riceviamo e pubblichiamo
Nel 1972 fu introdotta una legge (la 772) che permise a quegli obiettori di soddisfare l’obbligo del servizio militare tramite lo svolgimento di un servizio civile sostitutivo.
Oggi che il servizio militare ha assunto base volontaria si parla comunemente di obiezione di coscienza in ambiti diversi, soprattutto quello sanitario. Ma la situazione si è capovolta, gli obiettori sono protetti dalla legge, non hanno conseguenze da affrontare ma anzi usufruiscono di una riduzione degli incarichi da svolgere (che andranno a sommarsi ai compiti già assegnati ai colleghi) senza dover offrire niente in cambio. Pensiamo ad esempio all’obiezione di coscienza prevista dalla legge 194/78 per gli operatori sanitari, anche nel servizio pubblico. Se un medico sceglie di essere obiettore verrà semplicemente esonerato dal “compiere le procedure e le attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza”. Senza la previsione di alcun onere sostitutivo. Semplicemente dovranno essere i suoi colleghi ad occuparsene. Ma cosa succede negli ospedali dove tra i medici in servizio solo pochissimi (a volte anche solo uno) non sono obiettori? Come viene tutelato il diritto della donna a ricorrere all’Ivg nei termini prescritti dalle legge italiana? Cosa accade quando quell’unico medico non obiettore si ammala o va in ferie? Fino a che punto il diritto all’obiezione può sovrastare il diritto della donna a ricorrere ad una normativa vigente? Ed ancora, quali conseguenze per quei (pochi) medici che si dichiarano non obiettori?
Sulla scia di questo nuovo significato che l’obiezione di coscienza ha assunto (e dell’assenza di oneri compensativi) si moltiplica nel nostro paese il ricorso a tale forma di autotutela. La legge 40/2004 ne è un altro esempio: gli operatori obiettori non sono tenuti “a prendere parte alle procedure per l’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita” (art 16). E se ne invoca la possibilità di utilizzo anche per quelle professioni non ancora “coperte” da apposita legislazione (vedi i farmacisti e la prescrizione della cosiddetta “pillola del giorno dopo”).
Ma si va anche oltre l’ambito sanitario, fino ad arrivare per esempio all’interno di alcuni Comuni, dove addirittura si sono registrati casi di Sindaci e Consiglieri Comunali che si sono rifiutati di celebrare matrimoni con rito civile adducendo motivazioni religiose.
Di tutto questo e di molto altro scrive Chiara Lalli nel suo bellissimo libro, “C’è chi dice no”. Chiara Lalli, bioeticista, docente universitaria,oltre ad entrare nel dettaglio legislativo di ogni vicenda, racconta quanto sia pesante, sulla pelle dei cittadini e soprattutto delle donne, questo stato di fatto. Racconta di un servizio pubblico vessato dai numerosi obiettori, racconta del dolore di donne costrette a subire un aborto terapeutico in totale assenza di qualsiasi forma di pietas, perchè quel figlio tanto desiderato ha malformazioni tali da essere incompatibili con la sopravvivenza. Racconta storie che in un paese civile non dovrebbero accadere. Mai, per nessuna ragione.
Presenteremo “C’è chi dice no” sabato 28 gennaio, a Firenze (ore 16, Sala delle Miniature, Palazzo Vecchio), alla presenza di Chiara Lalli, l'autrice, di AnnaPaola Concia, parlamentare Pd, di Giulia Rodano, Consigliere Regione Lazio, IdV, impegnata nella battaglia contro la riforma dei consultori nella sua regione e la dottoressaValeria Dubini, ginecologa fiorentina, vicepresidente Aogoi, con la quale cercheremo di capire lo stato dell’arte in Toscana. Quanti obiettori? In quale concentrazione per province? Quanti e quali disservizi a danno dei pazienti? Quali differenze tra Toscana e Lazio, regioni amministrate da due colori politici diversi? Coordina Davide Guadagni, giornalista e scrittore, introduce Alessandro Cresci, coordinatore provinciale IdV Firenze, legge alcuni brani tratti dal libro Fiorella Sciarretta, attrice e regista teatrale. A cura di Laicita&Diritti, Libera Uscita ed IdV Provincia di Firenze.
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