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SULLA SEDIA - di Stefano Simonini

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SULLA SEDIA
 
Il dolore che mi chiude la gola è così forte e improvviso che dai miei occhi scendono lacrime incontrollate.
Sono qui, seduta a tavola che aspetto di mangiare quando un’improvvisa perdita di coscienza mi spinge dentro uno spazio sconosciuto, fatto di un male mai provato prima e mi attacco al bordo del tavolo con le mani, la testa che scivola indietro, il cuore che batte così forte da farmi pensare che stiano picchiando convulsamente alla porta e alle finestre, mentre tutto succede dentro il mio corpo che si abbandona a questa furia distruttiva e in essa si consuma.
Mentre raccolgo i pensieri e penso a cosa fare per salvarmi e non soccombere a questo dolore, le braccia e le gambe non rispondono ai miei comandi e la testa gira in maniera vorticosa e io annaspo, scivolo dentro a questa furia che mi sconquassa, ritrova la calma e si trasforma in un silenzio ovattato, quasi che la mia testa si sia riempita di neve, un mondo irreale dentro il quale perdo la vita.
La mano che cerca di raggiungere il telefono per potere chiedere aiuto, nonostante lo sforzo immane che mi sembra di stare compiendo, rimane salda al suo posto ed io sorrido, lo sento il sorriso che mi si disegna sulla labbra per tanta inettitudine, e assaporo l’inconsistenza della morte, un’onda feroce che mi trascina con sé dentro uno spazio mai conosciuto in vita e io che scivolo via, come deve essere stare dentro a un uragano che ti solleva alto nell’aria e che, nel momento in cui ti trascina in una nuova dimensione, ha cancellato la memoria intera.
Poi è l’oblio.
Ho passato due anni, seduta in questa stanza di solitudine, a guardare il mio corpo morto trasformarsi e perdere consistenza, mentre fuori la vita continuava a scorrere: chiusa in casa, mentre tutti erano chiusi in casa, la mia assenza non ha destato alcun sospetto.
Li ho sentiti i canti urlati dai balconi e gli applausi di conforto per chi moriva del nuovo virus e per chi dei moribondi se ne prendeva cura. Andrà tutto bene, era lo slogan per continuare a guardare al futuro.
Mentre io non sapevo più cantare, e ci ho provato a raccogliere il fiato e a intonare una canzone di ieri, ma la mia gola era senza voce e sono rimasta seduta nella dimenticanza.
In tutto questo tempo nessuno ha bussato alla mia porta, nessuno ha reclamato diritti non corrisposti o pagamenti mancanti, nessuno ha pensato a me: senza famiglia né amici, sono stata dimenticata su di una sedia ad aspettare una coincidenza, un evento che mi restituisse la dignità dell’essere esistita, di avere vissuto una vita né migliore né peggiore di tante altre, e di essere morta in un giorno qualunque senza che la vita se ne accorgesse.
Seduta su di una sedia, condannata all’attesa anche da morta: di tutto quello che non avevo avuto in vita, di quello che non sarebbe stato mai più e di quello che nemmeno la morte sapeva regalarmi, prigioniera infinita di un tempo senza fine.

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 15 Febbraio 2022 13:38 )  

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