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Redazionale: Zizek, sporcizie e pennacchi

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Secondo il filosofo Slavoj Zizek, l'ideologia non è qualcosa a cui il soggetto possa semplicemente aderire o rinunciare, ma rappresenta l'inconscio politico della nostra società, ciò che permea tutte le relazioni sociali ed economiche e che addirittura struttura la stessa disposizione fisica delle città, delle case e dei luoghi in cui conduciamo la nostra esistenza.  Tale idea è portata avanti da una riflessione sull'arte e sull'architettura contemporanea che, secondo lo stile classico del filosofo sloveno, intreccia temi marxisti e lacaniani con l'indagine sul postmoderno e sulla fase contemporanea del sistema capitalista, per approdare al fatto che oggi tale sistema ha inglobato in sé ogni forma di opposizione, costituendosi intorno a un'ideologia dominante che non prevede l'adesione del soggetto alle proprie istanze (come, ad esempio, facevano i regimi totalitari del Novecento), ma sfrutta proprio la pluralità e le opposizione delle idee per svalutarle tutte e ridurle ad un'unica logica, quella del consumo. Non importa dunque ciò che qualcuno crede o sente nei confronti del consumismo, dato che esso si impone come "base comune" da cui è impossibile sfuggire o affrancarsi. 

L'idea è volutamente provocatoria, e vuole portarci a considerare il fatto che, quando guardiamo la nostra società a un livello sistemico, le opposizioni e le contraddizioni che la governano non devono essere considerate come paradossi insolvibili, ma al contrario come veri e propri movimenti dialettici che reggono l'intero apparato. Se, ad esempio, la nostra società è probabilmente la più ricca che sia mai esistita nella storia, ciò non toglie che essa sia anche la più misera: misera di idee, innanzitutto, ma anche capace di produrre vaste sacche di povertà che sono funzionali al funzionamento della società nel suo insieme (si pensi ad esempio alle condizioni dei paesi del Terzo Mondo, o anche alle periferie delle nostre città e al disagio che si crea in esse). Oppure, se oggi si assiste alla più grande democratizzazione della cultura mai avvenuta, questa ha comportato una svalutazione della stessa e il suo asservimento alle logiche di un mercato che, per funzionare, ha sempre più bisogno di darsi una "patina culturale". L'ultimo esempio, derivante da questo, sta nel fatto che la nostra società è quella probabilmente più cosciente del suo passato, e che al contempo anche tale passato sia "consumato", ovvero assunto senza coscienza e con indifferenza, creando un presente in cui è impossibile costruire una rete stabile di significati, e in definitiva impedendo ogni idea di futuro che si ponga all'esterno della logica consumista. 
Questi aspetti non sono contraddittori, ma dialettici, nel senso che il sistema si regge su di essi e gli ingloba indifferentemente, e in questo modo si pone come veramente totalitario e omnicomprensivo. In questo senso, l'analisi di Zizek ricorda la tesi espressa da Pasolini negli Scritti Corsari, secondo la quale il totalitarismo fascista era nulla in confronto a quello della nuova società dei consumi.

Di fronte a tale situazione, le categorie marxiste classiche non sono più efficaci, dato che, semplicemente, anche esse sono inglobate all'interno del sistema. Occorre dunque trovare nuove vie di uscita, che Zizek identifica con la metafora del "pennacchio". In architettura, si definisce "pennacchio" qualsiasi struttura che deve la sua forma non ha un atto voluto, ma a una necessità di spazio e di conformazione dovuta alle altre parti dell'edificio. Per estensione, il filosofo usa il termine per indicare qualsiasi luogo e momento che, pur essendo creato dal sistema, sfugge alla sua programmazione e si offre come spazio dove si accumula ciò che non è "gradito" ad esso: il rifiuto e l'escremento, la povertà e la miseria. Zizek descrive questi spazi come vere e proprie "spaccature" nell'ideologia dominante, da cui è possibile intravedere il reale che essa cela.
Non si tratta certo di una soluzione, ma pensiamo che tutti noi dovremmo abituarci a vedere in queste spaccature, a rinunciare a tutte le idee prometeiche ed eroiche di rivoluzione per cominciare a inserirsi nelle pieghe della società contemporanea, sfruttando questi spazi residuali come luoghi fertili per il concepimento di nuove idee di futuro. Perché, nella nostra società, è proprio di questo che dobbiamo riappropiarci: di un futuro che non sia paradisiaco ma profondo e sporco, in cui le idee si mescolino alla terra e cambino la vita delle persone. Un futuro che il consumismo sta negando, dicendo "Io sono stato, io sono, io sarò".  

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 09 Novembre 2022 12:24 )  

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