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A vent'anni dal Social Forum

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Come se vent'anni non fossero esistiti: il messaggio partito dai dibattiti che alla Fortezza da Basso coinvolsero 35 mila giovani, da una manifestazione che vide sfilare per le strade di Firenze un milione di persone, fu rimandato al mittente dalla politica, dai corpi intermedi della società italiana. Il patrimonio del Forum Sociale Europeo del novembre 2002, l'evento che all'epoca fa sembrò scuotere una città e un intero Paese, vent'anni dopo appare disperso. Quel messaggio ancora oggi è di estrema attualità, ma l'Italia non ha voluto raccoglierlo, anzi, ha scelto di andare nella direzione opposta. Mettendo così a nudo, in modo ancora più nitido, le contraddizioni che allora venivano denunciate durante il Forum della Fortezza. Lavoratori, disoccupati, precari, studenti, pensionati, ne vivono oggi le conseguenze, in una società sempre più ingiusta.

Il Social Forum, nato come risposta alla globalizzazione selvaggia - delle risorse, dei mezzi di produzione, delle merci, del denaro, va da sé non degli esseri umani -, pur nelle differenze politiche dei suoi attori, pur nelle differenze sulle soluzioni da adottare, finì per allargare la riflessione politica a tutto campo e restituire un'immagine del pianeta molto limpida: la globalizzazione, si diceva, avrebbe reso vulnerabili i soggetti più fragili ai giganti del mercato mondiale; l'assenza di un sistema di controllo e di tassazione sulle rendite finanziarie avrebbe trasformato grandi imprese in allibratori internazionali, a scapito del lavoro e della produzione; la mancanza di programmi su una conversione verde della produzione energetica e dei processi industriali avrebbe irrimediabilmente danneggiato il clima e la salute; una globalizzazione che permette di far circolare liberamente merci e denaro, ma non le persone, avrebbe avuto come l'effetto di penalizzare le regioni più povere del mondo; la scelta di non ammortizzare il sistema dei brevetti nell'ambito della medicina avrebbe portato al collasso anche i più avanzati sistemi sanitari; il mancato riconoscimento di veri processi partecipativi, per integrare gli attuali modelli di democrazia, avrebbe portato a una disaffezione verso la politica e le istituzioni.

Parole portate via dal vento: da una parte chi aveva l'interesse a nasconderle, dall'altra una sinistra incapace di organizzare una risposta credibile, sia nel campo della politica, sia in quello sindacale. Che la causa sia stata una precisa volontà, una miopia oppure l'interesse a mantenere il proprio piccolo palco di visibilità a scapito dell'interesse collettivo, poco conta. E in Italia questo fenomeno di polverizzazione della sinistra è stato aiutato dalla presenza di una forza che alla sinistra si richiama, ma che guarda più volentieri al liberismo, occupando così uno spazio politico cruciale.

Di Italia, nel Forum Sociale Europeo di vent'anni fa si parlò a lungo. Riflettendo in particolare sul più cruciale dei problemi: il lavoro. Nel corso degli anni '90 il Paese aveva assistito a una notevole riduzione del potere d'acquisto dei salari e si affacciava al nuovo secolo con una grande novità legislativa: il cosiddetto Pacchetto Treu, ideato dal ministro del Lavoro del primo governo Prodi, aveva introdotto figure professionali come il lavoratore interinale e il co.co.co. In altre parole, quello che si era presentato come il primo vero esecutivo di centrosinistra della storia d'Italia aveva legalizzato il precariato.

La denuncia arrivata dalla Fortezza cadde nel vuoto. Prima la legge Biagi, poi il Jobs Act hanno proseguito il percorso iniziato nel 1997: un percorso che ha limitato i diritti dei lavoratori e che ha ridotto il potere d'acquisto dei loro salari in molti casi sotto la soglia di povertà. Spesso senza neppure il diritto a ferie e malattia. In appena 25 anni, il cambiamento, progressivo ma inesorabile, è stato epocale, anche sul piano culturale: persino nella Pubblica amministrazione è ormai passato il concetto che il lavoro si può sottopagare o persino non pagare. A tutti i livelli: come non pensare alle cooperative che lavorano in appalto per gli enti pubblici; o a quei ricercatori universitari tenuti a insegnare senza che sia previsto dal loro contratto; o agli studenti delle scuole superiori costretti a fare stage gratuiti nelle aziende.

Che questo percorso sia stato abilmente concepito o che sia invece il risultato di un confuso incrocio di interessi, poco cambia. La società italiana è stata dilaniata, anche perché le tante forme di lavoro precario hanno avuto il risultato di polverizzare ogni forma di organizzazione collettiva, senza che i sindacati sapessero (o volessero) rispondere alle nuove sfide. Il risultato è un Paese che vede una domanda interna soffocata dai salari ridotti, aziende che quindi riescono a fare affari solo con l'export e che una volta proiettate sul panorama internazionale scoprono soluzioni più comode per fare utili (delocalizzazioni, quotazioni in borsa, speculazioni finanziarie) a danno dell'impegno nella produzione manifatturiera. Col risultato di ridurre ulteriormente la manodopera e il suo potere d'acquisto, in una spirale di cui non si vede la fine.

Neppure della mobilitazione di vent'anni fa si vedono le tracce oggi. In Italia, tranne la meritoria campagna fatta partire dagli operai dell'ex Gkn di Campi Bisenzio, che sta ottenendo apprezzabili risultati in termini di consenso, la mobilitazione sul tema del lavoro è pressoché assente. L'unico segnale arriva dai giovanissimi, con i Friday for Future e la loro richiesta di una svolta ecologica, un'iniziativa meritoria, ma che non ha un respiro politico ampio e punta l'indice solo su alcune delle tante contraddizioni della società contemporanea. A ben vedere, anche venti anni fa, durante quel novembre 2022 in cui varie generazioni si ritrovarono a Firenze, una cosa era già chiara agli occhi dei più attenti: se l'analisi della realtà e dei suoi pericoli era per molti versi condivisa, non emergeva invece l'idea di un vero movimento politico. Troppe le differenze per organizzare la protesta in un unico linguaggio. Il Social Forum è stato un formidabile megafono per la denuncia delle contraddizioni e delle ingiustizie della politica e dell'economia. Non un movimento. Ma, pur con tutti i suoi limiti, oggi rimpiangiamo i giorni della Fortezza.

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