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Film CAROL - La recensione di Lucia Tempestini

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CAROL

dal romanzo di Patricia Highsmith

regia di Todd Haynes

con Cate Blanchett e Rooney Mara

produz. USA 2015

fotogramma CarolIn “Carol” Todd Haynes, filologo supremo dell’immagine, trova la compiutezza stilistica esemplare unendo al consueto, e mai gratuito, esercizio calligrafico una visione metafisica che discende “per li (nobili) rami” dal trascendentalismo bostoniano, movimento filosofico e letterario fondato da Emerson, Thoreau (“devi vivere nel presente, tuffarti in ogni onda, trovare la tua eternità in ciascun momento”) e altri. E, fra parentesi, a questa tendenza poetica, in particolare al concetto di “over-soul” che spinge gli individui a superare i propri limiti interiori, può essere ascritto senza troppe forzature anche il romanzo, inquieto ed eversivo, di Patricia Highsmith.

Ne risulta un film sullo sguardo, sulla sua natura e densità, sul senso che instilla e trae, nello stesso istante, nel e dal mondo e le cose, per mezzo di un ininterrotto processo di trasfigurazione. Lo sguardo di Therese Belivet su Carol Aird, amplificato sovente dall’obiettivo di una macchina fotografica che, raccogliendo e concentrando la luce del soggetto, cattura di Carol l’essenza segreta di divinità prigioniera dagli occhi di lince. Lo sguardo di Carol ‘dentro’ Therese, sciame di vibrazioni quantistiche dalla forza ipnotica, in grado di irradiare ogni zona circostante (tavolo di un ristorante, salotto, camera, e qualunque esterno). Va detto, non a margine, che senza l’interpretazione di Cate Blanchett, al limite delle possibilità umane, questo film non esisterebbe, o si presenterebbe molto diverso; l’urto emotivo che produce non sarebbe così intenso e duraturo.

Entro l’eleganza opprimente del conformismo anni ’50, la vita di Therese procede con difficoltà, con le ruote bloccate si direbbe. Il rapporto con il quasi fidanzato Richard appare controverso, solcato di dubbi, insoddisfacente: una bolla di vetro soffocante attraverso la quale la ragazza vede i propri desideri, senza in realtà poterli toccare. Si ha la sensazione che Therese (davvero impressionante, per profondità e asciuttezza quasi minimalista, l’analisi interiore sviluppata da Rooney Mara) viva con la fronte angosciosamente appoggiata alla superficie interna del vetro, guardando fuori in attesa di qualcosa. O qualcuno.

Qualcuno arriva nei grandi magazzini Frankenberg, dove Therese lavora come commessa, due giorni prima di Natale per acquistare una bambola da regalare alla figlia. E’ Carol, signora assai glamour e wasp (capelli biondi, occhi chiari animati da una luce viva, indefinibile), appartenente alla high society newyorchese e prossima al divorzio.

Un flusso di atomi e ioni comincia a formarsi entro fili di impercettibile sostanza, sospesi nell’aria fra l’una e l’altra (“un fuoco leggero sotto la pelle mi corre”). Rallenta, sembra interrompersi tanto si allunga, riprende, accelera, si quieta. Vibra nella sua tenace fragilità, crea tenui fasci luminosi, rifrange o cancella i suoni.

Carol si allontana dal banco battendo i guanti sul palmo di una mano, si ferma, torna a parlare con Therese, sceglie un altro oggetto, lascia l’indirizzo per la consegna a domicilio.

Nei giorni successivi uno scambio di biglietti e telefonate prepara il primo di molti incontri.

La conoscenza reciproca progredisce fra mille cautele, ciascuna delle due lascia piccole tracce di sé e nello stesso tempo elude l’indagine dell’altra, si confida e si ritrae. Un amore fra donne era considerato devianza ctonia, malattia, alimentando sensi di colpa e inadeguatezza e facendosi troppo di frequente anelito rimosso. Come lo stesso Haynes ha raccontato anni fa in “Lontano dal Paradiso”, il controllo sociale era rigidissimo e, fra “clausole di moralità”, accentuata misoginia e leggi di ascendenza puritana, si poteva soccombere agli orrori della psichiatria rieducativa con facilità estrema. I sentimenti, il desiderio crescente, sono costantemente presenti ma pronti a slittare altrove.

I movimenti interiori di Carol e Therese, appena accennati, circospetti, controllati, ellittici, nei quali si intrecciano suggestione e omissione, ricordano le antenne d’insetto mentre sondano gli spazi aperti, colmi di oggetti sconosciuti e sorprendenti, possibili insidie, delusioni, rivelazioni decisive.

Solo durante un viaggio, nella camera di un motel di Waterloo, nello Stato dell’Iowa, quando l’alba è ancora un quadrato biancastro oltre i vetri della finestra, Carol guiderà Therese in un’immersione iniziatica. Perché il vento stellare composto di particelle elementari e neutrini può abitare anche una piovosa cittadina del Midwest persa ‘fra il nulla e l’addio’, non-luogo situato in mezzo alla desolazione di pianure illimitate.

I sensi della ragazza si aprono come ninfee bianche nell’acqua, e aprendosi si disfano in luce liquida e increspata che aumenta di intensità allargandosi in cerchi concentrici. Questa luce diventa freccia che si eleva in altra luce cilestrina, come appena nata, senza potersi fermare, senza poter allentare la terrificante tensione ed ebbrezza della salita e dell’incontrollato rapimento. Ricade infine sulla terra tremando con violenza, bagnata di rifrazioni e trasfigurata, ancora aggrappata a Carol, ritrovando negli occhi azzurri e nella bocca della donna (e nelle parole che le arrivano in sussurri “angelo mio, venuto dallo spazio”) la stessa calma accogliente di quella luce metafisica e carnale attraversata per un istante infinito.

Lucia Tempestini

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 14 Gennaio 2016 13:41 )  

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