Continua il bagno di sangue in Tunisia. Ed all’orrore di fronte all’inaudita violenza, si unisce l’indignazione per una situazione sempre più inumana.
Che la fame possa scatenare violenza, è un fatto che la storia – non solo la più antica – ha confermato ripetutamente. Ma il fatto che questa violenza si possa inserire all’interno di dinamiche ‘alte’ della politica internazionale, è un’evenienza che ci deve far riflettere. Non si tratta solo di persone sulle strade e nei vicoli, che reagiscono a una situazione (fisiologicamente) insostenibile, ma si tratta anche di un insieme di rapporti internazionali, che hanno iniziato ad entrare in un moto di inarrestabile frizione. Si considerino le recenti dimissioni dell'ambasciatore della Tunisia all'Unesco, perché inascoltato nella sua ‘supplica’ a 'mettere fine al bagno di sangue': anche le più alte organizzazioni internazionali (che dovrebbero ricoprire un altissimo ruolo culturale e sociale) entrano in crisi, e sembrano quasi arrendersi di fronte all’inevitabile.
Ma viene da chiedersi quanto questa situazione fosse effettivamente inevitabile, o quanto, per lo meno, un reale piano di aiuti sia inattuabile. Se le ragioni della politica mettessero i diritti dell’uomo al primo posto – e intendo qui i diritti alla sua semplice sopravvivenza – un problema simile non dovrebbe neanche sussistere. Ma nelle sempre più intricate dinamiche della politica internazionale, sempre nuove e troppe variabili entrano in gioco, e sembra che ben poche di queste ‘variabili’ possano veramente essere definite dei ‘valori’ – valori unicamente e semplicemente umani.
Simone Rebora
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