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Una Fiat in agonia

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In Venerdì uscito in edicola ieri, Giorgio Bocca e Curzio Maltese nei loro editoriali affrontano un tema comune di grave ripercussione sociale il quale rischia di mettere in crisi non solo il sistema Italia per quanto riguarda la vicenda Fiat ma promette uun imbarbarimento riguardo le tutele e il futuro di lavoratori sempre più in crisi.

Questo cambiamento delle regole voluto da Marchionne con le sue dichiarazione e i suoi tentativi di impoverimento palesando una Italia immeritevole di restare nel mercato competitivo auspicando il trasferimento dell'azienda all'estero, non trova alcuna giustificazione.

Giorgio Bocca ipotizza una sottomissione della società agli interessi dei più ricchi e più forti, dei padroni; mettere tutto al servizio della produzione, tagliare le pause, ostacolare il lavoro sindacale, soffocare la lotta di classe con la scusante che è cosa obsoleta e superata. Esportare le fabbriche dove c'è più convenienza capitalistica.

Convinzione di Marchionne di una Fiat Italia come di un'azienda da chiudere se produce meno utili.  Un ragionamento dove l'unico interesse è il profitto.

La Fiat per più di un secolo è stata patrimonio nazionale; non solo di Giovanni Agnelli e dei suoi fondatori ma dell'intero Paese che per più di cento anni le ha fornito uomini, capitali, solidarietà civili e politiche.

Per anni a Torino la Fiat ha dettato orari, sveglie, vacanze e festività. Per anni il vero segno del potere a Torino era il Lingotto. Valletta e i direttori generali onnipotenti, organizzavano il potere della Fiat torinese.

Curzio Maltese spiega come la minaccia della Fiat di abbandonare l'Italia sia un altro segno di pericolo di una secessione di fatto.

La Fiat è stata per oltre un secolo uno dei più potenti simboli dell'unità nazionale.

"Fabbrica italiana automobili Torino" recitava Gianni Agnelli illustrando il gigantesco marchio dalle finestre dello studio di viale Marconi e poi ripeteva: "italiana". Una fabbrica lunga come lo stivale con centinaia di migliaia di lavoratori di ogni regione, provincia, forse da ogni Comune d'Italia.

Le parole di Sergio Marchionne sono ingiuste, in molti sensi. Non si capisce questo rovesciamento della lotta di classe. Gli operai non vogliono più abbattere il capitalismo, ma i capitalisti lottano per abbattere gli operai.

Gli argomenti di Marchionne non sono comprensibili. In Germania lo avrebbero cacciato non solo perchè è andato in Tv invece che all'assemblea dei soci. Un dirigente del'auto tedesco tutto si sognerebbe meno che di parlar male del proprio Paese anche soltanto per conveninza: così si sputa nel piatto dove si mangia. La Fiat ha mangiato otto miliardi di aiuti negli ultimi trent'anni.

La novità è questo sentirsi straniera della Fiat. Perchè se neanche la Fiat si sente una fabbrica italiana, ed era l'ultima, allora siamo messi proprio male.

Negli anni '60 del secolo scorso, la Fiat era un mito per moltissime famiglie. Oltre a dare lavoro - ed era considerato un lavoro sicuro e ben retribuito - la Fiat metteva a disposizione delle famiglie dei loro operai case, asili, colonie estive per i figli. Era un'Azienda a livello nazionale considerata il fiore all'occhiello.

Valletta, Gianni Agnelli e i suoi fondatori per quanto parte integrante del capitalismo, erano dei professionisti dell'industria e svolgevano il loro compito con professionalità e senso del dovere.

Valori che manager come Sergio Marchionne non riconoscono il senso di una capacità intellettuale, politica e sociale che sono essenziali per riportare in vita il lavoro in Italia.

Si preferisce tradire questo Paese in nome del profitto e della convenienza capitalistica.

La Fiat può sentirsi ancora una fabbrica italiana! Purchè non sia tradita dai suoi responsabili..

Giovanni Agnelli mai si sarebbe sognato di escludere la Cgil dalle trattative. Semplicemente perchè era presente anche un forte senso di responsabilità che ragionava in una logica di buon senso.

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