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SE IL TEMPO NON AVESSE RISPOSTE. EDGAR ALANDIA

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Edgar Alandia è uno fra i compositori contemporanei più ricercati nello stile e nella agogica. La sua scrittura è temprata da una forte disciplina e da una grandissima conoscenza delle regole acquisite nel tempo dello studio e della ricerca. Boliviano di nascita e di formazione, arriva  ben presto in Italia  per poter studiare composizione. Ciò che però incurioscisce Alandia è la conoscenza di una idea e di un costume che è quello italiano. Da allora non ha mai abbandonato il paese, diventa un docente di composizione nei conservatori italiani e finisce la sua carriera presso quello di Perugia. La sua musica potrebbe essere radicale nel senso che ha radici profonde nell'opera di maestri come Bach. Questo fa delle sue composizioni e della sua idea di musica quello che è da tempo il linguaggio del futuro della musica ficta o di un certo tipo di scrittura ricercata. Persona colta e di grande umanità, Alandia continua nella sua ricerca di idea musicale, ha diretto per un certo tempo alcuni gruppi come Il Nuove Forme Sonore. Ciò che contraddistingue Alandia nell'universo umano è quella infinita saggezza che si presenta con una grande umiltà ed un senso spiccato dell'ascolto. Così come si confaceva un tempo ai grandi Maestri.

Tu sei boliviano mi piacerebbe se mi parlassi della tua terra d'origine

        Quando si parla di un posto a noi caro si rischia sempre la poca obiettività, quindi mi limito a dire che è un posto nel quale la natura da ogni punto di vista è sovrastante, gigante. Questo fa nella tua psiche un corto circuito tra la potenza del dominio di cotanta natura e la tua infima piccolezza in un contesto di tale magnitudine. Come tutta l’America Latina si vive in una società ingiusta piena di contrasti sociali che ti segnano per la vita.

Cosa ti ha portato ad arrivare a Roma e a studiare al Santa Cecilia?

         Dovevo, volevo studiare musica, composizione, quindi si doveva andare in Germania, Francia o Italia. Scelsi l’Italia. Roma, per la sua bellezza e tradizione storica e artistica. Ho avuto la fortuna di avere una famiglia, dei genitori magnifici e generosi che mi hanno sostenuto e aiutato nel realizzare questo desiderio. Era l’anno 1969.

Mi parli del tuo impatto con l'Italia e con i tuoi maestri?

         Quando sostenni l’esame d’ammissione fui ammesso al VI anno di Composizione, non male per un ragazzo di 19 anni autodidatta. Ma, subito, alla prima lezione si accorsero che a mala pena sapevo solfeggiare, anche se ero un discreto pianista, quindi fui degradato al I anno.

        Dopo lo shock dovetti studiare molto per recuperare, mi sono diplomato in Composizione e Direzione d’Orchestra nel 1977 con Irma Ravinale e Bruno Aprea.

       Successivamente ho fatto il Corso di Perfezionamento presso l'accademia di Santa Cecilia con Franco Donatoni.

Giovane diplomato giungesti ad insegnare in una città del Sud nel pieno terremoto: come ricordi quel periodo?

        Il mio ricordo di Potenza nel tragico dopo terremoto fu tanto drammatico quanto coinvolgente sia per la situazione della città, della gente, sia per l’emozione di una prima esperienza d’insegnamento che per me significava un impegno molto importante. Trovai degli studenti molto motivati e mi resi conto degli immeritati svantaggi delle regioni del Sud d’Italia anche nell’aspetto formativo. Sedi di passaggio per molti insegnanti quindi poca continuità didattica per gli studenti.

       Le mie buone intenzioni di rimanere a Potenza si scontrarono con una realtà burocratica che s’impegnò nell’evitare di nominarmi in tempo l’anno successivo. Si doveva lavorare, quindi accettai la nomina del Conservatorio di Pesaro.

Cosa significa insegnare composizione in conservatorio?

       Insegnare la Composizione come ogni altra materia in Conservatorio è molto cambiata dei quasi 40 anni che ho insegnato.

         Gli studenti, per i quali la cultura e l’arte era il motore che li spingeva ad affrontare gli studi di musica è stato sostituito con l’impellente voglia di mettersi in mostra ed essere protagonisti ad ogni costo.

      Oggi l’importante è essere notati, non importa come e quindi gli ultimi anni d’insegnamento non sono stati facili. Ho finito il mio impegno nei Conservatori nel 2017.

        Ben diverso è il dialogo e l’interesse con dei giovani nei paesi dell’Est o nei paesi ad esempio dell’America Latina nei quali si trova ancora un autentico interesse per quello che noi, persone con esperienza, possiamo dare loro.

Quanto è importante essere innanzitutto didatta?

        L’insegnamento, per me, è stato sempre un canale di scambio di idee, aspettative ed esperienze. Il rapporto con i miei studenti si è sempre basato su questi presupposti e i risultati sono stati davvero lusinghieri. Ho diplomato più di 40 allievi, molti insegnano nei vari conservatori e alcuni hanno fatto e stanno facendo delle belle carriere artistiche. Credo, almeno lo spero, di essere in qualche modo stato utile per le loro aspirazioni.

Cosa signfica musica contemporanea?

       Musica Contemporanea è ormai una sigla. Si è così codificata tutta la musica sperimentale della seconda metà del secolo scorso.

Scrivere oggi musica contemporanea ha ancora una curva d'interesse?

        Credo che la produzione della seconda metà del secolo scorso sebbene non abbia prodotto degli oggetti sonori, per così dire, gradevoli al gusto dei più, sono convinto però che essa abbia avuto il grande merito di cercare di pensare il suono in un modo nuovo, diverso. Noi dobbiamo comunque molto ai compositori importanti del ‘900.

       Oggi la deriva segue i principi del consumo, difficile pensare, parlare di arte musicale, di arte in generale. Oggi è buono ciò che vende…questo concetto si è impadronito anche del contesto artistico e di molti artisti. Il successo, la visibilità contano molto di più del pensiero e dell’etica.

Essere direttore cosa significa?

       La mia esperienza come direttore si è focalizzata per lo più nella la musica contemporanea ma è stata un’esperienza relativa, sono un direttore casuale, la mia professione è quella del compositore anche se ho diretto un gruppo grande da camera, Nuove Forme Sonore di Roma per più di 20 anni.

Quale è il repertorio che ami maggiormente dirigere?

       Le volte che mi sono trovato a dirigere un’orchestra mi sono divertito molto con il repertorio classico. E’ stata, sicuramente, una bella esperienza ma sono convinto che per fare bene un mestiere se ne deve fare uno solo e io faccio il compositore.

Come è la vita nel luogo in cui vivi?

        Da 18 anni vivo nella campagna umbra, un luogo molto bello e il mio tempo trascorre tra piccoli impegni tipici della casa in campagna (nei quali sono una vera frana) e lo scrivere e leggere.

        Vivo, oltre che con mia moglie Aura e mia cognata Pepi con 5 cani e 5 gatti….abbiamo avuto per anni un bel cavallo al quale, in qualche modo, devo la vita.

Il tempo di queste giornate cosa ti porta a fare?

        L’esperienza di questi giorni di quarantena mi fa riflettere, e spero di non essere il solo, sulla piega che ha preso il nostro vivere nel XXI secolo. Nel mio paese, la Bolivia, convivono la vita primitiva con la vita tecnologica e agitata dei nostri giorni, la necessità di un maggiore equilibrio tra una vita più “umana” e una vita che segua le conquiste dell’intelligenza forse in questi giorni si intravede con più nettezza.

Il desiderio del futuro e del tempo che verrà?

         Non ho particolari desideri per il futuro che non siano quelli espressi sopra, alla luce delle fragilità e gli errori che questi giorni ci hanno fatto scoprire.

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Maggio 2020 01:05 )  

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