Un autoritratto. Alla fine mi sono convinto che non doveva trattarsi d'altro e adesso, davanti alla risposta, non posso che vedere confermata la mia supposizione.
La prima volta che la vidi ero davanti al Battistero, in una mattina di sciopero, in corteo; in mezzo al serpente di voci e colori ecco che la mia Marilyn mi spunta sotto gli occhi, mentre ero sovrappensiero. Fu una rivelazione, uno specchio - ecco che adesso capisco perché mi sembrò così: nello specchio un ritratto non può che divenire di nuovo un autoritratto voluto da chi espone al riflesso il ritratto altrui.
Aurelio 2012.
“E' una firma” mi dice lui, due dita nere di sigarette mi tengono il quadro davanti, la firma delle dita e poi quella della voce, la richiesta di un caffè, e due occhi azzurri in un viso di maudit forse invecchiato troppo presto. Lo guardo capendo poco del resto che mi sta dicendo ma i miei occhi cercano lei. Mi si presenta stratificata come le rughe di Aurelio che si accentuano mentre mi sorride e prosegue ad impastar parole mentre la guardo. Continua a parlare di sé ed io a non capire, mi rituffo nella bocca di lei, si fa gigantesca, mi tenta ma è lo sguardo che penetra tra il trucco pesante ad essere magnetico, nel suo nero ricamo d'iride, ultimo tocco dato con la parte superiore del pennello, due puntate estreme per riempire il vuoto di occhi spenti, prima di concludere e di sdraiarsi nella panchina di qualche atelier en plein air.
“...e questa è?” chiedo, come stupida conferma, ridendo.
“Questa è Marilyn Monroe!”
Almeno l'ultima cosa la capisco, ma già lo sapevo - come non conoscere una delle iconiche moltiplicazioni serigrafiche di Wharol – il soggetto del ritratto con il quale lo salutavo mentre il corteo mi risucchiava e lui, contento dell'affare, mi guardava felice con i suoi occhietti azzurri, ormai lontano.
“Dai...bell'affarone” dice Chiara che se la ride.
La metto in alto, come ad appenderla ad uno degli absidi del Duomo che abbiamo iniziato a costeggiare, Chiara continua a ridere, mi rivedo nel filmato e nelle foto che mi ha fatto durante la trattativa con Aurelio.
Ora capisco: di fronte al doppione del quadro che acquistai quel giorno e che adesso Aurelio mi mostra di nuovo – si è scordato evidentemente di me – tutto torna. Ecco dov'era il gioco, prendere le Marilyn del quadro di Wharol, sovrapporle tutte, la Marylin reale, singola non ubiqua, la Marilyn che è stata e la Marilyn che è ovunque, moltiplicatasi dal miracolo dell'arte, quella che è oggi, dopo anni di distruzioni espressive e nuove codificazioni, quella che è in noi come icona e prototipo ed infine la Marilyn che è Aurelio; eccola trasfigurarsi in un volto che mostra improvvisamente tutta la sua verità, la sua disperazione. I colori si fanno secondari, non più vivaci come quelli wharoliani, sono i frammenti di un viso subito riconoscibile eppure così lontano dall'originale, sono le proiezioni deformi della faccia di Aurelio, la bocca poco curata che ora guardo meglio, un naso in cui ora riconosco le forme di due natiche ed il neo gonfio come un insetto finito per caso sulla guancia di lei. Tanto più lontano dall'originale quest'uomo, che mi fissa con i suoi occhi vivaci durante la mia riflessione, ha portato le sembianze della diva – caricandole con le sue fattezze di vecchio – tanto più vicino le ha poste alla verità del destino di questa donna, sono due facce della stessa medaglia, da un lato lo splendore estetico reiterato e massificato, dall'altro la copia deforme come segno, mi viene da pensare divagando, di una sorte cattiva e annientatrice. Mi convinco che ci sia qualcosa da capire dietro questo quadro e lo riassumo ad Aurelio che già mi propone la copia del ritratto più conforme al vero, i colori son sempre più spenti ma la bocca è tornata ad una sua più normale sensualità.
“Sono due mesi che non vendo niente...” mi dice sconsolato.
“Non è vero Aurelio, l'ho già comprato un altro dei tuoi dipinti ti ricordi, la scorsa settimana? La Marilyn deforme, ti ricordi?”, mi guarda imbambolato il colletto della camicia.
“Quel quadro Aurelio è il tuo autoritratto, o almeno in parte lo è e questo lo rende interessante, hai sintetizzato l'immagine di Marilyn rendendola unica e univoca in quello che può ridurre ogni icona al senso primigenio, c'è il destino di questa donna ed il tuo, facendola tua immagine l'hai riportata ad un senso contingente, quello legato alla sua persona, al suo infelice destino, l'hai fatta vibrare dentro, l'hai ricomposta per te ridonandola così al fruitore denudata di tutte le sovrastrutture iconiche, nella sua reale umanità!” concludo il mio discorso in un modo così iperbolico che mi accorgo che un passante ed il suo cane mi osservano stupiti mentre Aurelio non si stacca dal colletto della mia camicia.
“Che ho fatto io?” mi chiede chiaro e stupito dal mio commento alla sua opera prima che porga di nuovo la mano dove due dita nere stanno assorbendo il fumo dell'ennesima sigaretta.
“Andiamo a prendere un caffè” gli dico, mentre depone il quadro su una panchina in Piazza Tasso insieme ad altre opere e mentre ci avviamo mi sembra di vederla Marilyn, far uscire dalla tela le sue labbra tornate sensuali e lanciarci un bacio appassionato.
Samuele Petrocchi (C)Â per DEApress

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