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Standing ovation per Fabrizio Gifuni e lo Straniero di Camus al teatro Niccolini

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Due fari proiettati su un corpo vestito di bianco e di intense tonalità che gesticolano, in maniera essenziale, il racconto estraniante dell'individuo al mondo. Fabrizio Gifuni, nel contesto teatrale intimo del Niccolini, legge L'Etranger di Albert Camus, per la regia di Roberta Lena, l'elaborazione drammaturgica di Luca Ragagnin, i costumi di Roberta Vacchetti e la produzione de Il Circolo dei lettori di TorinoDal 19 al 24 Aprile, il talento Gifuni impreziosisce il palinsesto del teatro recentemente inaugurato, accompagnato dai suoni di G.U.P. Alcaro.

L'unico attore in scena è fisso davanti al suo microfono e a altri cinque che la regia gli ha posizionato dinanzi, e tuttavia la modulazione della voce di questo grandioso performer fa viaggiare lo spettatore nella calda Algeri del XXI secolo, conducendolo dai granelli caldi di sabbia ai sedili di un autobus fino all'angusto olezzo di una cella. L'essenzialità della scenografia, assemblata nel buio del palco e un cumulo di bauli morroni, verdi, intarsiate di sfumature color oro, chiede l'esclusività dello sguardo sulla concentrazione di Gifuni.

La penna di Camus si è dimenata nella descrizione per definizione impossibile dell'assurdo, quale condizione esistenziale dell'uomo, che nel mito di Sisifo trova la sua esemplificazione, nello sforzo umano che si arena in prestazioni incompiute.

Attraverso una voce così piena di note, Gifuni dà corpo alle pagine potenzialmente bianche del racconto, pista d'atterraggio o decollo per qualsiasi spavaldo lettore e spettatore teatrale che voglia addentrarsi nei meandri di righe gronde di vita. L'esperienza di Meursault, che passa dalla monotonia dei giorni lavorativi alla “dolce indifferenza del mondo”, è l'incarnazione di uno schema con cui l'essere umano si è da sempre confrontato, ovvero lo sforzo di attribuire un senso a ciò che fa e di vivere con consapevolezza. Tuttavia, spesso il significato che connota le sue scelte, imprescindibili da una dimensione morale, resta barricato nella trincea del non-argomentabile.

In un'ora e dieci minuti di spettacolo, emerge un motivo formale costante: la discrasia tra gli elementi luminosi liberamente tratti dal testo di Camus, narrati, e il nero che circonda la sceneggiatura della rappresentazione. Come se nel momento in cui quelle parole assumessero una statuto reale, “il cielo sfolgorante”, “la spiaggia vibrante di sole”, “la pace assopita di un'estate” assolvessero meglio la loro funzione affabulatoria in un quadro cromatico indistinto, cupo, segno della confusione che il protagonista del racconto vive. La sensazione che “non era cambiato nulla”, l'abitudine e la noia che fiaccano qualsiasi novità, rielaborano il coinvolgimento umano nella dimensione del mondo e nella sua “intervista impossibile”.

Un recente saggio di filosofia, La storia del nulla, del prof. Sergio Givone, potrebbe servire la parafrasi dell'atteggiamento del Meursault-Gifuni e il concetto che nel non senso, nell'assenza di fondamenta, si fa spazio la libertà dell'uomo e la discussione o la contemplazione dell'opportunità di scegliere: “sapevo che non potevo liberarmi del sole spostandomi di un passo, ma l'ho fatto lo stesso. Un solo passo”.

La prosa, che si struttura in questo intenso monologo, è accompagnata da suoni poliedrici che a tratti richiamano la curvatura orientale di Algeri o scandiscono il battito cardiaco del protagonista di fronte alla serie di eventi che lo coinvolgono.

L'assenza di fede in una creatura divina che dal nulla avrebbe apparecchiato l'universo in virtù della sua onnipotente bontà approfondisce la mancanza di senso che il “signor Anticristo” avverte all'interno di sé e nell'involucro di ciò che lo circonda. Il signor Meursault, dopo aver partecipato al funerale della mamma, al silenzio con cui la sua fidanzato lo guardava alla domanda sull'importanza del matrimonio, si accorge di aver “perso un po' l'abitudine a interrogar” se stesso. Il ricordo riporterà Meursault a consapevolizzare le colpe per cui si è trovato catapultato nell'aula di un tribunale e giudicato da una serie di fallace argomentative, ma anche a formulare solo “pensieri da prigioniero”. Il tempo in cella si appiattisce (“sempre lo stesso giorno nella mia cella”) e risucchia i “pensieri da uomo libero”, di introspezione del proprio sé. Il ruolo che l'individuo assume dal suo contorno sociale è tanto invasivo quanto spesso inevitabile, come quando “in nome del popolo francese” si chiede la pena capitale per chi è condannato oltretutto dalla sensibilità con cui si destreggia, con vigile leggerezza, nella vita.

E, tuttavia, “non si è mai completamente infelici”. Se il senso delle nostre vite non fosse proprio quello di interrogarci senza accumulare risposte, soddisfazioni, ma abbarbicandoci attraverso le mura dell'ambizione tutta umana, sensoriale di sperimentare e sgattaiolare per i cuniculi curiosi delle nostre esperienze? Una “tregua malinconica”, “quell'ira liberata dalla speranza” si accingono a disegnare un'alba privata dei suoi salienti raggi di sole.

Un'uggiosa domenica pomeriggio si rischiara nella standing ovation del teatro Niccolini per la performance di Gifuni, carisma potente che sostiene, da solo, lo spazio artistico scenico dilatato dalla base fornita da un classico come Camus.

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Ultimo aggiornamento ( Martedì 03 Maggio 2016 00:39 )  

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