In uscita il nuovo libro di
Domenico Guarino
IO SONO UN ITALIANO
UN ITALIANO NERO
Chi sono, cosa pensano, da dove vengono.
Storie, vite, viaggi, racconti e speranze di chi è arrivato in Italia per lavorare
dal 24 marzo 2010 in libreria
17 interviste, 17 storie di migranti.
Braccianti agricoli della Piana del Sele (SA), scrittori padani, dj, richiedenti asilo, muratori rumeni, badanti, politici, facchini. Lavavetri. Dal nord al sud al centro: Roma, Milano, Firenze, Pavia, Cosenza.
L’universo caleidoscopico di quel mondo immenso che sotterriamo sotto la sigla sempre più inquietante di “extracomunitari”. Storie di successo e di sconfitta. Clandestini, regolari, cittadini italiani. Uomini e donne che chiedono una chance al nostro paese e chiedono a noi di non lasciarli soli di fronte alla follia di un’immagine stereotipata che li vorrebbe tutti criminali in potenza, alla ricerca di un’occasione per prendere il nostro posto nella maniera più violenta possibile.
Non un’indagine esaustiva. E nemmeno un saggio sociologico o una ricerca accademica. Vite reali alle prese con problemi reali. E con la voglia di non sentirsi esclusi in un paese che molti non hanno scelto ma in cui tanti alla fine vorrebbero vivere. Anche se è sempre maledettamente più difficile.
“Parlare di immigrazione oggi in Italia può sembrare banale. Pare che ci sia anche troppo chiasso intorno alla questione. Eppure quello che manca nel nostro paese è un discorso sull’immigrazione che prescinda dalle strumentalizzazione e che abbia a che fare con la straordinaria normalità del fenomeno. La normalità cioè dei milioni di immigrati che vivono e lavorano regolarmente o al nero nel nostro paese. Sbarcando il lunario nella migliore maniera possibile ed incredibilmente coltivando gli stessi sogni di un qualsiasi italiano: una casa, una famiglia, dei soldi in tasca. Quello che manca è raccontare come gli immigrati siano molto più lucidi di noi autoctoni nell’analizzare e nell’affermare le vere cause del montante sentimento xenofobo che sta invadendo il nostro paese. Che ha assai poco a che fare con il razzismo classico, mentre riguarda molto più da vicino la paura del diverso e la lotta tra i poveri, in un paese che si sta sensibilmente impoverendo. E allora gli immigrati diventano il facile bersaglio su cui scaricare la rabbia sociale. Magari per cerare un nemico comune su cui ricompattare l’unità nazionale. O per militarizzare le città, riempire le carceri, controllare con sempre maggiore capillarità il territorio e le menti delle persone. In sostanza: cerare quel capro espiatorio su cui scaricare il peso di tutte le paure e di tutti i peccati degli italiani”. (D.G.)
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