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SE IL TEMPO NON AVESSE RISPOSTE. FILIPPO DEL CORNO

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Essere assessore alla Cultura in una città come Milano di questi tempi non è cosa semplice. Vivere la dimensione di un malessere incredibile che ha portato un luogo fra i più votati all'idea europeista come Milano ad un luogo distante, sospeso nel tempo, lontano da ogni dove. Milano è una città di elezione, una città che non ha eguali. Filippo Del Corno vive oggi da milanese e da uomo di cultura la trasformazione della propria città, del proprio ruolo eletto a dimora nel tempo. Ma prima di essere assessore alla cultura, Filippo Del Corno è un musicista molto completo, di grande cultura, con una fortissima dimensione creativa ed una sorta di abitudine a mettere in campo forze di estrema bellezza. I suoi studi, le sue conoscenze, la sua voglia di mostrare e di raccontare lo hanno reso come uno dei compositori di riferimento della nuova scena europea. Meritatamente. E' vero che l'impegno di musicista è solo integrato in quello di amministratore della cosa pubblica. E' vero anche che Del Corno ha fatto della sua vocazione la sua personale importanza nell'essere cittadino di questi tempi. Presto speriamo che possa riprendere la penna compositiva in mano per sentire come quello che ci lega nell'orribile assenza ci lega anche e soprattutto in quella ricerca di bellezza e profondità d'animo, come se fosse un incerto tempo  a posteriori.

Filippo ci siamo conosciuti grazie ad una persona speciale quale è Danilo Lorenzini;  ricordo inoltre che suonai  una tua composizione per pianoforte. Come nasceva la tua formazione di compositore?

Ho iniziato a studiare musica da bambino, coltivando il sogno infantile di diventare direttore d'orchestra. Dopo gli studi di violino mi sono dedicato alla composizione, propedeutica appunto alla direzione d'orchestra, nella classe di Danilo Lorenzini. Dopo poco più di un anno di studi, complice anche un seminario estivo con Paolo Castaldi, ho capito che proprio la composizione avrebbe dovuto essere la mia strada. Ho terminato quindi il mio corso di studi in Conservatorio, sotto la guida di Lorenzini e di Azio Corghi, e ho seguito alcuni corsi e masterclass di perfezionamento, la più significativa delle quali è stata con Louis Andriessen.

 E' necessario quindi parlare di Danilo Lorenzini

Danilo Lorenzini mi ha aperto davvero la strada alla comprensione della musica, e non solo dal punto di vista strettamente tecnico. Lorenzini è un musicista di straordinaria sensibilità e al tempo stesso animato da grande curiosità e apertura nei confronti della molteplicità di esperienze in cui si articola il linguaggio musicale. Da lui, e grazie a lui, ho acquisito un solido bagaglio di conoscenze tecniche e una predisposizione all'ascolto e alla relazione con la musica senza coltivare alcuna forma di pregiudizio. In effetti nella sua classe poteva accadere di incontrare, e quindi approfondire, la musica di Dallapiccola così come quella di Glass, oppure Ligeti accanto a Poulenc.

Cosa ti ispira oggi nel comporre musica?

Purtroppo il mio lavoro di compositore è sospeso, da quando mi sono dedicato integralmente all'impegno di Assessore alla Cultura per la mia città, Milano. Posso dire che per me scrivere musica è sempre stato un atto che nasce dal desiderio di mettere in connessione suggestioni extra-musicali con figure sonore generate da quegli stimoli. Al tempo stesso mi interessa molto creare legami tra musiche apparentemente molto lontane, sottolineandone, o a volte creandone, possibili punti di contatto e di reciproca trasformazione.

 Quanto è stato importante lo studio di compositori come Satie e Cage?

Si tratta di due figure cruciali, nel mio percorso, intendendo il loro lavoro come la più ampia e spregiudicata espressione di libertà che sia mai esistita nella musica. Una libertà che ha potuto creare anche effetti paradossali e, forse, contraddittori, ma che ha spalancato frontiere impensate a tutti i compositori che sono venuti dopo di loro. Con John Cage ho poi anche avuto la possibilità, davvero straordinaria, di seguire un corso rivolto a giovani compositori, a Glasgow nel 1990. Si è trattata di un'esperienza unica, che mi ha fortemente influenzato.

 Esiste una sorta di ritorno ad un asincronismo musicale?

Nella musica accade, per motivi assai difficili da spiegare in termini razionali, quello che Wagner descrive nelle parole che attribuisce a Gurnemanz nel libretto di Parsifal: il tempo diventa spazio. Si è sempre tentata un'interpretazione metafisica di questa frase; a me piace invece sottolineare l'aspetto più semplicemente descrittivo, ossia il fatto che nell'esperienza dell'ascolto musicale il tempo assume una dimensione concreta e spaziale, il che sembra essere in contraddizione con la fisiologia invece del tutto diacronica che caratterizza ogni forma di espressione musicale, dalla più semplice alla più complessa.

Il ruolo del compositore contemporaneo della tua generazione è stato quello di ricondurre l'esperienza dell'avanguardia ad un linguaggio che potesse essere più fruibile dal pubblico: cosa ne pensi?

Credo che abbia ragione Berio quando dice "L'arte non è mai stata sorda alla storia... ...l'artista crea per il suo mondo civile, non per un'immortalità futura né per i templi di una immortalità antica". La mia generazione ha creduto, in varie forme e con tentativi che oggi mi appaiono più velleitari che riusciti, di poter rappresentare un punto in cui si tornasse a trovare una corrispondenza autentica tra creazione artistica e mondo civile. In realtà eravamo tutti coinvolti in un passaggio d'epoca molto più complesso, che aveva ben descritto Lyotard nel suo libro "La condizione post-moderna", e in cui oggi viviamo ancora pienamente. In questa fase la relazione tra ascolto e creazione, e più in generale tra società e arte, conosce un ampliamento delle possibili platee di fruizione della musica, così come di qualsiasi altra forma artistica, per motivi che discendono dall'evoluzione tecnologica, dal mutamento socio-economico, dalla diffusione dell'istruzione di base e da molti altri fattori non intrinsecamente legati alle volontà o agli auspici dei compositori.

 MI parli della tua opera Non guardate al domani?

Non guardate al domani è un’opera lirica che vuole essere un racconto oggettivo e documentato dei cinquantacinque giorni trascorsi dal rapimento all’assassinio di Aldo Moro. Il testo, del giornalista Angelo Miotto, è interamente basato su documenti ufficiali: le parole che vengono cantate dagli otto personaggi sono parole effettivamente scritte o pronunciate dai protagonisti della vicenda. Nella mia opera Moro è un autentico eroe tragico: come il protagonista di un’antica tragedia greca soffre infatti una catastrofe che si è già consumata nel tempo che precede il suo personale dramma di sequestrato, poiché il suo destino è già segnato nel momento in cui si compie il rapimento. Ma nei 55 giorni passati nel carcere del popolo e che rappresentano la vera e propria “azione tragica”, Moro lotta con ogni forza e con il solo strumento che ha a disposizione, la parola, per sfuggire al suo destino di morte, che lo coglie implacabile. Quest'opera ha avuto una gestazione molto lunga e complessa, da una prima fase realizzata a Londra da Almeida Opera nel 2002 fino alla sua versione integrale, eseguita in forma di concerto a Milano nel 2008 da Sentieri selvaggi.

Oggi come mai il Requiem che scrivesti avrebbe senso: pensi che la musica possa descrivere il grande dolore delle morti?

Su commissione della città di Copenhagen, capitale europea della cultura per il 1996, ho partecipato alla composizione collettiva di un Requiem scritto a più mani da poeti e musicisti di diverse aree e culture d’Europa, e nella suddivisione delle diverse parti del testo a me e al poeta Daniele Garbuglia venne affidato il Kyrie. Attribuisco in genere alla musica una missione più di testimonianza che di descrizione, e anche in quel caso provai a testimoniare, anche grazie alle parole di Garbuglia, il fondamento archetipico del rispetto nel culto dei morti, nelle forme che desiderano perpetuarne il ricordo nella compartecipazione e soprattutto nella compassione, quel "patire insieme" che per me è uno dei valori fondanti la civiltà europea.

 Passo alla tua attività di assessore: me ne parli ?

Sono stato nominato assessore alla Cultura del Comune di Milano dal Sindaco Pisapia nel 2013, e quindi confermato dal Sindaco Sala nel 2016. Durante questi anni Milano ha assunto la forma di un sistema culturale complesso, caratterizzato da una molteplicità di proposta non riconducibile a un modello omogeneo, con un significativo aumento, entusiasmante e al tempo stesso paradossalmente traumatico, del pluralismo culturale, grazie a uno straordinario protagonismo attivo di artisti, operatori, associazioni e istituzioni della città. Lo sviluppo della proposta culturale è stato incardinato in un vero e proprio piano strategico, che ho progettato nei primi mesi di mandato nel 2013, e che ho costantemente monitorato registrandone risultati positivi e punti critici. Grazie a rapporti rilasciati da soggetti indipendenti, come Fondazione Symbola, e Europea, World Cities Culture Forum, ho potuto constatare come Milano sia divenuta in questi anni una delle città internazionali con la maggiore qualità, vivacità, diffusione e accessibilità della sua offerta culturale, così come ci eravamo ripromessi negli obbiettivi del piano strategico. Ora l'emergenza sanitaria determinerà inevitabilmente un nuovo paradigma di trasformazione culturale della città, segnato dalla crisi e dalla percezione di fragilità: dal momento che il mio mandato scade nel 2021 posso immaginare di accompagnare, spero virtuosamente, il sistema culturale della città a impostare un suo ripensamento, che possa dispiegare poi la sua progettualità nei prossimi mandati amministrativi, ai quali non parteciperò.

 Cosa è oggi MIlano e cosa significa viverci

Milano è una città che è sempre stata "nel mezzo", come d'altra parte rappresenta la sua etimologia, e la sua collocazione geografica. Si tratta quindi di una città che è storicamente si è trovata coinvolta in passaggi molto importanti di cambiamento e trasformazione, in prospettive nazionali e internazionali, avendo però una caratteristica specifica, quasi identitaria, che la differenzia da molte altre città di pari dimensioni e importanza: è sempre stato un luogo fertile per il pensiero creativo. Sono innumerevoli infatti gli artisti, e i creatori che, proveniendo da altri contesti, hanno trovato proprio a Milano il luogo ideale per esprimere il proprio talento creativo. Questa caratteristica della città è tornata ad identificarne la potenza simbolica proprio in questi anni, in cui Milano è stata inoltre protagonista, insieme a tante altre città, di un nuovo protagonismo politico e internazionale delle città, proiettate verso un nuovo sistema internazionale di città-stato profondamente connesse e solidali. Vivere a Milano fino al febbraio 2020 ha significato fare parte di un laboratorio molto interessante di nuovo progetto per il futuro, basato appunto su un'idea reticolare di città intelligenti e responsabili, vere e proprie "leader" globali. L'emergenza sanitaria scatenata dall'epidemia del COVID-19 ha messo in crisi questa idea, ne ha mostrato le fragilità e i punti critici: ora Milano deve riprendere in mano il proprio destino, in una prospettiva del tutto diversa. Sono certo che lo farà insieme alle altre città del mondo, con cui ha costruito in questi anni legami molto solidi.

Come sono le tue giornate?

Oggi le giornate sono fortemente condizionate dalle misure di contrasto alla diffusione dell'epidemia. Lavoro quindi con la stessa intensità di prima, ma con strumenti molto diversi, e con obbiettivi completamente stravolti. Cerco di mantenere quindi un approcio che mescoli la razionalità necessaria per chi si trova in posizioni di responsabilità in un momento molto difficile e l'empatia che può guidare nel capire quali sono le priorità della comunità cittadina, e in particolare di coloro che lavorano nel mondo della produzione e della divulgazione culturale.

 Il tuo desiderio di rinascita?

Ho un desiderio collettivo, che è quello di una città in cui sia possibile tornare a vivere gli spazi pubblici così come avevamo visto fare, e anche impetuosamente, in questi anni a Milano; e ho un desiderio personale, che è quello di tornare ad occuparmi di musica ogni giorno, nell'insegnamento, nella pratica quotidiana e, se mi sentirò di avere ancora qualcosa da dire, nella composizione.

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