23/11/1980: "Molte ore dopo io e Salvatore ci sedemmo su una trave e bevemmo del vino.Siamo stati in silenzio a lungo:eravamo sopravvissuti e contavamo a mente gli uomini.
" Arrivarono prima i giornalisti e poi gli aiuti. Arrivarono camion militari...portavano gli aiuti della CEE..che vergogna, ricordo ancora: 1kg di pasta, 1 litro d'olio, una scatoletta di carne per ogni cittadino terremotato....roba da terzo mondo o da post guerra: fummo trattati da vinti, come diceva Giuseppe, lanciavano la roba dai camion come gli americani nel '43."
Le parole di chi è rimasto. Che non coprono il silenzio delle 2700 vittime, figli di una terra che non vuole e non può dimenticare. Una ferita ancora aperta con la quale ancora oggi si sta facendo i conti. Quelli della ricostruzione, miliardi mai arrivati, o solo in parte. E quei poco giunti a destinazione utilizzati per chissà cosa. Si, perchè in Irpinia, a distanza di 29 anni c'è ancora chi vive nei prefabbricati. Parodia del progresso. Ma soldi e fondi continuano ad arrivare. Ciò che invece ritardò furono i soccorsi. Addirittura cinque giorni dopo in piccoli paesi come Teora, Lioni, Sant'Angelo de Lombardi. Un'immensità, ancor più tale se confrontata con la celerità con cui è stato affrontato l'ultimo terremoto in Abruzzo. E ci si chiede allora, ma come fece la gente d'irpinia? Cacciando fuori ciò che gli è proprio: la testardaggine, la volontà di non mollare mai, l'umiltà.
Si tratta sicuramente di una della pagine più scure della storia irpina, dalla quale però abbiamo appreso tanto. Soprattutto abbiamo capito il carattere, quello tosto che ci contraddistingue, abbiamo preso coscienza dei nostri limiti e dei nostri punti di forza. Allora questa pagina può e deve servire da monito per ci c'è e chi verrà, a patto, pur correndo rischio di sembrare retorici, di non dimenticare. A patto che si tenga accesa sempre la luce su di una delle vicende più tristi ma anche più contorte della storia italiana.
Simone Grasso
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