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Geografia mancata - I morti di Cutro, di Pylos, dove si trovano?

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I morti di Cutro, di Pylos, dove si trovano?
Di Laura Ciampini
 
Riusciamo a dare un senso a un avvenimento quando possiamo collocarlo nello spazio, su una carta geografica che ce lo renda reale e concreto.
Ma quando la tragedia avviene in mare l’orizzonte si rarefà, diventa inafferrabile. Una localizzazione imprecisa è come una data confusa, una narrazione incompleta.
Diventa difficile localizzare un punto nel mare perché, su una superficie omogenea, ci sembra privo di
riferimenti. Per orientarci servono le coordinate che possono fornire i mezzi satellitari, aerei, o navali. I confini in mare sfumano, anche gli stati non condividono spesso i limiti, e capita che si dibatta su dove si trovasse un’imbarcazione, ad esempio se in acque territoriali italiane o maltesi. Per noi queste località rimangono incerte, inesplorate, sconosciute.
I telegiornali non forniscono dati precisi, descrivono i naufragi che avvengono nel Mediterraneo, con le solite modalità asettiche, prive di pathos, descrizioni generiche di un fatto di cronaca, del quale si devono dare delle notizie sommarie, senza andare oltre la superficie. Con questa modalità i media minimizzano la tragedia, in quanto non descrivono gli esseri umani nella loro identità, ma nella globalità di un numero, di un aggettivo, di un participio ormai passato (naufragati, salvati, dispersi…), che si sostantiva appena in una forma impersonale e indefinita.
Abbiamo bisogno di riappropriarci della definizione del nostro mare per poter dare il giusto calibro agli avvenimenti, per toglierli dall’indefinito e riportarli alla loro drammatica concretezza.
Determinare con precisione la posizione di un fatto lo rende reale ed eterno. Il punto dove è esplosa la bomba che ha dilaniato Borsellino e la sua scorta, oppure la croce messa sul ciglio della strada per ricordare il punto dell’impatto, diventano spazi del ricordo e dello strazio, simboleggiano la vita spezzata da onorare con fiori e oggetti. Ma si caricano anche del significato di luoghi della memoria.
In mare, invece, tutto si confonde. Dopo l’avvenimento la superficie torna luccicante e luminosa, nasconde il punto esatto, sommerge i corpi, ne cancella il ricordo e diventa -suo malgrado- alleata di chi queste tragedie le vuole silenziare.
Il Mediterraneo è uno dei luoghi della memoria del nostro tempo. Ed è un non luogo. Manca della fisicità che hanno, ad esempio, quelli del secolo scorso. Chi è stato ad Auschwitz non potrà dimenticare questo spazio: il cortile antistante con l’immenso salice piangente che si protende verso il cielo, il cancello, le strutture… Auschwitz è lì. Ci possiamo andare, lo possiamo visitare e fotografare, ossia capire.
Ma come possiamo studiare la storia del nostro tempo? Non sappiamo dove siano i morti del
Mediterraneo, e neppure chi siano. Ne abbiamo delle stime approssimative nel conto dei dispersi, termine carico di ambiguità, perché indica persone delle quali non potremo mai accertare se siano vive o morte, non abbiamo l’elenco di coloro che si erano imbarcati e legalmente non si può accertarne il decesso perchè non ci sono più i corpi, Non hanno diritto a una tomba sulla quale possano raccogliersi i familiari. E’ come se non fossero vissuti.
Ribelliamoci a questo oblio. Torniamo a dare nome, fisicità, luoghi a queste persone.
È necessario per tutti 
noi. Perché possiamo scegliere di non visitare Auschwitz, ma sulla costa ci andiamo e allora come potremo passeggiare tranquillamente su una spiaggia e volgere lo sguardo al nostro mare, che fa parte del Mediterraneo? Negli ultimi anni sento crescere la riluttanza a immergermi nelle acque. Chi si farebbe serenamente un bagno a Birkenau? E se la corrente mi portasse addosso i resti dei naufraghi?
 
Lo sappiamo che il mare non è piatto, che prosegue -nell’orizzonte- in un altrove ben concreto,
raggiungibile, conoscibile. Per questo sono i punti esatti dei naufragi gli abissi umani che dobbiamo svelare.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 28 Luglio 2023 10:36 )  

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