Mimmo Calopresti fino ad ieri raccontava le sue storie usando il cinema, arrivando a narrare segmenti di vite difficili e anche un pò disperate. Dopo aver girato documentari sempre sulle vite (indimenticabile quello sulla Shoah) ora prova a narrare la propria storia, romanzare, inventare, cercare un senso in un'Italia meridionale che si trova ad essere desiderata e rinnegata dall'Italia del nord, dal miracolo torinese e quindi dalla Fiat. In Io e l'avvocato. Storia dei nostri padri (Mondadori 269 pag. € 17,00) Calopresti spazza i ricordi, gli dona luce nuova e s'inventa un alter ego, presenza assenza della vita che cambia; narra quindi senza tema di sbaglio, il suo sud che diventa nord, la Calabria che improvvisamente diventa Torino e che un signore come Gianni Agnelli diventi il vero macchinatore delle macchine Fiat. Intorno alla sua Fiat si inanellano un numero incredibile di altre vite e la speranza di rimanere sempre sotto il sole dell'avvocato, per molti è la sola spiaggia a cui approdare. Detto ciò, la narrazione scorre spontanea, gli occhi del bambino vedono ciò che è meraviglioso, futuribile. Com'è fantasioso il legame che unisce un Agnelli con il protagonista della storia. Il tutto si legge serenamente, con rabbia e con ardore; si rinnova così quel tipo di letteratura che non soffre della mancanza di realismo e di socialismo. In questo Calopresti è molto bravo, sa individuare i dolori di una società che è costretta a scappare dalle proprie terre per vivere in una città sovrabbondante di odori, luci e rumori, con una paga che non vale la distanza. In fondo, una vita non può mai valere l'imperatore e in questo Gianni Agnelli è stato sicuramente l'ultimo erede italiano dell'imprenditore-imperatore.