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Tommaso Labranca l'eversione come significato

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Labranca non sarebbe mai arrivato a Natale. Non quello del biscione berlusconiano, sfarzoso e volgare. Forse il suo Natale è quello dei film di Pupi Avati: una partita a poker ma senza un vincitore morale. La sua idea si dipana nel corso del tempo e muta notevolmente. A volte diventa incomprensibile. Per una mancanza di stimoli forse, inizia a scrivere pseudo biografie di personaggi famosi. Crea una misura. Crea l'immagine a colori di personaggi che spesso erano in bianco e nero. Pertanto Labranca non ha mai mancato di celebrare l'incelebrabile ma soprattutto è stato fortissimo nel farci vedere, a noi italiani corrotti da una letteratura post e tardo romantica quello che sarebbe potuto essere e non è mai stato ovvero la scrittura generazionale oltre Pavese, oltre Ippolito Nievo. In questo è stato eccezionale Labranca, consapevolmente in parte ma incosciamente in sostanza, il vero ribelle dello scrivere italico, oltre alle dinamiche trite e ritrite. Certo è che i suoi romanzi non lasciano il segno della indimenticabilità. Spesso si perde nei rivoli di un certo manierismo di ritorno. Ma è in tutto il suo scrivere narrativo nella forma della saggistica che è possibile comprendere quel suo fortissimo senso di realtà e di rivoluzione da applicare ad uso delle future generazioni. Peccato però che coloro che avrebbero dovuto portare avanti la sua eversione narrativa si sono altrettanto persi nei rivoli dei grandi editori. Come nel caso di Aldo Nove che scrive biografie di Mia Martini, di Franco Battiato e di altri solo per poter fare una agiografica narrazione di vite che ne aggiungono e ne sottraggono a quello che già si conosceva. Quindi Nove fallisce l'apertura di Labranca. Ma anche Tiziano Scarpa considerato fra coloro che avrebbero potuto comprendere il senso di Labranca, perde velocemente nel tempo la sua carica eversiva e si china su se stesso e su una letteratura spesso lontana da quella traccia. Pertanto Tommaso Labranca ha narrato se stesso in ogni passaggio epocale per allora. Ha fatto quello che Fabio Fazio avrebbe voluto di lui ovvero essere un registratore a cassetta di un passato che spesso non era stato eccezionale. Insomma Labranca tenta di fuggire da questo gioco di assurdi passati. Quando ne esce fuori però non sa comprendere o meglio non ha più tanti spazi per ritornare o per andare oltre. Una vita difficile quindi? Forse si. Provare a narrare, a ripercorrere quei tanti Labranca è impresa non semplice. Ora in un volume edito da Il Mulino Claudio Giunta prova a spiegare a se e agli altri chi fosse quel personaggio e soprattutto cosa avesse fatto. Le alternative non esistono è il titolo che giustamente apre un canale di lettura. Non solo, Giunta non osanna da fan Labranca e cerca anche attraverso una critica di riportare alla realtà l'opera e l'operato del Nostro. E' un libro non facile perchè ciò di cui narra Giunta non è per tutti. Comprendere Labranca significa accettare che ad un certo punto nella assolata Italia c'è stato chi partendo dalle faziane rievocazioni di carta velina è stato poi capace di scrivere un saggio talmente oltre i tempi su Il vedovo di Dino Risi. Eppure la scoperta delle cialtroneria nell'aulico linguaggio delle espressioni italiane lo si deve proprio a Labranca. Così i misfatti berlusconiani, la pochezza degli anni della Milano da bere con tutte le conseguenze sociali e politiche vengono svelate impietosamente da Labranca in almeno tre saggi che lasciamo a chi leggerà queste note scoprire quali sono. Certo è che di Tommaso Labranca manca quella forza eversiva suggestionata da una innata appartenenza ad una sorta di gruppo crociato. Ma per tirare fuori la schifosa realtà ci vuole tanta rabbia e tanta indignazione. Leggere il volume di Giunta serve per comprendere oggi dove e come siamo diventati. Forse molto più cialtroni e ignoranti di realtà degli anni eversivi di Tommaso Labranca.

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