Correva l’anno 2000. Quello del tanto atteso Big Bang mai arrivato. Un discolo giovincello liceale faticava perfino a rimanere più di quindici minuti incollato al suo mal ridotto banchetto di un’aula imbrattata di slogan. Ma quel giorno invece qualcosa cambiò. Più di tre ore senza aprire bocca, nemmeno un leggero bisbiglio. Suoi compagni portavano in scena “La buona novella” di Fabrizio De Andrè. Artista fino ad allora sentito ma mai ascoltato. Proprio ciò che accadde invece quel giorno. Non lo avevo cercato. Fu lui a trovarmi. A invadere in modo struggente il mio allora confuso mondo emozionale. A scivolare ardente dentro come pietra lavica su terreni fertili sconvolgendo l’ecosistema. Ma pronto a rinascere con nuova e prolifica linfa.
Estasiato dalla penetrante semplicità con cui le parole del signor Faber riuscivano a mettere ordine ed equilibrio nella disincantata ed opaca mente adolescenziale. Voce nitida e profonda. Che dava sicurezza. Era la voce di un padre che rassicurava il figlio al calar del giorno. Era la voce autorevole dell’esperienza di un uomo di mare che aveva il mare come orizzonte. Era il sublime candore di parole semplici e per questo spiazzanti che si fanno poesia. Che diventano musica. Parole poetate. Gocce di carisma. Paroliere illuminato, in grado di non scindere mai la musica dal testo. Anzi era proprio l’incontro perfetto e ricercato in maniera certosina di queste due dimensioni, a conferirgli sublimi vibrazioni poetiche. La poesia è sempre anche suono. Ma senza nessuna pretesa di verità. Semmai una realtà nuda e cruda o al massimo rivestita con qualche vecchio straccio. Semmai semplice eppur morbosa esaltazione dell’ atto creativo fine a se stesso, in grado, di produrre emozioni al massimo della potenza. Parole che ti mettono in comunicazione con il mondo, gioie e dolori. Quel dolore che blocca il respiro fino a spegnere gli ultimi sospiri e diventa ansia di liberazione. Quelle che De Andrè sentiva, provava e cantava. E allora diventava un processo di identificazione e condivisione. Un comune sentire. Brividi, tripudi, vittorie, lacrime, paure e speranze, recitando un rosario di ambizioni meschine, di millenarie paure,di inesauribili astuzie. Parabole tra sacro e profano. Emozioni immensamente autentiche e terribilmente spiazzanti. Un po’ come il fanciullino di pascoliana memoria. Il poeta è colui che firma ciò che i profani sentono ma non riescono ad esprimere. Anche se poi il genovese controcorrente non amava questo termine: “ Benedetto Croce diceva che, fino all'età di diciotto anni, tutti scrivono poesie; dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle solo due categorie di persone: i poeti e i cretini. Quindi io, precauzionalmente, preferirei considerarmi un cantautore”. Andava contro. Era contro per definizione. Viaggiava in direzione ostinata e contraria. Mai in modo qualunquista o ipocrita. Non cavalcava l’onda. Se ne stava lì, da solo. Sulla banchigia ad osservare con sguardo disinteressato. Eppur interessato: agli ultimi, agli emarginati, alle donne di via del campo. Ai vinti. Agli invisibili che per un capriccio del cielo vivono come destini. Umanizzati. Considerati per quello che sono e non per quello che fanno o non fanno. Uomini. Perché dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori. E allora le sue parole scivolavano giù come acqua fresca nella calura di una giornata estiva. Dissetava. Rivitalizzava. Perché cantava la suprema ambizione del sentimento amoroso che tutto muove, assolutizzato, colto nelle sue meno evidenti ed acclamate sfumature. Aveva imparato l’amore nella pietà che non cede al rancore. Convinto com’era dell’innegabilità degli impulsi passionali. Di quelle tensioni e di quei sogni senza i quali un uomo sarebbe come un cinghiale laureato in matematica pura. Essenziale come un quadro di Gauguin. Pietra scalfita e plasmata a nostra immagine e somiglianza. Ecco. Il Big Bang tanto atteso e ora arrivato.
Simone Grasso
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