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La solitudine dei numeri primi

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67° Festival di Venezia. “La solitudine dei numeri primi”

 

“I numeri primi sono divisibili solo per uno e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri.

Sono numeri sospettosi e solitari..”

 

Film attesissimo, anche perché l'ultimo dei quattro film italiani in concorso al 67° Festival di Venezia, “La solitudine dei numeri primi” di Saverio Costanzo è stato presentato giovedì 9 settembre ed è in uscita nelle sale già da venerdì 10 settembre.

L'entusiasmo iniziale verso l'ultimo lavoro di Costanzo è per molti svanito dopo la proiezione del film. Ed io , nel mio modesto ruolo di spettatrice, non posso che essere d'accordo.

Tratto dall'omonimo romanzo di Paolo Giordano, il film si snoda tra le esistenze dei due personaggi principali: Alice ( Alba Rohrwacher) una ragazza con evidenti disturbi alimentari e Mattia ( Luca Marinelli ) un ragazzo geniale che si laureerà in fisica ma con una forte tendenza al masochismo ed all'autolesionismo.

Episodi cruciali nel dirottare le vite di questa sorta di antieroi moderni sono per Alice un incidente sugli sci durante l'infanzia, che la renderà zoppa, e per Matteo la perdita della sorella gemella Michela di cui è in parte colpevole.

I due si conoscono durante l'adolescenza, incapaci di fare a meno l'uno dell'altra, hanno però un rapporto impalpabile e incompleto che li relega nella solitudine. È come se fossero vicini senza però essere in grado di toccarsi.

Il film segue i due ragazzi in tre fasi della loro vita: l'infanzia, l'adolescenza ed infine l'età adulta, in un continuo alternarsi di salti temporali da un' età all'altra; il che non si può negare crea una certa confusione nello spettatore.

Questa mancanza di linearità ci fa avere l'impressione di essere di fronte a una sequenza di eventi non abbastanza sviluppati , per non dire lasciati a metà. È il caso del rapporto di amicizia tra Alice e Viola durante l'adolescenza, rapporto quasi morboso, lasciato però in sospeso senza che si riesca a capire da dove venga tale morbosità e che senso abbia.

O ancora l'episodio in cui Alice, già adulta, si trova al supermercato e vede Michela, la sorellina di Mattia scomparsa da bambina; anche in questo caso è difficile capire se si tratta di realtà o solamente di una specie di visione della protagonista.

Ugualmente poco comprensibile è il rapporto che la protagonista, da bambina, ha con la madre, donna bellissima che sfiora però l'anoressia. Il suo corpo e la sua magrezza sono al centro di molte inquadrature e si può notare come la figlia la guardi con ammirazione. In questo sta l'origine dell'anoressia di Alice? Possiamo quindi vedere il film come una critica nei confronti di una società che trasforma i propri giovani e si rende responsabile del loro disagio e della loro infelicità?

Il lavoro di Saverio Costanzo apre un'infinità di strade, senza però imboccarne una precisa.

I personaggi non sembrano avere una caratterizzazione psicologica particolarmente forte, si cerca piuttosto di porre l'accento sul disagio creato dal corpo, la sofferenza psicologica ed esistenziale vissuta in primis come una sofferenza fisica, della carne; basti pensare al corpo sfinito di Alice o ai tagli che Mattia, sin dall'adolescenza, si procura si tutto il corpo.

Palese è l'omaggio al genere horror, in particolare a Dario Argento. Lo si nota dalla grafica dei titoli di testa, che stona nella maniera più assoluta in un film del genere; dalle scelte musicali esagerate ed esasperate ( per lo più brani di Mike Patton) che si sposano malissimo con le scene e le inquadrature del film ed infine lo si nota dalle inquadrature “alla Shining”  dell'hotel immerso nella nebbia e nella neve e dei lunghi corridoi desolati.

 

In “teoria” avrebbe potuto essere un ottimo film, in pratica un po' meno!

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