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Per una pedagogia delle tradizioni

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DEMO-ETNO-ANTRO: PER UNA PEDAGOGIA DELLE TRADIZIONI

di Alessandro Fornari

In occasione di un corso di perfezionamento presso l’Università degli Studi di Firenze, nell’anno accademico 2007/2008, dedicato a La figura dell’insegnante e dell’educatore extrascolastico nella prassi educativa e nella progettazione didattica, gli studi sulle comunità educanti di cultura tradizionale sono stati discussi ed inquadrati nella Pedagogia delle Tradizioni (Coinologia). La disciplina presenta due aspetti, il primo - descrittivo - riguarda le valenze e i modi di trasmissione della cultura all’interno delle comunità, il secondo - operativo - è rivolto agli educatori esterni ed accerta e interpreta la cultura per programmare le opportune modifiche.
L’argomento - non facile, come i lettori ben sanno - è cruciale per ogni educatore. Gli iscritti al corso universitario non lo conoscevano e nelle relative dispense è stato affrontato, rilevando che, a un primo sguardo, la cultura comunitaria appare divisa in settori, come in uno spettro luminoso. A un estremo, il lascito delle generazioni passate, le tradizioni. All’estremo opposto, le voci vivaci degli operatori sociali: i politici, i sindacalisti, i religiosi, che possono influire sensibilmente come portatori di ideologie nuove, talora piene di fascino. Restano, al centro, le influenze dei media e della scuola, talora svolte come amorfa routine.
In alcune realtà sociali, i tratti provenienti dal passato - le tradizioni - vengono via via erosi dagli altri, quindi la tradizione stessa diviene sinonimo di vecchio e retrivo e c’è chi insiste che deve essere confrontata col mondo moderno, intendendo - in sostanza - che deve essere superata. Se la tradizione viene esaminata come si esaminano gli altri tratti di una complessa cultura, se ne perde lo specifico e un’intera annosa massa di studi viene scardinata. Secondo me, invece, è pienamente legittimo e fruttuoso un esame delle tradizioni, secondo i principi antropologici comunemente accettati.
Non sono un teorico, ma quando inizio un corso una definizione dei nostri studi la devo dare. Ora sono di moda, piuttosto che tradizione, popolo, cultura e comunità (per non parlare di folclore), dei termini che cominciano con demo, etno, antro, che suonano più moderni, ma non sono facili da definire.
Allora vediamo se si riesce a uscire da questa selva oscura. Sono stato fra i primi a svolgere ricerche con registrazioni audiovisive, ho raccolto un ampio ventaglio di testimonianze e ho contribuito a far conoscere le autentiche tradizioni. Nel corso degli anni sono entrato in contatto con specialisti diversi. Non pretendo di svolgere un’analisi esauriente, questi sono semplici appunti, il ricordo di un'esperienza personale che può essere utile.
Coloro che si dedicano alla “Antropologia Culturale” si servono di uno specifico concetto tecnico di “cultura”, per esaminare i gruppi sociali di ogni tipo e di ogni latitudine. Grazie a un metodo efficace e coerente, si sono guadagnati una particolare dignità scientifica, mentre nel nostro paese il concetto antropologico di cultura è largamente orecchiato e frainteso, anche da parte di fior di giornalisti (uno disse che, secondo lui, la mafia non avrebbe una cultura e si inventò la definizione di gruppo sociale “aculturale”, cervellotica e sbagliata).
Gli antropologi che ho conosciuto studiano, di un gruppo sociale, di volta in volta, l’intero quadro culturale, del quale la tradizione è una parte, talora residuale; il termine “tradizionale” viene usato come eufemismo, per “arretrato” e “opposto alla modernità”. D’altra parte, l’antropologo non ci dice - né è tenuto a farlo - chi sia il “popolo” (definito secondo concetti estranei alla sua disciplina).
Gli antropologi con i quali ho parlato ripudiano gli studi incentrati sulle tradizioni, ritenendo scorretta la stessa impostazione. Alcuni di loro ritengono erroneamente che la “Storia delle Tradizioni Popolari” sia una disciplina storica, che si dedichi ai mutamenti nel tempo delle tradizioni.
Chi si interessa di Storia delle Tradizioni Popolari non studia i gruppi sociali, né a loro si dedica, classifica i prodotti. Di una canzone, uno stornello, un proverbio forma collezioni più o meno grandi, secondo varianti e non si pone il problema se queste e altre forme tradizionali abbiano un’attiva funzione sociale. Sa che la tradizione popolare è il concetto centrale della sua disciplina, ma si trova in difficoltà per definire il “popolo” (talora si accorge di usare strumenti non adeguati e per esperienza accademica teme l’antropologia culturale, “il grande mostro che tutti ci piglia”).
Il “popolo” lo definiscono i marxisti che, proprio al canto di “Avanti popolo”, hanno contribuito - in particolare col sindacato - al progresso del nostro paese. (E’ un impegno da non dimenticare, contro la denigrazione di quei demagoghi che, ai tempi delle contese sociali e sindacali, hanno fatto la bella vita di animatori turistici e palazzinari e ora strillano contro “la sinistra”, facendo di ogni erba un fascio).
Per gli studiosi e gli uomini di spettacolo che hanno impostato gli studi secondo una visione di classe, la tradizione costituisce una remora per la nascita dell’uomo nuovo e va superata.  Nell’ambito di una complessiva visione dialettica, perseguono ciò che serve al popolo e riservano alla tradizione un ruolo residuale, plasmabile a piacimento. Alcuni marxisti non fanno distinzioni, chi non condivide la loro impostazione è considerato un reazionario, che ostacola il sorgere della nuova cultura (simili definizioni e le patenti di stalinismo non mi riguardano).
Quando afferma che il popolo è formato dalle classi che non possiedono il potere politico, chi segue l’impostazione marxista fa riferimento alle scienze politiche. Fa invece riferimento alla scienza dell’educazione chi sostiene che il popolo è formato da alcune comunità, connotate dalla cultura tradizionale. Pertanto i due concetti non coincidono. Per parte mia, se - e solo se - le comunità di cultura tradizionale coesistono, all’interno di un più vasto gruppo sociale, con società e con altre comunità di cultura diversa, definisco le prime - quelle che io studio - “popolo”. Uso il termine con questo significato particolare, secondo un concetto educativo.
Con buona pace degli antropologi, sono convinto che la valenza sociale della tradizione giustifichi, anzi imponga uno studio e un impegno nell’ambito della cultura delle comunità nelle quali si svolgono le ricerche, per scoprire - attraverso le tradizioni - come ciascun gruppo sociale viva il contrasto fra natura e cultura, che, da una parte, mette in crisi la vita delle comunità dipendenti dalle coltivazioni e, dall’altra, mina la coesione sociale. Grazie ad analisi autonome, ho accertato dei “grandi temi”, che hanno paralleli in altre discipline (l'analisi del profondo, per il contrasto istinto ‑ repressione e il funzionalismo, per l'analisi del mito).
Oltre alle consuetudini volte a socializzare i bambini (cantilene e giochi) e ai riti agrari “di garanzia” (vedi il Maggio itinerante), ho esaminato le canzoni narrative, i cui protagonisti vivono dei contrasti sociali, ma restano pur sempre personaggi, non vanno giudicati per il comportamento più o meno opportuno o morale. Una volta un'amica affrontò una fiera polemica con chi sosteneva che il Gatto con gli stivali della fiaba è un arrampicatore sociale; né è il caso di impiantarne un'altra sulla sincerità della bella ragazza mantovana, oppure sulla moralità del pellegrino che viene da Roma. Quei contrasti non sono fatti reali ma esempi simbolici, anch’essi inseriti in un processo socializzante. Chi apprende una canzone tradizionale nella comunità tradizionale, impara alcuni tratti della propria cultura, nonché gli “elementi fondanti”, che indicano cosa si muove sotto la superficie di un’apparente conformità. E' una socializzazione pacifica, senza nevrosi, all'interno della comunità e per la comunità.

“La proposta è stata giudicata un episodio di folclore politico”; “La seduta è stata interrotta dalle grida di uno sconosciuto, un personaggio folcloristico...”: a folclore e folcloristico è stato dato un significato spiacevole, di strambo e fuori luogo, che non ha a che vedere con le tradizioni (e ha fatto coniare il termine folclorico, non deteriorato dall’uso). Un uso che ha una sua logica, i comportamenti tradizionali fuor di contesto perdono significato e a un estraneo possono apparire strani e incomprensibili.
Con queste premesse, si comprendono i principi che guidano la mia attività. Anzitutto, le tradizioni hanno un significato soltanto all’interno delle comunità portanti; in secondo luogo, di conseguenza, le tradizioni sono riproposte alle stesse comunità portanti, nelle forme che si possono usare oggi. Gli studi sono inutili, non servono a nulla, senza un impegno all’interno delle comunità.
Senza ripudiare i risultati di chi segue altre vie, penso che trascrivere canti, stampare raccolte, fondare musei (e magari pontificare di principi e definizioni) serva per programmare interventi mirati
nelle comunità educanti, secondo le linee originali della Pedagogia delle Tradizioni. Nell’ambito di un processo educativo coerente e di ampio respiro, i risultati qualificati, numerosi e inaspettati, confermano passo per passo che la cultura tradizionale non è relegata nel passato e la comunità continuano, anche in un “mondo moderno”, a plasmare i comportamenti.
Anche io voglio cambiare le cose e per farlo seguo un suggerimento di Cesare Pavese (in Il mestiere di vivere, 1 marzo 1946): “Fessi gli etnologi che credono basti accostare le masse alle varie culture del passato - e del presente - per avviarle a capire. (...). Le passioni collettive sono mosse da esigenze di interessi che si travestono da miti. (...). E gli interessi non si cancellano”. Quindi i miei interlocutori non sono direttamente coloro che vado interrogando (informatori o testimoni), né passo il tempo a dire “va bene”, oppure “eh no, le dimostro che questo è sbagliato, sono superstizioni, si aggiorni”.
Per incidere sui comportamenti tradizionali nelle comunità educanti, programmo interventi mirati (talora indispensabili, vedi la maleducazione sessuale affidata al “passaparola”). Con gli studenti e gli operatori culturali esamino le radici storiche e antropologiche, negli stessi luoghi dove è avvenuta la raccolta, discuto l’occasione e la funzione di ogni tradizione rintracciata e porto alla luce i condizionamenti, le norme, i valori, le linee di sviluppo e di tendenza delle singole comunità.
Il termine Coinologia - dall’aggettivo greco che significa “comune” - sottolinea la nuova qualità dell’impegno.





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