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Ghino di Tacco, il brigante gentiluomo

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di Ivan De Stefano

Noto con il soprannome di Brigante Gentiluomo, nasce intorno al 1265 dalla
nobile famiglia torritese dei Monaceschi Pecorai, ascritta fino al secolo XIII fra le famiglie dei Grandi di Siena. 
Il padre Tacco de Pecorai aveva intrapreso l'attività di masnadiere e tentò di conquistare cariche politiche 
nel governo della Repubblica. Tanto fece che si inimicò le autorità di quella città, che
lo esclusero dagli onori riservati alle famiglie patrizie. Per vendetta, insieme
ai figli Ghino e Turino, commise un'infinità di scelleratezze e ruberie in tutta
la Valdichiana. Nel 1285 misero a ferro e fuoco il borgo di Torrita. Tacco ed
il figlio Turino furono infine arrestati e dopo essere stati processati da un
tribunale presieduto dal giureconsulto aretino Benincasa da Laterina, furono
giustiziati nella Piazza del Campo. Ghino per sfuggire all'atroce morte
inflitta ai membri del suo casato si dette alla macchia. Si impadronì del castello
di Radicofani, allora bastione avanzato dei domini papali, e ne fece
un'imprendibile base di resistenza armata. Per sopravvivere ne fece anche
il punto di partenza per sequestri, taglieggiamenti e rapine. Ma occorre dire
che si trattò di un singolare bandito, che toglieva ai ricchi per dare ai poveri,
e sempre senza infierire sulle sue vittime. Dopo il 1300 le notizie certe cessano,
ma iniziano le leggende, cui contribuirono Dante e Boccaccio. Il primo,
riportando l'episodio dell'uccisione del giudice Benincasa nel Canto VI del
Purgatorio della Divina Commedia ("Quiv'era l'Aretin che da le braccia fiere
di Ghin di Tacco ebbe la morte,..."), il secondo facendone materia per la II
novella del X giorno nel Decamerone.

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