dell'imperatore.I vincitori venivano premiati con palme d'oro, denaro e con una immensa popolarità soprattutto tra le donne (le Veline di oggi); se il gladiatore vincitore era uno schiavo, dopo dieci vittorie, che venivano segnate su un collare di metallo, gli era resa la libertà; egli allora poteva decidere se continuare a combattere per soldi o intraprendere altre attività, come ad esempio l'istruttore nelle scuole per gladiatori (Allenatori, ex giocatori). Fino al quarto secolo dopo Cristo, i criminali, prigionieri di guerra e schiavi erano comprati da facoltosi romani per essere addestrati a combattere nelle arene. Lottavano fra loro o contro gladiatori professionisti, che erano uomini liberi, usando spade, arpioni e lance. Se confrontiamo le due opere architettoniche, il Colosseo e l’Olimpico, una cosa salta subito agli occhi: la rassomiglianza di queste due opere. Lo stadio Olimpico, oggi può ospitare piu’ di 80.000 persone.
La sua funzione è di rappresentare dei giochi per divertimento del pubblico, che paga un biglietto d’ingresso. I giocatori di calcio sono degli atleti ben pagati, di proprietà delle società sportive, che vengono addestrati da allenatori competenti e ben pagati. Così, come nell’antica Roma, i gladiatori venivano comprati e addestrati per combattere, oggi i giocatori di calcio vengono addestrati per combattere una partita contro un avversario di una squadra avversaria.  In duemila anni di storia è cambiato solo lo strumento del competere, prima era la spada ora è il pallone, ma lo scopo è identico: sbranarsi.Secondo Steve Tuck, uno studioso di storia antica romana i combattimenti fra gladiatori nel circo erano messi in scena come le gare di wrestling. "Il rischio di morire era inesistente.
 I gladiatori lottavano per finta". “La lotta gladiatoria è sempre stata associata all'uccisione e allo spargimento di sangue”- ha spiegato  Steve Tuck in un articolo pubblicato dalla rivista New Scientist.  - "Ma in realtà penso che si trattasse di un'arte marziale, a puro scopo d'intrattenimento volta a far divertire gli spettatori".
 Dice S. Tuck, il rischio per un gladiatore di venire ucciso era quasi inesistente. Lo scopo del gladiatore era, così come avviene nel wrestling, semplicemente quello di sconfiggere l'avversario, non di ucciderlo. Oggi, purtroppo, dobbiamo considerare il gioco del calcio piu’ brutale della lotta dei gladiatori nell’antica Roma. Oggi, come riferisce la cronaca di questi giorni, la gente alla stadio e fuori lo stadio, muore davvero. Mi sono chiesto: Qual'è la funzione del calcio nella nostra società? Perché il calcio è così straordinariamente diffuso  nel  mondo?  Perché  ha il potere di coinvolgere tanta gente di ceto diverso?  
So che i tifosi non sono tutti esaltati o fanatici, ma che ci sono quelli che sentono il calcio come uno sport, un divertimento, ma nella sostanza, oggi è questo che  penso del calcio.
 
E’ mia opinione che lo scopo del calcio è quello di distogliere l’uomo dalla ricerca della verità e della pace interiore. Penso inoltre, che il calcio ha il potere di trasformare la fede  dell’uomo, che è  trascendentale, verso una fede molto piu’ modesta, cioè verso la squadra, un colore, verso i giocatori che  vengono osannati e idolatrati come delle vere divinità. La fedeltà per una squadra di calcio è molto simile al fanatismo religioso.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 30 Marzo 2007 21:11 )  

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