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“Padrelingua” di Massimo Mori

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È stata inaugurata sabato 7 maggio, presso il Circolo degli Artisti – Casa di Dante, la mostra “Padrelingua” del poeta visivo Massimo Mori, che rimarrà aperta al pubblico fino al 26 maggio.

la Divina Commedia da mio padre studiata / da me strappata e ricomposta” è il sottotitolo che spiega il contenuto della mostra, all’apparenza scarno, ma ravvivato da un potente sottotesto. Perché vedere queste pagine della Divina Commedia strappate e incollate nuovamente assieme, in un collage continuo, uniforme – e a tratti monotono – renderà partecipi di un’esperienza umana, ancor prima che poetica; un’esperienza che accomuna e unisce, al di là di qualunque esclusivismo di “classe” o elitarismo culturale, e che riesce nel suo intento servendosi proprio dell’opera del “sommo poeta”, di quell’uomo a tal punto innalzato tra i suoi pari, da apparire a tratti un vertice irraggiungibile.

Il grande “padre” della lingua italiana, è per Mori soprattutto immagine letteraria, metafora di quel legame profondo e spesso conflittuale, che ogni uomo porta con sé fin dalla nascita. Il volto e l’opera di Dante divengono così icona da strappare, nella più viscerale delle pulsioni, ed allo stesso tempo permettono un ricongiungimento, che solo il lavoro paziente e devoto del figlio potrà portare a termine: rabbia e amore, calma e violenza giungono a coincidere in questo “oggetto”, che in sé racchiude tutto il dramma della condizione umana.

Perché la comune “madrelingua” comporta un legame fisico, profondo e viscerale con colei che la rappresenta, un legame fatto non solo di affetti, ma frutto di uno strappo ancora vivo sulla nostra pelle, di quella cicatrice che resta impressa nella carne del figlio. La “padrelingua”, invece, si fonda su un legame più complesso, spesso difficile, imposto e non di rado rifiutato. La “padrelingua” ci parla da una distanza: e il tentativo di Mori è quello di eliminare questa distanza, riproducendo sul linguaggio stesso quell’originale “strappo” che più profondamente unisce – una cicatrice impressa non più nella carne, ma sulla tradizione e sull’autorità, per una poesia che agisca non solo servendosi delle parole, ma che finalmente si spinga oltre e dentro di esse.

Simone Rebora

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