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Isolina

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ISOLINA

"E' bello così il colore della morte?" esclama Isolina nel suo silenzio accecante del colore bianco del sole come era apparso a lei dopo aver disceso le scale buie della piccola pensione, nel mezzo del giorno estivo. In un tempo.

Lascia il fresco sposo del Vingone nel letto dopo aver fatto per la prima volta l’amore, della vita. È il loro viaggio di nozze, a Firenze, vicino casa. Domanisera avrebbe ripreso i campi su di sé.

Tra la gente, una sagoma sfuocata, scura dal riverbero,, quasi una fantasia, comincia a delinearsi nella luce ed un sorriso bianco con un ciuffo di capelli da uno sguardo stupito.

Isolina vide in basso il marciapiede e, agile, contenta di sé, posò il piede uscendo dal portone. Pensava a Dino di sopra e al grazie che le avrebbe detto al suo ritorno per il toscano che stava andando a comprare, e un gelato per sé.

Sente addosso gli occhi chiari di quella figura con il gilet stretto e la camicia bianca abbottonata al lungo collo.

Scorge la bottega a pochi passi, alzando il viso verso l'azzurro. Isolina cammina muovendo le mani come se trattenesse un fiore e lo odorasse, come se sfiorasse i petali sulla pelle del viso. Come se lo volesse donare. C’era, come ora, questa luce e la vita intorno. I colori.

Sente dire "Come sei bella, come ti voglio".

Isolina non si spaventa, cammina con il sole sopra le sue forme leggere, i riccioli neri e il mento sollevato in avanti. Flessuosa, senza dire nulla quando con la mano Pietro sfiora la pelle bianca del suo braccio, lei passa la soglia della bottega, sorriso smarrito e consapevole, per entrarvi e non voltarsi. Vide solo che dentro c’era poca luce: una bottega. Comprò il sigaro per Dino, pensando a uscire di nuovo.

Pietro gli fu davanti con un sorriso e gli occhi che mangiavano i suoi, la mano che lieve toccava la sua, senza parlare, senza forzare niente.

"È qui in vacanza?"

"No" ‐ pochi passi ancora e raggiunge lo sposo. Pietro la cinge sfiorandola e Isolina, entrando nell’andito della pensione, non può, non vuole dire nulla quando la stringe e la bacia.

Nel buio fresco e silenzioso del vano delle scale con foga e con dolcezza si lasciò prendere, appoggiata al muro, con il sole che batteva, tra lo stipite e il portone, sulla sua coscia, sul seno, sul viso. Isolina guarda ancora il sole così luminoso fino a sentire dolore agli occhi come piacere nel ventre.

Gli accarezza la testa e la trattiene su di sé per baciarla e ancora accarezzarla.

Isolina muoveva le mani e farfugliava; accanto al letto sul quale giaceva c’era Dino e il loro figlio Pietro ai quali sembrò che Isolina, attraverso occhi vacui, avesse riservato il suo pensiero: a loro, sicuramente come per tutta la vita, quelle mani scarne ed esitanti, avrebbero voluto, nel loro gesto, riservare l’ultimo abbraccio.

Pierluigi Frusci

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