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Petrolio sempre più scarso

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Il petrolio finirà prima che il nostro mondo sia pronto ad abbandonarlo? E la carenza di greggio convenzionale darà una spinta a efficienza energetica e rinnovabili o vedrà il rilancio dei metodi di estrazione più sporchi e costosi, sabbie bituminose in primis? Dopo una tregua causata dalla crisi economica, il prezzo del petrolio è tornato a salire: anche oggi il barile era sopra gli 80 dollari, e proprio in questi giorni picco e scarsità del petrolio sono ritornati al centro del dibattito.

 Che il petrolio sia destinato a divenire sempre più scarso e caro è chiaro. Nelle scorse settimane due nuovi studi hanno riportato al centro del dibattito il tema delle risorse petrolifere che presto saranno troppo scarse rispetto al fabbisogno mondiale. Entrambi con lo stesso stesso messaggio: i consumi aumentano più in fretta dei nuovi giacimenti scoperti e il mondo è ancora troppo dipendente dall'oro nero. Uno dei due studi, quello pubblicato dalla ONG Global Witness ha un titolo significativo: “Heads in the Sand” (vedi allegato), ossia “teste nella sabbia” . Il report è una sorta di grido d’allarme che, a partire dai dati dell’International Energy Agency, denuncia come il mondo non sia preparato ad affrontare il problema.

Secondo i dati del World Energy Oulook 2008 dell’IEA (Qualenergia.it, "La cruda realtà dell'energia mondiale" ) infatti il divario tra produzione e fabbisogno potrebbe sentirsi già dal 2015 e per quell’anno sarebbe pari al 7,7% della domanda mondiale. Per continuare a soddisfare il fabbisogno di petrolio globale da qui al 2030 si dovrebbero scoprire giacimenti per 64 milioni di barili, cioè pari a “6 volte quelli dell’Arabia Saudita”. “Heads in the Sand” però contesta la strategia suggerita dall’IEA per affrontare il problema e cioè investire di più nell’estrazione e ricorrere anche a forme di greggio non convenzionale, come quello ricavato dalle sabbie bituminose, uno dei modi più devastanti a livello ambientale di ottenere energia. Per Global Witness meglio investire nelle rinnovabili, anche se si sarebbe dovuto cominciare molto tempo prima a preparare la fase post-petrolio.

Anche l’altro report uscito la scorsa settimana, quello dell’UK Energy Reserch Center (vedi secondo allegato), evidenzia il problema della scarsità. Lo studio, in realtà, è una rassegna della letteratura sull’argomento e non si sbilancia in previsioni su quando il problema si manifesterà. La preoccupazione che ne emerge è però simile a quella di “Heads in the Sand”: “anche scoperte di grandi giacimenti come quella avvenuta di recente nel Golfo del Messico spostano solo di giorni o settimane il problema” vi si legge: occorrerebbe scoprire “un’Arabia Saudita ogni 3 anni” e le previsioni che la produzione continui a crescere oltre il 2030 sono “quanto meno ottimistiche e probabilmente irrealistiche”. Insomma, la futura scarsità di petrolio pare un dato condiviso da molti.
Elena Saccomanni

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