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Iris, Redenta e le altre fuori dal grumo nero della Storia

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Bastano poche righe, «osta dla Madona», per restare irretiti dalla cadenza della lingua di Nicoletta Verna che, in questo nuovo romanzo I giorni di Vetro, va a pescare la sua storia in uno dei territori dove queste sembrano addensarsi, da Bassani a Cavazzoni, da Celati a Delfini, in maniera magistrale: l’Emilia-Romagna.

Ad essere precisi, siamo in piena Romagna contadina tra Forlì e Castrocaro a razzolare letteralmente tra fame e merda, nella campagna degli anni ’20 con la iattura del fascismo che trascina questa masnada di straccioni (Primo, il padre della protagonista, incarna l’archetipo del fascista velleitario, ignorante e profondamente meschino mentre il gerarca Vetro del titolo ne rappresenta il lato sadico ed esaltato) verso la contro-epica dell’infamia e della violenza.

Una violenza che, con le nefandezze d’Africa sullo sfondo, l’autrice ci mostra da subito nei comportamenti spiccioli, nei soprusi quotidiani, nella prepotenza maschile agita dentro le case, tra i muri delle stanze, esercitata quindi soprattutto contro le donne per poi lasciarla tracimare, dopo l’otto settembre del ‘43, come un’onda sudicia della Storia, il fango nauseabondo di un regime che andava disfacendosi travolgendo tutto.

L’avvio vero e proprio del romanzo è in medias res, muovendo dall’intimo calore di una stanzuccia nel momento di un parto dal quale sembra scaturire tutta «la scarogna» che accompagnerà i protagonisti, soprattutto la voce narrante Redenta, come in un destino ineluttabile dal quale non si scappa nemmeno nei deliri del sogno o della malattia (vedere le presenze dei fratelli nati morti è per Redenta quasi un motivo di identificazione) e non mancano, sempre nelle prime pagine, esempi di stile come nell’episodio direi fondativo «dell’incidente all’osteria di Fiorino, che da allora per tutti diventò la Spaventa» nel quale, insieme a una specie di baraonda che vediamo letteralmente rutilare davanti ai nostri occhi, sono le parole stesse di Verna a farsi vento e vortice, a riempire pagina e spazi «in un vortice di madonne che incendiavano l’aria». L’abilità di scrivere facendo vedere, lasciando persino la scia di ciò che si va dicendo.

VERNA copertina

Partendo da ciò, quello che sarebbe potuto inciampare in uno stile troppo costruito si rivela invece un incedere fluido, una cadenza vera e propria, una scrittura che dà volume ad un immaginario così ricco di simboli ed archetipi come quello contadino, una lingua capace di dar conto di come le immagini si formino a monte delle parole e di come lo facevano cento anni fa, in una provincia agraria quasi ancestrale. Una narrazione autentica, una quasi etnografia svolta in forma di melodramma verdiano, anzi più precisamente alla Temistocle Solera in una specie di “Va’ pensiero” della consapevolezza: allo scontro direi qui istintivo con l’infamia del fascismo e alla presa di coscienza si arriva per disvelamento; ciascun personaggio coltiva la propria alfabetizzazione politica, la propria rivolta attraverso disgrazie, sogni personali, insegnamenti, infamie subite, elaborazioni profonde del dolore o della gelosia. È come attraversare una selva di avvenimenti magari minimi e all’apparenza insignificanti che sono invece in grado di cambiare i sentimenti e i pensieri, talvolta i destini.

Se, come abbiamo accennato, è la parola di Redenta a guidarci per buona parte del racconto, c’è un’altra figura che fa da controcanto alla prima voce in questo universo tutto femminile, dove sono appunto le donne a dire e fare lo sguardo sul/del mondo: quella della partigiana Iris, figura che servirà sia da doppio di Redenta, nel permettere gli snodi e poi gli scioglimenti di un intreccio solo apparentemente lineare e che invece avrà le sue tessere da rimettere a posto, sia da coscienza critica capace di problematizzare le questioni per dar loro la giusta tridimensionalità, soprattutto quando la violenza esce dalle segrete stanze familiari e si fa motore della Liberazione e della Storia.

E Iris sarà anche colei che accoglierà Diaz al ritorno a casa, dopo tre anni di fronte russo, con uno dei gesti più belli dell’espressività umana ovvero l’abbraccio, un gesto di misericordia e sollievo assieme: il gesto di chi è abituato ad attendere senza sapere se le sue braccia si riempiranno mai del corpo di chi deve ritornare. Un gesto commovente che riempie la pagina e ci avvia, da quel momento della narrazione, verso un incedere nuovo, come se il romanzo prendesse un’altra velocità, un ritmo differente, l’urgenza di uno scioglimento.

Verna ritratto

Nel passaggio tra le varie voci, Nicoletta Verna è molto abile nel non abbracciare nessuna retorica della Grande Storia o di un’epica in qualche modo ufficiale (pur prendendo parte e odiando l’indifferenza) e sceglie invece di restare coi suoi personaggi, di stargli vicino, di portarsi dietro magistralmente l’humus di quel microcosmo ancestrale nel quale si sta muovendo. Non scivola mai. Lascia che gli eventi maggiori facciano da cornice (da collante, al massimo) e mantiene limpida e cristallina la voce del suo racconto, non ammicca neanche per sbaglio, non brandisce il lettore; il suo sembra piuttosto l’autentico vivido parlottìo popolare, quel rimestare antiche sofferenze per decidere che non è più il tempo di sopportarle. Ci si libera, finalmente, e in tutti i sensi.

Chi è davvero il comandante partigiano Diaz, che ruolo finirà per avere Iris, come fa l’apparentemente fragile Redenta a resistere alla ferocia di quel suo tempo, chi e quando si scioglieranno i nodi: questi sono i passaggi che da un certo punto in poi sembrano addensarsi sulla pagina come se il romanzo prendesse, lo abbiamo già accennato, un altro aìre. Non quella fretta un po’ artificiale e parossistica a cui si assiste a volte in storie che sembrano lanciarsi all’impazzata verso il loro finale ma un cambio di marcia che avviene per accumulo, per sommatoria delle parti; qui tutto si tiene perfettamente, il ritmo dell’intreccio mantiene il suo equilibrio eppur si muove, si fa cadenza degli eventi, come se volesse ricongiungersi alla cadenza sonora del parlato che ha attraversato tutto il racconto.

In definitiva, sarà piuttosto sorprendente vedere come le due voci narranti si troveranno e come i nodi sapientemente costruiti da Verna si lasceranno dipanare. Un piacere, in un romanzo che non si nasconde dietro nessun pudore, che lasciamo per intero ai suoi lettori.

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 08 Aprile 2024 15:04 )  

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