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"Asce di guerra" libro capolavoro dei Wu Ming

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Ci sono poche parole per descrivere questa avvincente storia vera, di partigiani italiani finiti a combattere contro l'imperialismo nelle giungle del Laos, in supporto alle truppe nordvietnamite di Ho Chi Minh.
Oltretutto il libro è stato scritto dal protagonista in persona, Vitaliano Ravagli, e dal collettivo Wu Ming di Bologna: basterebbe questo come garanzia di qualità!
L'opera alterna parti sulla resistenza in Italia, le vite avventurose di Vitaliano Ravagli e di altri personaggi, pezzi di storia della guerra d'indocina ed una parte (questa frutto di fantasia e forse la più noiosa) ambientata nella Bologna del 2000.
Come per tutte le opere dei Wu Ming, anche per questa è esplicitamente consentita la riproduzione totale o parziale e la diffusione per via telematica, purché non a scopo commerciale.
Lo potete perciò scaricare legalmente e gratuitamente da qui: http://www.wumingfoundation.com/giap/?page_id=6338

-> Dalla postfazione del 2005 di "Asce di guerra":

Mai come adesso.
La Resistenza è in gran parte ridotta a vulgata di corto respiro. Nemmeno chi ne rivendica l'eredità conosce le sfaccettature, la complessità del fenomeno, i fatti salienti. Spesso si accettano come premesse le falsificazioni e i clichés diffusi dalla parte avversaria. Ci si limita - quando va bene - a pochi distinguo su questioni marginali. Un esempio: "Certo, è vero che la guerra partigiana non fu determinante sul piano militare, ma..." Dopo una simile concessione, qualunque enunciato segua il "ma" sarà debole, inutile, patetico.

Una variante molto in voga è: "Sì, al contrario di quanto avvenne in Francia, in Jugoslavia o in Grecia, in Italia la lotta armata iniziò tardi, quando la vittoria alleata era ormai sicura, però..."

Sono distorsioni interessate, che gli antifascisti non dovrebbero accettare. La guerra partigiana fu determinante, anche in Italia e anche sul piano militare. Il sabotaggio delle linee di rifornimento, le vittorie in alcune importanti battaglie campali, la liberazione di grosse porzioni di territorio (le "repubbliche partigiane"), l'esecuzione mirata di esponenti di spicco della Rsi, la continua guerra psicologica (portata avanti anche con "guasconate" che mandavano in pezzi le certezze dei tedeschi), tutto ciò diede un grande contributo alla demoralizzazione e sconfitta dei nazisti e del loro governo fantoccio. Diverse città del Nord furono liberate dai partigiani prima dell'arrivo degli Alleati, e in molti altri casi la collaborazione della guerriglia fu indispensabile a questi ultimi. Lo stesso Albert Kesselring, comandante in capo della Wermacht sul fronte meridionale, si lamentò delle ingenti perdite subite sull'Appennino tosco-emiliano ad opera dei "banditi", e prese in considerazione l'ipotesi di spostare il fronte più a settentrione.

Quanto al presunto inizio "tardivo" della lotta armata, può darsi che, col senno di poi, la sorte della Germania appaia (attenzione: appaia) segnata già alla fine del 1943. Ma è, appunto, un effetto di prospettiva: la guerra continuò per altri diciotto mesi, con l'occupazione tedesca, con massacri, rastrellamenti, battaglie durissime, partenze di treni della morte.

Non è né può essere "di poi" il senno di chi, dopo l'8 Settembre, sfida la fucilazione rifiutando di arruolarsi nell'esercito di Salò e in sovrappiù decide di fare la guerriglia, rischiando - e spesso trovando - le torture e la morte. Chi fa quelle scelte non si aspetta certo di trovare la pappa pronta, appena scodellata dagli Alleati.

Sono soltanto due esempi. E' impressionante la quantità di luoghi comuni e dicerie infondate sulla Resistenza, oggi soggetta ad attacchi forsennati da parte dei figliocci dei rastrellatori.

Gli antifascisti non possono né debbono stare sulla difensiva. Non stiamo vivendo alcunché di inedito: i meccanismi di trasmissione del passato subiscono processi di "sclerotizzazione". Quando si tratta del passato delle lotte, molte forze cospirano a produrre interferenze e il nemico cerca di confondere torti e ragioni, straparlando di "memoria condivisa" e "unità nazionale".

Che fare? Semplice: tornare a raccontare la Resistenza a tutto tondo, contro le strumentalizzazioni sul "sangue dei vinti" (il partigiano come nuovo babau, l'immediato dopoguerra ridotto a trailer di un B-movie del terrore). Un raccontare "infedele alla linea", estraneo ai "buonismi", privo di ufficialità e retoriche patriottarde.

Di fronte a scandali, alzate di polvere e pseudo-rivelazioni, l'unica via è assumersi in toto la responsabilità storica, portare il peso di tutto quanto, anche degli errori e delle lotte intestine, degli umori più cupi e dei sentimenti meno nobili, anche di ciò che è sgradevole e tanfereccio, senza reticenze, al contempo rivendicando il senso complessivo dell'impresa.

[...]

L'immagine della Resistenza come vendicatrice dei torti subiti da padri e nonni è stata offuscata a colpi di commemorazioni istituzionali. C'è chi ha voluto depurare la guerra di liberazione dei suoi aspetti più controversi. Così facendo, l'ha allontanata dalle pulsioni dell'animo umano (in particolare delle classi subalterne), l'ha incatenata alla realpolitik della sinistra ufficiale e tramandata unicamente come conquista di una democrazia ingrippata, incarnatasi in una Costituzione rimasta sulla carta. In parole povere: la memoria della Resistenza si è confusa con uno statu quo avvilente. Una volta "sdoganati", i neo-fascisti hanno avuto gioco facile a presentarsi come ribelli, reietti, outsider discriminati, "mobbizzati" ante litteram, per mezzo secolo vittime del "regime consociativo" e della "egemonia culturale comunista".

Occorre tornare a "camminare sul lato selvaggio", e c'è molto lavoro da fare.

Tornare a raccontare la Resistenza, e farlo in nuovi modi. Sotto gli strati di polvere di archivi e biblioteche abbiamo a disposizione un patrimonio inestimabile, narrazioni potenti affidate a editori locali o specializzati, o addirittura alle autoproduzioni e ai ciclostilati. Non una semplice montagna, ma un'intera catena montuosa di memorialistica. Un tesoro di storie, migliaia di libri, opuscoli e numeri di riviste da esplorare, portoni da far spalancare, "Apriti, sesamo!"

La guerra di liberazione è un giacimento aurifero di storie. Nel corso dei decenni le pepite si sono staccate, rotolando nelle sabbie alluvionali del presente. Dobbiamo setacciare quelle sabbie, immersi nel fiume fino alle ginocchia, e saper distinguere l'oro dalla pirite.

Quando si parla di Resistenza, vengono subito in mente le montagne. In subordine, gli agguati gappisti nelle città. In realtà sono tantissime le forme della lotta armata e dal sabotaggio.

C'è una guerriglia rurale di pianura, del tutto peculiare, come quella combattuta nella Bassa Bolognese dal battaglione "Dino Gotti". Pochi nascondigli: il fitto dei canneti sui bordi dei fossi, le paludi, gli acquitrini, soprattutto la nebbia. Quando i tedeschi vengono colpiti, non capiscono da dove mai siano sbucati quei "banditen".

C'è il sabotaggio della produzione bellica da parte degli operai, veri e propri "partigiani di fabbrica", personaggi come l'alessandrino Giuseppe Scalvenzi (1912-1980), dipendente dell'Aeronautica d'Italia di Torino. Durante la notte o approfittando degli allarmi aerei, Scalvenzi s'intrufola negli stabilimenti, smonta strumenti di volo dagli aeroplani, porta via utensili e strumenti di precisione. Nel Dopoguerra, quando quegli operai diverranno leader sindacali, la loro attività di sabotaggio sarà considerata alla stregua di semplici vandalismi e ruberie, e presa a pretesto per licenziamenti politici. Nel 1957 Scalvenzi fonderà l'Associazione licenziati per rappresaglia politica e sindacale. Per alcuni, la Resistenza proseguirà ben oltre la Liberazione, e non nel senso che intendono "i tre P" (Pansa - Petacco - Pisanò).

Ecco, tutti eravamo provenienti già da un ideale forte che era l'antifascismo, principalmente. Ecco perché dopo noi ci incontravamo per la strada: "ciao, ciao!" E quando era già un po' di tempo che non ci vedevamo, ci abbracciavamo anche perché: "Siamo ancora vivi, siamo qui... Valletta, Agnelli, ci hanno buttati fuori, ma noi resistiamo!" [...] "Gli altri, vedi, vanno a lavorare a testa bassa, ma noi andiamo davanti alla fabbrica, vendiamo l'Unità, ma siamo sempre a testa alta!" E qualcuno poi ridendo diceva: "D'accordo, noi siamo a testa alta, mettiamo i denti al sole... ma loro, invece, mangiano!" (Adriano Ballone, Uomini, fabbrica e potere. Storia dell'associazione nazionale perseguitati e licenziati per rappresaglia politica e sindacale, Franco Angeli, Milano 1987)

Ci sono episodi poco noti ma importanti, come l'assalto delle donne al municipio di Bondeno (FE), il 18 febbraio 1945. Fanno irruzione e salgono all'ultimo piano, espongono cartelli alle finestre, chiedono la fine dei rastrellamenti, gettano in strada e bruciano i registri di leva per salvare i loro figli dalla chiamata alle armi. Alcune riescono a scappare, altre vengono ferite, arrestate e picchiate dalle Brigate Nere.

La pepita più grossa e meno conosciuta della Resistenza è la forza-invenzione dei suoi protagonisti, la fantasia che si esprime in azioni di guerra psichica, beffe, sabotaggio culturale organizzato dal basso, senza i mezzi a disposizione degli uffici di propaganda dell'intelligence alleata. Questa resistenza diffusa c'era anche durante il Ventennio, ma la disfatta nella guerra fascista la porta a livelli mai registrati in precedenza.

"La prima falce e martello che vidi fu nel gennaio del '43 su un marciapiedi di corso Dante a Cuneo, appena imbiancato dalla neve. Una piccola falce e martello nera nel candore della neve fatta da un comunista, come dire una specie allora rarissima, che ne aveva lo stampo in una scarpa; tante falce e martello come piccoli scorpioni pungenti, per una ventina di metri. Da lasciarti senza fiato all'idea che anche in una piccola provincia dell'Italia fascista c'era uno con quello stampo in una scarpa [...] E lo stupore, lo scompiglio fra i fascisti delle Federazioni nel palazzo Littorio, la corsa a cancellarle..." (Giorgio Bocca, "Non c'è una sola falce e martello", La Repubblica, 10/02/2005).

Alcuni si spingono fino a fare la guerriglia per conto loro, con azioni individuali, sfruttando il clima favorevole alla diffusione di leggende. A Vittorio Veneto, subito dopo il 25 Luglio, il ventunenne Giuseppe Taffarel (che nel dopoguerra diventerà un celebre documentarista) recupera un vecchio moschetto, residuato della Grande Guerra, e nel cuore della notte spara contro un posto di guardia tedesco. Tutti i cani dei dintorni cominciano a latrare. Il giorno dopo, le dicerie rotolano sul piano inclinato dell'odio per il fascismo. Qualcuno raccoglie i bossoli, i passanti se li passano di mano in mano, nell'immaginazione popolare diventano "bossoli misteriosi mai visti prima, forse russi, o jugoslavi, chissà". Qualcuno dice di aver intravisto "uomini alti, con barba e vestiti di cuoio" [a fine luglio!, N.d.R.]. Anche Taffarel finge di interessarsi ai bossoli, "esagerando un po' per rendermi più credibile" (cfr. Andrea Posocco, a cura di, Achtung banditen! Racconti di vita partigiana di Giuseppe Taffarel, ISREV, Vittorio Veneto 2005)

Taffarel usa anche intrufolarsi nella locale Casa del Fascio, dove usa la macchina da scrivere per produrre volantini antifascisti. Scoperto, dopo alcune vicissitudini prende la via dei monti e si unisce ai partigiani. Diventerà un esperto nell'uso di esplosivi, protagonista di sensazionali attentati alle linee ferroviarie usate dai tedeschi per i rifornimenti.

Il più guascone dei guerriglieri resta però il romagnolo Sirio "Silvio" Corbari, sorta di Rocambole della guerra partigiana. Per un anno Corbari e la sua brigata si dedicano a imprese beffarde, ricorrendo a trucchi e travestimenti, colpendo i nazifascisti dove meno se l'aspettano, ridicolizzandoli agli occhi della popolazione. Per i fascisti e gli agrari del faentino, Corbari è il nemico n.1.

Lo scovano con l'aiuto di un delatore, nella sparatoria resta ferita la sua compagna Iris Versari, che si uccide per non rallentare la fuga di Silvio e dei compagni. Fuga che, purtroppo, non avrà luogo: i "banditi" verranno impiccati a Castrocaro. I cadaveri verranno trasportati a Forlì e impiccati per una seconda volta, per non lasciare dubbi sulla fine del "Passatore di Faenza".

Dopo un film girato negli anni Settanta (piuttosto malriuscito) e trent'anni buoni di silenzio, lentamente si torna a parlare di Corbari. Pino Cacucci gli ha dedicato un capitolo del suo Ribelli! (Feltrinelli, 2001) e Massimo Novelli ne ha raccontato la vita in Corbari, Iris, Casadei e gli altri. Un racconto della Resistenza (Spoon River, Torino 2002).

Pochi capoversi ed ecco già un marasma di spunti. La Resistenza diventa le resistenze, tante resistenze di cui si rischia di perdere il ricordo. Affonda la mano e troverai più storie di quelle che potrai raccontare. Sono lì che ci aspettano, sono i sassi d'oro che rimangono nel setaccio, se si è disposti a stare accovacciati nel fiume. Oggi, per strappare la tradizione al conformismo che la soggioga, c'è bisogno di chi faccia questo lavoro.

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 17 Ottobre 2016 20:09 )  

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