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Protocollo di Kyoto: compie 10 anni

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Sono passati dieci anni dall’accordo fra 169 nazioni per attuare rimedi a difesa della salute del pianeta, minacciato da anidride carbonica e gas serra, e a distanza di dieci anni il progetto pare quasi fallito prima ancora di essere attuato davvero.
Tanto che si parla già di protocollo 2, quando il primo è praticamente entrato in vigore solo da due anni.
Quell'11 dicembre 1997 in Giappone esperti, politici, ambientalisti decisero una strategia comune per ridurre su scala mondiale le emissioni di gas inquinanti dovute a scarichi industriali nei settori chimico, siderurgico, dei trasporti, dell'energia, fino agli innocenti condizionatori d'aria. La scommessa di quella scelta effettuata in modo solenne, e che impegnava a renderla operativa solo quando un numero congruo di nazioni l'avesse ratificata (pari ai paesi produttori del 55% di anidride carbonica), risulta già da anni persa.
I gas serra infatti avrebbero dovuto ridursi mediamente del 5,2% entro il 2012, avendo come base di calcolo quelli prodotti nel 1990.  La Ue avrebbe dovuto ridurre le sue emissioni mediamente dell'8%, l'Italia del 6,5%. Gli Usa, in caso di adesione, del 7%.
A tutt'oggi, invece, la produzione mondiale di gas e anidride carbonica non solo non è diminuita, ma è addirittura cresciuta in misura esponenziale. E ad essa vengono attribuiti cambiamenti climatici e surriscaldamento globale: secondo l'Agenzia europea dell'ambiente l'anidride carbonica, che è il gas maggiormente responsabile dell'effetto serra, 150 anni fa era pari a 250 ppm (parti per milione), nel 2000 era di 360 ppm e tra 50 anni si arriverà a 500 ppm. Nello stesso periodo le temperature della terra sono aumentate di un grado, e crescono al ritmo di 0,1 gradi a decennio e i livelli dei mari sono cresciuti di 20 centimetri.
In Europa si producono ogni anno più di 35 mld di tonnellate di anidride carbonica (CO2), di cui 4 mld provengono da camini, ciminiere, autoveicoli. Nel 2050, in assenza di contromisure, le attuali emissioni raddoppieranno.
Il protocollo di Kyoto 2, punto di riferimento per il dopo 2012, prima ancora di essere un accordo tecnico fra paesi inquinatori, dovrà essere un'intesa politica, capace ad esempio di coinvolgere gli Usa, che finora si sono sempre tenuti alla larga dalle questione, rifiutando di sottoscrivere il protocollo.
E anche Paesi come il Brasile, l'India, la Cina che sono fra i maggiori produttori mondiali di gas serra, ritenuti in via di sviluppo e per questo esenti da vincoli. Senza un accordo globale, qualunque progetto per migliorare lo stato di salute del pianeta sarà materia buona solo per convegni. Ma trovare l'accordo nel summit in corso a Bali non sarà facile: a Kyoto nel 1997 si puntò sull'ammodernamento degli impianti industriali, la riduzione dello smog da autoveicoli, l'abolizione di alcune sostanze nel confezionamento di prodotti per l'industria chimica e l'igiene; la modifica delle componenti chimiche per gli impianti refrigeranti ed elettrici; l'innovazione dei settori agricolo e zootecnico, nell'industria energetica, metallurgica e dei trasporti e altro ancora.
Insomma, grandi rivolgimenti ma anche grandissimi costi, e benché la sensibilità sul tema ambientale sia andata crescendo nel mondo (come dimostra il Nobel assegnato all'ex vice presidente degli Usa Al Gore per il suo film documentario sui cambiamenti climatici) non tutti i Paesi sono disposti, o sono nelle condizioni, di sostenerne il peso economico.

 

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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 17 Gennaio 2008 14:07 )  

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