Vinto dalla noia, avevo deciso quest’anno di trascorrere gli ultimi giorni dell’anno nella città in cui sono ospite da qualche anno. Abituato ormai a fare lunghi viaggi, dal sud al nord del Bel Paese, sfruttando i potenti mezzi offerti dalle Ferrovie dello Stato. Da un anno a questa parte mi ero promesso di non contribuire più all’entrate di siffatta azienda. Ritardi su ritardi, sovraffollamenti, confusione e incapacità di gestire le emergenze, prezzi raddoppiati nel giro di due anni, ma servizi praticamente identici. Problemi arcinoti ormai. Quando però sono venuto a conoscenza dell’ultimo arrivato in casa Ferrovie Italiane ho voluto fare un passo indietro. Un ultima possibilità. La Freccia Rossa, Eurostar ad alta velocità con tempi di percorrenza impressionanti. Incitato ed acclamato dagli organi di informazione. Unico neo il prezzo, un po’ elevato, ma vuoi mettere un viaggio in assoluta comodità e sicuri di arrivare a destinazione in perfetto orario anche se con qualche euro in più!Animato da tanta speranza decido di rinnovare la fiducia e di provare questo presunto gioiellino. Partenza ed arrivo in perfetto orario. Ma è sul come che nasce l’inghippo. Seconda classe, carrozza 10 posto 72. Periodo di vacanze, la gente, nonostante la crisi, un viaggetto non se lo nega. Sguscio e mi dimeno tra la folla frettolosa, tra coppie con figlioli sbraitanti al seguito. Dopo un bel po’ arrivo al mio posto. Ma non sono l’unico. Tempo dieci minuti e si presenta una graziosa signorina col biglietto che indica proprio quella carrozza. Quel posto. Il mio. Un caso? Stando alle voci sibillanti di chi mi stava accanto sembra proprio di no. Fortuna vuole che un posto libero di fronte c’è. Cedo da galantuomo il mio posto alla donzella. Mossa azzardata. Dopo venti minuti si presenta la legittima proprietaria. Ora mi tocca stare in piedi. Carrozze tutte piene. C’è un’unica soluzione. Andare in prima classe. Che ci vuole. Basta incamminarsi dalla carrozza 10 alla carrozza 4. Nella vita c’è di peggio, pensavo. E invece no. Arrivo a destinazione dopo circa venti minuti. A passo di lumaca. Tra lamentele di vecchi signori e giovani rappresentati della generazione di mezzo che ingannavano il tempo leggendo a voce elevata l’oroscopo del nuovo anno. Viste queste premesse non c’era da aspettarsi proprio nulla d buono. Circa un centinaio di persone con “posto non garantito”, questo il termine tecnico utilizzato dagli addetti ai lavori. Puoi viaggiare con noi, basta che paghi, ance se è pieno e non ci sono posti. Il problema è tuo. Parodia del progresso. Ma in prima classe un posto fortunatamente lo trovo. E si sta anche bene direi. E visto che ci sono usufruisco anche del servizio bar gratuito: cioccolatini, baci perugina, acqua e cola. Mica male. Se non fosse per i due controllori seduti di fronte che mi fissavano quasi fossi un intruso. Anche se effettivamente lo ero. Ma il loro continuo sgranocchiare noccioline, pistacchi, brioscine e merendine varie mi da un senso di ansia. Dopo poco più di tre ora arrivo a destinazione. Un vero e proprio viaggio della speranza. Perduta. Anche quest’ultimo tentativo è fallito. Un’occasione persa. Non solo per me. Qual’ora ce ne fosse il bisogno questa è solo l’ulteriore conferma del modus operandi dell’italiano medio. Con sufficienza. Costruiamo ponti ipertecnologici, treni super veloci, macchine superaccessoriate che si sbriciolano come castelli di sabbia alla prima acqua. Ci si riempie la bocca e ci si vanta del presunto progresso. Ma non ci si cura di mantenerlo. E’come un fiore o un albero. Piantato bisogna anche curarlo, coltivarlo per farlo crescere bene. Per farlo fruttare. Sennò non serve a nulla. E’ sola vanità. O qualcos’altro. Chissà. Si fanno enormi castelli. Ma non si è capaci farli funzionare. O non si hanno le competenze per farlo. Si costruiscono navi stratosferiche ma non si è in grado di ammirare e godersi la maestosità del mare. Si progettano lussuose supercar ma non si è capaci di cogliere la magia del viaggiare. Di un viaggio ch sembra senza fine e senza meta. Solito malcostume all’italiana. Ma un lieto fine c’è. Scartocciando il cioccolatino gentilmente offertomi dall’hostess di turno, con curiosità mi leggo il famoso messaggino dei baci perugina “per le mie passioni sono vissuto e per le mie passioni sono morto”. Metafora del mio Viaggio. Destino beffardo.
Simone Grasso
29 dicembre 2008