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Premio Gregor von Rezzori a Firenze

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Il Festival degli scrittori di Firenze (Premio Gregor von Rezzori, dedicato alla letteratura internazionale) è giunto al termine nella serata di venerdì 17 giugno, con la cerimonia di premiazione nel Salone dei Cinquecento e un piacevole incontro letterario alle Murate.

La cerimonia, iniziata con un lieve ritardo sul programma (ore 18.30), si è protratta ben oltre il termine prefissato. Per il pubblico in sala non eccessivamente affamato o fiaccato da una dura settimana di lavoro, queste due ore, al di là dei momenti di pura “etichetta” (dai quali non è da escludere la pur spigliata introduzione di Matteo Renzi), sono state un’occasione di approfondimento, di stimolo per la conoscenza, ma soprattutto d’incontro con altre culture e letterature.

Perché il Premio Gregor von Rezzori da sempre si distingue (come la vita stessa del suo fondatore) per il suo “cosmopolitismo”, per il sostanziale bisogno di apertura dei confini. Dopo una piacevole lettura di Isabella Rossellini, che ha recitato un breve brano di von Rezzori (testimonianza dell’intensa sintonia dello scrittore con la cultura italiana), si è presto entrati nel vivo della cerimonia, con la consegna dei premi.

Una sezione a parte è stata dedicata anche quest’anno alla traduzione: segno dell’importanza fondamentale riconosciuta a questo difficile lavoro – spesso sottovalutato, specie da editori troppo esigenti, e “malpaganti”. La traduzione come “processo infinito” (così l’ha definita il presidente della sezione, Andrea Landolfi), come interminabile ricerca di un punto di contatto tra diversi linguaggi. E proprio in questo: la traduzione come inesausta possibilità di un dialogo, attraverso la letteratura. Perché il tratto che distingue e definisce il letterario (lo ha sottolineato Ernesto Ferrero, conduttore della cerimonia) non è l’autoreferenzialità, ma la “comparazione di codici differenti”.

Quest’anno il premio è andato in ex equo a tre autori, per la resa in lingua italiana di una stessa opera: Il Grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. La traduzione “sinestetica, vibrante e accorta” di Franca Cavagnoli, che nei “120 secondi” a lei dedicati ha parlato della sua vocazione del “tradurre come ascoltare”. La vera “prova d’autore” di Tommaso Pincio, che pur distinguendosi per originalità stilistica, è stata anch’essa testimonianza di assoluta dedizione a un “testo sacro” della letteratura mondiale (da qui la sua citazione dell’antico credo ebraico, per cui lo scriba porta con sé una “colpa pregressa” nel suo lavoro – quella di “tradire” inevitabilmente l’originale). E infine l’equilibrio e il rigore filologico di Roberto Serrai, che ha parlato del suo lavoro come di un’umile “operazione di servizio”, resa al grande autore americano.

Ma “nel cuore” della cerimonia, è stata la premiazione dei cinque finalisti. Cinque autori già affermati, ma forse non ancora ben conosciuti al pubblico italiano.

Il bosniaco-americano Aleksandar Hemon, il cui Progetto Lazarus è stato premiato per la limpida presentazione dei “crudi dati umani di una realtà violenta e frammentata”, in una prosa che “rende trasparente ciò che è opaco” (questo il giudizio di Edmund White).

L’inglese David Mitchell, che con I mille autunni di Jakob de Zoet offre al lettore un vero “arazzo dell’universo”, ricco di dettagli decritti “con la precisione del pittore fiammingo” (così Beatrice Monti della Corte, presidente della Santa Maddalena Foundation, organizzatrice del premio).

La francese Marie NDiaye, autrice di Tre donne Forti, un libro che presenta le storie di un’umanità “senza pietà, perdono e speranza”; vicende di donne che trovano comunque in se stesse le risorse “per dire no, per non essere solo vittime” (Björn Larsson).

Il filippino Miguel Syjuco, che con Ilustrado ci introduce alla “lunga e sanguinaria storia delle Filippine”, ma che soprattutto ci spinge a “ripensare il Canone Occidentale”, offrendoci un grandioso capitolo di una letteratura spesso ignorata, che nasce dall’incontro di più lingue, di molte culture nelle isole del Pacifico (Alberto Manguel, purtroppo assente per motivi di salute).

Ed infine l’americano Wells Tower, che offre al lettore “il vasto orizzonte” dei racconti brevi di Tutto bruciato, tutto devastato, portandolo a chiedersi “se l’au delà dei surrealisti non sia altro che l’America stessa”, perché “non c’è niente di più bizzarro della vita” (ancora Edmund White).

Al di là della scelta del vincitore (Aleksandar Hemon), la presentazione di questi autori ha offerto in primo luogo al pubblico alcuni stimolanti “consigli di lettura”. Sempre in quest’ottica, è stato anche il successivo incontro alle Murate – in programma alle 21:00, ma necessariamente ritardato (la cerimonia si era protratta fin oltre le 20:30). Ernesto Ferrero, Edmund White, Björn Larsson e Colm Toìbìn hanno presentato al pubblico il loro “libro della vita” parlando, in ordine: del Voyage au bout de la nuit di Louis-Ferdinand Céline; di un autore pressoché sconosciuto in Italia, Henry Green, e del suo libro Nothing; di Stendhal, Simone de Beauvoir, Jules Verne ed altri (un indeciso Larsson); di Portrait of a Lady di Henry James (riletto in una chiave complessa e perturbante da Colm Toìbìn).

Per DEApress,

Simone Rebora

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 18 Giugno 2011 15:26 )  

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