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Lavoro: la lite torna in Tribunale

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La lite torna in tribunale

Le cause di lavoro rischiano di perdere definitivamente il treno della conciliazione. Con l’imminente approvazione del collegato lavoro, il parlamento sembra aver messo la pietra tombale sulla composizione amichevole delle liti tra imprese e dipendenti, perché il tentativo di trovare un accordo da obbligatorio diventa facoltativo. È pur vero che finora l’obbligatorietà non ha portato grandi risultati. Secondo le stime più recenti, solo una conciliazione su cinque va a buon fine ed esce così dal circuito della giustizia ordinaria. Numeri non esaltanti, ma che comunque si traducono in un taglio del 20% delle cause di lavoro, quello che è probabilmente il più aspro fra i contenziosi che finiscono in tribunale. 
Sarà per l’importanza della posta in gioco, o per un tasso di litigiosità che non ha eguali al mondo, oppure per un quadro normativo scivoloso. Sta di fatto che quando in ballo c’è una questione di lavoro, le parti sembrano pensare a tutto tranne che a cedere di un millimetro dalle proprie posizioni. Lo dimostra l’elevato tasso di ricorsi in appello contro le decisioni di primo grado. Un altro dei record della nostra giustizia malandata: un quarto delle sentenze emesse dai tribunali in materia di lavoro finisce dritto in corte d’appello, uffici non a caso con le performance peggiori quanto a velocità di smaltimento. Addirittura le cause di lavoro, pubblico e non, e di previdenza rappresentano il 40% dell’intera attività dei giudici di secondo grado.
L’unica chance di chiudere la vertenza fuori dalle aule di giustizia sembra essere allora quella affidata al braccio di ferro che si consumerà all’inizio del rapporto. Quando il datore di lavoro sottoporrà la clausola compromissoria al dipendente, che lo impegnerà ad affidarsi a un arbitrato nel caso dovesse insorgere qualche problema. Con l’eccezione dei contrasti più gravi legati al licenziamento.
«C’è un paradosso – mette in guardia Riccardo Del Punta, avvocato giuslavorista e docente di diritto del lavoro all’università di Firenze –: questa misura è voluta per rimediare alle lentezze della giustizia che danneggiano sì le imprese, ma che colpiscono ancora di più i lavoratori. I quali dovrebbero essere i protagonisti di questa iniziativa. Eppure è difficile immaginare che proprio i lavoratori si rivolgeranno agli arbitri per due motivi: perché hanno una fiducia incondizionata nei giudici e perché di fatto sono abituati a non pagare per la causa, anche per la prassi diffusa di compensare le spese pure nel caso di soccombenza. Il ricorso all’arbitro è costoso, questo è innegabile. Il fatto di dover versare il 2% del valore della causa al presidente del collegio arbitrale prima dell’inizio della causa, con assegni circolari, può scoraggiare i lavoratori».

Certamente il ricorso all’arbitrato aumenterebbe se si diffondessero le clausole compromissorie, che una volta firmate (al termine del periodo di prova o comunque non prima di un mese dalla stipula del contratto di lavoro) obbligano le parti a non fare mai ricorso al giudice in caso di controversia. Si tratta di clausole che al momento sono soltanto volontarie, anche se nella realtà difficilmente potrebbero essere rifiutate dai lavoratori che nelle prime fasi del rapporto di lavoro non si trovano certo in una posizione di forza.
Puntare su clausole compromissorie e arbitrato per rimediare alla lentezza della giustizia è stata una scelta sulla quale gli avvocati giuslavoristi hanno peraltro appena ribadito la propria contrarietà. «Come alternativa efficace per alleviare il carico delle cause di lavoro – prosegue Del Punta – si poteva agire sulla materia previdenziale: oggi il contenzioso che pesa di più è quello che riguarda pensioni di invalidità, malattie professionali e tutta la materia infortunistica». Mentre per Marina Calderone, che siede al vertice della categoria dei consulenti del lavoro, «la conciliazione obbligatoria ha fallito il suo obiettivo. Le liti si conciliano solo se, preventivamente all’atto formale, le parti hanno trovato l’accordo. È dunque coerente aver trasformato il tentativo di conciliazione in un atto volontario».
Uno dei vantaggi dell’alternativa conciliazione-arbitrato, aggiunge Calderone, «è la moltiplicazione delle sedi nelle quali si potranno comporre preventivamente le controversie. La scommessa si vince comprendendo che i conflitti possono risolversi senza bisogno di ingolfare le aule giudiziarie». Ma è importante anche «come si fa conciliazione» sottolinea Vittorio La Placa, giudice del lavoro del tribunale di Palermo: «se la commissione studia il fascicolo, se riesce a farsi dire dalle parti a cosa mirano, se riesce a comprendere dove sono disposte a cedere allora la probabilità che si arrivi a buon fine è alta». La realtà, ricorda La Placa, è che «le commissioni, spesso, non riescono neanche a convocare le parti entro i termini». Il tentativo di conciliazione, oggi, deve essere concluso entro 60 giorni dalla richiesta. Decorsi i quali, l’obbligo si ritiene assolto. E la lite giunge dove non avrebbe dovuto. In tribunale.

ripreso da http://www.nuovaresistenza.org/2010/10/11/la-lite-torna-in-tribunale-il-sole-24-ore/ 

Walter Maccari, DEApress

 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 11 Ottobre 2010 12:24 )  

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